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Mattinale

Il presente saggio è la rielaborazione della comunicazione orale tenuta ai Colloqui del Tonale dedicati al centenario fortiniano. v.a.

L’allarme del presente

Aforismi

Insieme con l’atto intimidatorio della sua assertività, l’aforisma porta con sé una straordinaria forza mnemonica, proverbiale appunto, che benissimo si presta a ciò che Fortini indicava essere necessario alla comunicazione sociale oppositiva e critica: il riuso. “Poca favilla gran fiamma seconda”[1]: la straordinaria energia della Divina commedia ne offre, si può dire, a ogni canto. D’altra parte, chi ha lavorato da addetto alla pubblicità alla Olivetti conosceva per esperienza la forza del linguaggio formulare, anche, si capisce, nella sua carica negativa, sotterraneamente mefistofelica. Negava però che da tale duplicità discendesse la condanna di questa modalità[2]. Né tanto meno credeva nella ‘spontaneità’ e autenticità del dire: “ogni comunicazione (e tanto più quanto più è di massa) non è né immediata né spontanea né naturale, ma sempre non naturale, non spontanea, mediata, storicamente determinata”[3].

Citavo l’endecasillabo dantesco e subito, credo con non pochi della mia biografia, la memoria corre alla massima spavalda d’altri tempi: una scintilla incendia la pianura. Fortini ha praticato con assiduità tale registro, anche nel suo versante poetico, basta pensare agli epigrammi dell’Ospite ingrato[4] o all’esperienza dei testi per tre film, dove ha potuto mettere alla prova la sua convinzione in un mezzo davvero di massa, raggiungendo talvolta risultati di grande intensità emotiva e insieme di acuminata denuncia politica[5]. Certo non è stata acqua la frequentazione della pagina brechtiana per il proprio lavoro di traduttore.

Una volta, in uno dei lunghi monologhi del dopo lezione al nostro minuscolo gruppo di studenti, ci recitò uno slogan proposto al quotidiano “Il Manifesto” cui a quel tempo collaborava. Il giornale soleva allora inserire qua e là nelle sue severe colonne brevissimi slogan per raccogliere abbonamenti. Quello proposto da Fortini e – ci disse – non accettato suonava così: “metti sabbia sotto i denti del padrone / abbonati al Manifesto”.

Da dove ci si parla? Da dove si ascolta?

Una delle ragioni dell’avversione di Fortini al “mito dell’autenticità” è certamente nel suo rifiuto di certi cascami neoromantici, la cui radice è identificabile con l’immediatezza, rifiuto per altro parallelo alle pretese scientiste[6], tant’è che non si lascia sfuggire l’occasione di raccomandare “non troppo genio”[7].

“Due persone che dicono la stessa cosa non dicono la stessa cosa”[8]. “Che cosa significhi una parola, lo decide chi ha il potere”[9]. L’intervallo di trentun anni e la reciproca estraneità letterale non ingannano sul comune significato profondo da cui sgorgano le due massime. Per Fortini, la lingua e più ancora i testi e i generi del discorso sono prodotti sociali, nel senso che il significato di cui essi sono portatori deriva sia dal loro codice che dal contesto sociale in cui sono prodotti. Se questo è vero dal lato e dal tempo della produzione, ciò non è meno vero dal tempo e dal lato della ricezione: il detto non è mai detto – se non per chi ha parlato – una volta per sempre. Il testo non solo è lettera morta se nessuno lo legge, ma sempre il suo lettore contribuisce al suo senso. E Fortini non dimentica che le idee dominanti sono in ogni epoca quelle della classe dominante.

Si tratta dunque di portare alla consapevolezza che interrogarci su un autore è ogni volta un’operazione complessa, che comporta simultaneamente un giudizio sull’autore e uno su di noi, in rapporto a due epoche.

Indizi

Io dico d’Aristotile e di Plato

e di molt’altri” e qui chinò la fronte,

e più non disse, e rimase turbato[10].

A quel tempo non compresi nulla, né ricordo il contesto del discorso, ma mi sono rimasti impressi la voce e le parole di un inciso della sua lezione: essere poeti è così importante che, anche esserlo di seconda fila, è già un onore. C’è dunque in Fortini una considerazione alta della poesia e altrettanto certamente ha sofferto di sentirsi collocato dalla critica nelle file di mezzo. Eppure qualcosa non convince nell’odierna sottolineatura di Fortini poeta. Si sospetta che tale evidenza parli soprattutto di noi, oltre il nostro senso di colpa.

Una mossa permanente del carattere, prima ancora che della morale e del pensiero fortiniani, è l’imperativo di un ordine di precedenze, altro modo d’intendere l’aut aut della scelta: “La parola che più mi stava dinanzi, in quei tempi – così rammenta del sé ventiduenne – era: decidere”[11]. La poesia non è al primo posto nel 1946, “quando da noi si riteneva possibile una soluzione rivoluzionaria”[12], né nel 1982, quando l’intellettuale trova “mirabile” la priorità data da Manzoni alla “pace dell’anima” sul “godimento estetico”[13], né nel 1989: “Perché il problema non è di dare Kafka a tutti, ma a tutti una scuola decente. Ci sono priorità culturali, c'è il problema dell'istruzione”[14]. Si tratta, in sostanza, del prevalere in Fortini dell’urgenza delle relazioni concrete tra gli uomini, ossia - per ricorrere a un vocabolo oggi infrequentabile, tanto è sfregiato e irriconoscibile – della politica. Una passione costante e allarmata, che lo porta, a pochi mesi dalla sua morte, a una conclusione estrema: “quello che di te rimane, che di tutti rimane, non è rappresentato da quei quattro, venti, cento libri che puoi avere scritto […] ma è una quantità di modificazioni che la tua vita, come quella degli altri, ha introdotto nei rapporti fra gli uomini”[15].

Eppure Fortini ha scritto decine di libri, tra cui certamente, per tutta la vita, libri di poesia: di questo noi possiamo e dobbiamo parlare. Se la filologia è inseparabile dalla critica, ciò che di sé e dell’operato intellettuale egli ha detto costituisce l’accesso più agevole.

L’allarme del presente

“Se l’artista ha da essere democratico, arte e letteratura, invece, sono aristocratiche”[16]. L’affermazione, come sempre avviene nei punti più alti della prosa fortiniana, sedimenta faglie, tensioni molteplici che sfidano il lettore alla complicità di un esercizio di pazienza analitica, acume connettivo, integrazione creativa. Il precetto qui in esame, dietro l’ovvia distinzione tra dire e fare, intenzione e opera, istituisce due campi separati dell’agire storico umano, con leggi e istituzioni proprie, addirittura - come vedremo più avanti - con tempi propri, sebbene unica sia la finalità.

Innanzi tutto va precisato che, nella frase, “arte” e “letteratura” indicano parti di uno stesso campo semantico, usate in forma sineddotica: un modo breve per dire ‘le opere che appartengono al campo estetico’. Sull’altro lato della definizione, va osservato che il dover essere democratico dell’“artista” non riguarda, strictu sensu, il momento – la ‘poetica’ – della sua produzione artistica, bensì l’insieme della sua attività e del suo pensiero umano e civile, ossia il suo essere intellettuale.

Nei decenni del proprio impegno intellettuale, Fortini non ha mai traguardato le vicende a partire dalle creste della storia: né le classi, né la cultura dominanti sono stati la sua parte. Si è sempre posto di lato, posizione che gli ha permesso di mettere a nudo la funzione di dominio - non solo nei luoghi sociali che esplicitamente lo esercitano, ma anche in quella parte di ognuno di noi che ne partecipa - di smascherarne con costante impazienza la risorgente pretesa di naturalità.

“Non resisto alla tentazione delle notizie, dell’annunzio imprevisto”, dice Fortini, “quando ero giovane pensavo che le notizie dovessero arrivare non dal lattaio, ma dalla polizia. L’eccesso di speranza”[17]. Questa ininterrotta vigilia, questa allarmata speranza sono la mossa costante della reattività intellettuale, politica e poetica di Fortini, che spiegano al contempo la sua attenzione a scandire in fasi politico-culturali distinte gli avvenimenti vissuti, il continuo riposizionamento e il costante ripensamento delle proprie scelte precedenti. Non si deve però pensare che tale disponibilità agli eventi si risolva in semplice sommatoria di posizioni, di giudizi: se i singoli avvenimenti erano sorprendenti “è certo che l’insieme era previsto”[18]. Né si tratta solo di una presunzione soggettiva, se c’è chi ha potuto accusare Fortini proprio d’incapacità a mutar posizione nel cambiar dei tempi[19].

Nel cinquantennio che va dalla Resistenza alla sua morte, avvenuta nel novembre del 1994, si possono distinguere tre diverse stagioni: l’espansione capitalistica con il relativo compromesso keynesiano, che include e travalica i fortiniani “dieci inverni”; la ripresa neo-marxista con la ‘contestazione’ del Sessantotto fino al ripiegamento degli anni Settanta; la restaurazione neoliberista del capitalismo finanziario che prende avvio proprio nel chiudersi di quel decennio.

Il due e l’uno

Fortini ha esercitato e discusso la categoria di intellettuale che il marxismo, dopo averla ereditata dall’illuminismo e dal romanticismo, ha rideterminato. La formula più stringente, che certo meglio si attaglia alla posizione fortiniana, è quella gramsciana di ‘specialismo più visione politica del mondo’, in relazione con soggetti e istituti collettivi. Si può dire che egli si è mosso nell’onda lunga e per certi versi finale dell’intellettuale novecentesco, perché ne ha vissuto due diverse modalità, sino alla scomparsa delle condizioni sociali concrete, rappresentate da quelli che oggi si usa chiamare ‘corpi intermedi’, i quali avevano precedentemente reso possibile ciò che Gramsci chiama “mescolarsi attivamente alla vita pratica” [20]. Dice nel 1990: “non esiste più la figura dell’intellettuale […] oggi la fine del ceto degli intellettuali non è data soltanto dall’accrescersi del materiale, magari del tritume, dell’informazione ma anche da un fenomeno opposto (e tragico) ossia il sistema della specializzazione”[21]. È proprio in tale scomparsa dell’intellettuale che va ricercata una delle motivazioni dell’attuale rimozione di un certo Fortini, cui sopra si è fatto cenno. Rimozione che meglio di altro ci indica da quale luogo oggi noi osserviamo.

Il Sessantotto – si usa l’indicazione cronologica nel suo valore antonomasico di un movimento mondiale assai più ampio – era animato da uno spirito ribelle, anticonformista che lo portò generalmente a sottolineare, contro il sonno dogmatico in cui sentiva essere caduta la sinistra comunista e socialista, il valore della rottura soggettiva, tanto che riscoprì opere e pensatori marxisti degli anni Venti, da tempo accantonati quando non esplicitamente condannati. Da tale spinta nacque un’espressione, uno slogan che la riassume: rifiuto della delega. Non ricordo che Fortini l’abbia mai impiegata, anche perché nel contesto politico-culturale concreto in cui veniva agita, essa apriva troppo a impazienze sbrigativamente soggettive, che tagliavano fuori una categoria teorica e politica per Fortini irrinunciabile: la mediazione. Eppure, guardando a ritroso e nel suo insieme l’opera fortiniana, scorgiamo che i due lati di quella frase – nella negazione del primo e in quanto afferma, per antitesi, il secondo - aggrumano un carattere profondo della ricerca di Fortini, sul quale poggiano tre snodi fondamentali della sua concezione come della sua pratica intellettuale.

8 settembre. Per Fortini, è un coagulo allegorico, una ferita personale e storica che fissa e orienta per sempre. Tutto l’arco della produzione fortiniana è infatti segnato dalle sue occorrenze. Una riflessione, tra le altre, illumina le molteplici diffrazioni filosofiche, pratico-politiche, morali e persino religiose: “L'«aut-aut» di Kierkegaard su cui mi ero formato dai diciott'anni si è concretizzato nella guerra. Un momento, in particolare, è stato per molti decisivo: quello successivo all'armistizio dell'8 settembre 1943. Quando uno si trova senza poter comunicare con nessuno, senza alcuna informazione sicura, costretto a dover prendere decisioni da cui dipenderà la sua pelle, oltre a quella di altri, allora esperimenta a che si deve obbedienza. Ti trovi a compiere un atto supremo di vanità e nello stesso tempo di umiltà totale: «la mia coscienza mi dice che devo fare questo». Quando si passa attraverso un'esperienza del genere non la si dimentica più”[22]. Si tratta naturalmente, come lo stesso intellettuale avverte, di un fenomeno collettivo che ha segnato un’intera generazione e anzi un’intera fase storica nei suoi vari aspetti politici, filosofici, morali, come, per esempio, illustra la monumentale ricerca di Claudio Pavone[23]. L’8 settembre è la chiamata insieme indeclinabile e verticale, in quanto non delegabile ad altri, della scelta.

Spirito di scissione. Fortini, sulle orme del miglior pensiero critico, cui il marxismo appartiene, pratica la strategia del sospetto. Ora, rivendicare il diritto del giudizio implica, inseparabilmente, la responsabilità della presa di distanza, del mettersi di lato, di scindersi, anche da quella parte di sé che partecipa del banchetto dei signori della terra e degli uomini: “Oggi […] la condizione di ‘emigrato interno’ è l’unica condizione possibile dell’intellettuale che non abbia rinunciato alla prospettiva socialista”[24] Quel gesto di vanità e di tremore origina appunto sempre da un “no”.

Orizzonte della totalità. Non si tratta mai, per Fortini, di sommare la verità di un campo del sapere con la verità di un altro campo, quella di un agire pratico con quella di un differente versante dell’agire pratico. Se la verità è sempre di parte, essa non è mai di una parte. Opera qui la convinzione che la realtà storicosociale dell’uomo costituisce non una somma ma una totalità, per cui è la relazione istituita da questa a orientare e dar senso alle parti. Se invece ci fermiamo al puro dato empirico, come esso immediatamente si presenta, accediamo solo a una somma cieca, che genera per un verso l’illusione di una libertà privata e individuale, per l’altro un’opacità impenetrabile circa le forze sotterranee che l’insieme muovono e circa i meccanismi per cui da questo esse traggono profitto e dominio. È questa la ragione della ferma condanna della mancanza di mediazione: “qualunque immediatezza è, senza possibilità di dubbio, reazionaria”[25]. Quanto detto a parte obiecti, dell’oggetto, vale ugualmente a parte subiecti, dell’agente: la complessità ricca del primo, da decifrare oltre l’evidenza immediata falsamente nitida del dato, sta di fronte alla responsabilità del secondo. “La verità di un giudizio politico può essere scritta parlando di Proust, e un consiglio di poetica può nascondersi in una valutazione del dissenso dell’Est”[26]. Di nuovo un’assunzione di responsabilità oltre ogni divisione[27].

L’uno e il due

L’agire consapevole nella polis, ovvero la politica, che costituisce la linea di condotta di Fortini, ha una traiettoria sorretta da due polarità equivalenti: lo spirito di scissione e l’orizzonte di totalità.

La prima è la mossa che permette il disvelamento: dello sfruttamento, dell’alienazione e della riduzione a strumento tecnico degli specialismi, sia del sapere che dei ruoli sociali. La seconda è invece la condizione gnoseologica della prima e insieme l’energia che muove l’azione. Si tratta insomma di una struttura dialettica.

È necessario però guardare più a fondo in questa relazione, altrimenti risulterebbero inspiegabili le numerose nette condanne, tanto sul versante culturale che su quello politico, della pretesa di una totalità agita ora come imposizione dogmatica[28], ora come estremismo soggettivistico[29]. La totalità, in Fortini, non è un dato, ma un orizzonte e una possibilità, che fa sentire i suoi effetti su almeno tre differenti livelli. Innanzi tutto come bisogno antropologico, parzialmente interpretato dal marxismo, di superare i limiti della propria condizione naturale, nella consapevolezza dell’impossibilità reale di farlo: si tratta di “soffrire più in alto”[30]. Poi come fine che chiede e orienta l’attività politica, ossia la pratica per realizzarla. Infine in quanto ‘come se’ che consente l’accesso alla verità storica.

Se dunque la totalità è un orizzonte, un ‘come se’, insieme futuro e condizione già attiva, impossibile eppure necessario, l’accento è costantemente posto sulla sua scissione. La mediazione è la posta dello scontro storicosociale: per un verso, in quanto risultato e strumento del dominio, si sottrae allo sguardo perché, pretendendosi ultima ossia fine della storia, si mostra come autosoppressa, fatto naturale; per l’altro, in quanto conflitto in atto che dal futuro possibile e necessario prende senso, è insieme la negazione pratica e la verità della prima. L’uno si divide in due. Quella di Fortini è sempre una totalità scissa.

Generi

“Scrivere chiaro”, nelle condizioni date, è un’impostura o un autoinganno, perché fa soggiacere alle settorialità degli specialismi, senza che si osi attraversarli. La nostalgia inestinguibile che ne prende il posto è lì a rammentarci, quando le si resista, il futuro, l’orizzonte necessario della totalità[31]. “Bisogna sfidare il lettore a trovare nella pagina che legge altro da quello che il titolo della pagina sembra promettergli”[32]., si devono “assumere gli argomenti di sbieco”[33], dice Fortini. Scrivere difficile, necessità e strategia, è dunque la lotta dell’intellettuale per oltrepassare la falsa concretezza delle parti, degli specialismi, della datità, per far affiorare l’orizzonte di senso che ne detiene la verità. Contemporaneamente è un’azione politica verso il lettore – “Hypocrite lecteur, - mon semblable, - mon frère!”[34] – che lo costringe a fare i conti con la condizione ideologica in cui è ‘naturalmente’ immerso. Tre sono, riassuntivamente, le valenze in questo modo attivate: attraversamento della settorialità dei linguaggi; uso allegorico della singolarità, ivi compresa quella di chi scrive; il ricondurre il rilievo tecnico-scientifico a un orizzonte di senso.

Si tratta di una ardua strategia di pensiero e di scrittura che contemporaneamente si oppone tanto alla sbrigativa, volontaristica negazione della determinatezza e dei generi, quanto alla loro dogmatica e progressista obbedienza. Una scrittura nutrita dunque da una costitutiva spinta filosofica che, in certi passaggi, ricorda la dignità delle pagine adorniane di Minima moralia[35]. Fortini ha costantemente rivendicato la sua adesione al genere saggistico. Una forma ibrida, dai confini piuttosto elastici, che per certi aspetti affonda le sue radici nell’antichità classica, ma che nella modernità ha mostrato la vitalità maggiore, per la sua disponibilità a unire il rigore argomentativo con la sollecitazione emotiva e morale, la scienza con la letteratura. Il saggio, con le sue asprezze che terremotano il già noto, con i suoi echi che schiudono nuove prospettive, con i suoi vuoti che costringono a interrompere la lettura, ad alzare gli occhi, a contribuire al senso della pagina è propriamente la messa in atto non della totalità, ma del suo orizzonte[36].

Partiti

L’adolescente fiorentino, figlio di un tormentato ebreo antifascista, dal padre eredita, esasperata, l’ansia piccolo borghese di riconoscimento e l’orgoglio della propria diversità[37], una drammatica conflittualità intellettuale ed emotiva che lo porta, con l’esperienza della Resistenza, ad aderire definitivamente alla forza culturale e politica anticapitalistica più importante, il marxismo. La conquista teorica rappresentata dallo spirito di scissione, in obbedienza all’attenzione tattica o, per dir meglio, alla concreta determinazione delle circostanze storiche, trova diretta applicazione nel diverso mettersi di lato nelle stagioni che segnano, come sopra rilevato, il cinquantennio dell’impegno fortiniano.

Nel 1944, a Zurigo, riceve da Silone la tessera del partito socialista, nelle cui fila rimane fino al 1958. È la formazione politica minore della sinistra, che gli permetteva però, come riconosce esplicitamente, di parlare a chi veramente gli premeva, i comunisti, mantenendo la libertà di criticarli[38]. Basta ricordare che in questo periodo, dalla Resistenza alla pubblicazione di Verifica dei poteri, che coincide con l’apertura della cultura del Sessantotto, le collaborazioni più importanti di Fortini sono state il “Politecnico” di Vittorini, “Officina” di Roversi, “Quaderni rossi” di Panzieri, “Quaderni Piacentini” di Bellocchio. La raccolta di saggi fondamentale di questo periodo, Dieci inverni, si chiude assai significativamente con la Lettera a un comunista, che a sua volta termina con queste parole: “Perché ti racconto queste cose, che tu sai benissimo? Perché voglio esser certo che tu esisti e che non ti ho immaginato; e che altri esistono fin d’ora come me e come te; e parlano come noi cominciamo a parlare”[39].

La raccolta Verifica dei poteri, del 1965, pur presentando una scelta di saggi usciti dopo Dieci inverni, per il taglio e per il fondamentale, ampio Mandato degli scrittori e fine dell’antifascismo già inaugura la seconda stagione fortiniana, quella del Sessantotto. Un volume con cui il suo autore diventa uno dei principali maestri di quella stagione[40]. In questo saggio si conduce allo sviluppo forse più compiuto sia la critica al tatticismo riformista del Pci e delle sinistre storiche europee – è questo il senso della reclamata “fine dell’antifascismo”[41] – sia con la maggior energia si denuncia la costitutiva stretta dogmatica del partito principe e quindi la necessità del rifiuto della delega a proposito del “mandato degli scrittori”: “il Partito è l’ente che con la propria presenza allude al superamento delle ‘specialità’, il Principe e il Filosofo collettivi in potenza, l’organo del Sapere; ora, nella misura in cui conservano – col potere sul verbo – il potere spirituale ‘di sciogliere e di legare’, gli intellettuali e, per essi, gli scrittori e gli artisti come quelli che sono irriducibili ad una ‘specialità’, negano di fatto e al presente quella unicità di potere cui il Partito si richiama”[42].

Questioni di frontiera, che, come recita il sottotitolo, raccoglie “scritti di politica e di letteratura” dal 1965 al 1977, segna un riposizionamento dell’autore. In questa stagione il riferimento sono i fermenti culturali e politici del Sessantotto, si trattava dunque di porsi di lato rispetto ad essi. Il punto di caduta, questa volta, non è il dogmatismo, bensì l’opposta frenesia ribellistica, l’illusione – anche questa piccolo borghese, seppure simmetrica a quella riformista – del tutto e subito: se la mancanza di mediazione denunciata in Verifica dei poteri era la pretesa del partito principe di essere già la totalità solo futura, nei movimenti neomarxisti e contestativi del Sessantotto la mancanza di mediazione si manifestava nel convincimento che la totalità fosse già data non nel partito ma nel movimento, nella società in rivolta. Non fu facile comprendere per chi si trovò ora accanto, ora sotto il suo dito. Ricordo di avergli domandato perché non prendesse la tessera: bisogna che il calice sia prima svuotato interamente, mi rispose.

Contro tendenze dominanti in questa stagione non solo denunciò, come sopra si ricordava, il radicalismo totalizzante che pretendeva di ascrivere “la felicità” al marxismo, ma aggredì una radice importante di quella fase politico-culturale, l’antiautoritarismo, per evidenziare la falsità dell’atteggiamento liquidatorio che verso l’autorità era stato tenuto: “L’autorità sembra fondare la diseguaglianza; e viceversa. Ma in una prospettiva comunista rinnovata l’esigenza di eguaglianza non ci chiede solo l’eguaglianza delle condizioni; ossia del punto di partenza. Anche una società capitalistica può darla e finirà col darla, almeno in alcuni paesi. Chiede l’eguaglianza delle conclusioni, invece: la più terribile, oggi, la più spaventosa anche al progressista, quella che viene presentata e sentita da ognuno di noi come livellamento, ottundimento, massificazione, regresso. Eguaglianza delle conclusioni vuol dire massima omogeneità dei destini e dei comportamenti”[43].

Un altro aspetto dello stesso rifiuto della mediazione, proprio del soggettivismo, è criticato con forza da Fortini. Dopo la sentenza della Corte costituzionale del 1974 che rendeva possibili ai privati le trasmissioni via cavo e soprattutto dopo la pronuncia del 1976, che liberalizzava anche quelle via etere, proliferarono in Italia le “radio libere”, nelle quali parte importante ebbero, inizialmente, i movimenti e le associazioni di giovani, che ne fecero una bandiera e un’arma. Fortini, approfittando delle domande dell’inchiesta di una rivista, scrisse un duro attacco intitolato Il mito dell’immediatezza: “In via di principio non posso essere contrario a dilatare l’accesso alla comunicazione, a condizione che non si abbia inutile rispetto ‘democratico’ per la imbecillità. Non abbiamo forse ascoltato, in riunioni o trasmissioni, il periodico richiamo a ‘lasciar parlare tutti’? Ci siamo accorti che non sappiamo, in nome della democrazia, come fare per togliere la parola agli idioti e ai provocatori?”[44].

Diari, indizi

Se qui dove siamo giunti chiediamo una sosta, qui nel travolgente giro d’anni che nel 1978, entro il piccolo orizzonte italiano, vede il rapimento Moro a chiudere dissennatamente una stagione, e che poi, in crescendo, registra nel 1979 la prima nomina di Margaret Thatcher, nel 1981 la prima presidenza di Ronald Reagan, dai quali prende avvio la drammatica reazione capitalistica neoliberista che tuttora squassa vite, popoli e continenti, se da qui, dicevo, ci volgiamo indietro, scorgiamo nella solida coerenza di Fortini tra analisi teorica e attività intellettuale un’emergenza che ci affida un insegnamento e ci obbliga a nuove domande.

Nel tumulto di eventi grandi e terribili, Fortini, sulla scorta di certo marxismo, è approdato a un difficile paradigma teorico, cui si è attenuto con grande acume per il profilo dei tempi e con animo generoso, traendone una militanza intellettuale coerente e straordinarie pagine di analisi e di critica. La categoria della totalità gli ha permesso di stabilire nessi sotterranei tra i diversi aspetti sociali, capaci di spiegarne cause, dinamiche e possibili rovesciamenti. D’altra parte, la rinuncia a una totalità posseduta, la cura di tenerne aperta una scissura, gli ha reso possibile, insieme con l’assunzione personale della responsabilità, di fare spazio, resistendo al ricatto del consenso, alla critica ai veli dell’ideologia e del dominio.

La risorgenza nei tornanti delle fasi politico-sociali di tale coppia antinomica si radicava, come abbiamo visto, nell’esistenza di una pratica conflittuale orientata alla totalità. Una pratica resa possibile prima di tutto dalla presenza politica, sociale e culturale del partito comunista italiano – e dalle varie organizzazioni associative della sinistra che strutturavano la società - poi, in subordine, dai movimenti del Sessantotto. Essi costituivano la leva materiale e il riferimento teorico su cui l’azione critica di Fortini poteva poggiare. Egli ne è del tutto consapevole, tanto che in un’intervista del 1981 osserva, a proposito delle riviste cui ha partecipato negli anni Cinquanta e Sessanta, che il motivo per cui esse “non erano del tutto assurde o ridicole risiede nel loro ossequio alle forze politiche esistenti. Sebbene non fosse soltanto una questione di ossequio, ma l'assunzione, giusta o non giusta, reale o immaginaria, di un referente costituito dai militanti e dagli iscritti dei partiti della sinistra, dalla gente socialmente appartenente all'area della sinistra. Questi gruppi sapevano che i militanti della sinistra pur non pensando le stesse cose che essi scrivevano nelle loro centinaia di foglietti, e ai quali mediatamente si rivolgevano, non erano tutt'altro, non erano un mondo molecolare ridotto alla dispersione”[45]. Quindi con la consueta reattività annota il cambio di paradigma in corso proprio in quegli anni: “Oggi non si può contare su questo” e pensare che il lavoro politico-culturale necessario “possa essere frutto di volenterose minoranze intellettuali, oggi mi sembra veramente assurdo”[46].

Fortini, tenendosi saldamente a quella pratica che l’orizzonte della totalità rendeva operativo, ha nel contempo messo a nudo come le organizzazioni che la agivano pretendevano – contro la ragione stessa per la quale erano sorte – di essere già la città futura. In questo modo ha contribuito a illuminare i termini teorici e politici di una questione fondamentale nel passaggio da una società capitalistica matura a una diversa formazione economico-sociale, la quale si prefigga di abolire lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e della sua alienazione. Lo ha fatto a partire dal ricorso critico al proprio ruolo intellettuale così come si è configurato nella fase di massima espansione capitalistica del secondo Novecento. I fatti sono lì a mostrarci che le condizioni politiche e sociali, che quel tentativo avevano reso possibile, sono venute meno a partire dall’ultimo ventennio del secolo scorso. Ma le dinamiche storiche non si esauriscono nei tempi brevi e comunque sappiamo, anche sulla scorta dell’insegnamento di Fortini, che non necessariamente chi vince ha ragione, che gli argomenti di chi ha perso non possano diventare armi future. È semmai da osservare come la condizione attuale risulti simmetrica rispetto a quella di Fortini. Se egli aveva potuto dare per acquisito per una lunga fase il partito, per cui si trattava di praticarne la scissura, oggi ci troviamo immersi in un contesto che si presenta immediatamente come la più grande frammentazione, dove anche gli elementi associativi vivono nella momentaneità e nella singolarità.

Lo sviluppo potente del capitalismo nei “trenta gloriosi” ha tuttavia lasciato un resto nella pur sorvegliata ricerca fortiniana, che non possiamo sottacere in sede di bilancio complessivo. Per un verso, come già accennato, egli ha prontamente registrato la diversa collocazione dell’intellettuale indicandone la fine e descritto in modo fertile la nuova realtà sociale e culturale, per l’altro non ha avvertito il movimento di vasta regressione che il neoliberismo iniziava a produrre sull’insieme della società, dei popoli e del pianeta, fatto che a quasi quarant’anni da quell’avvio siamo costretti a saggiare sulle nostre piaghe. È come se, per dirlo sbrigativamente, egli avesse ben presente la permanente produzione di barbarie da parte del capitalismo, ma non avvertisse che quella non necessariamente si accompagnava a una corrispondente crescita da qualche altra parte del pianeta.

Il quindicennio finale della vita di Fortini è segnato, come già visto, dalla fine dell’intellettuale, determinata appunto dal venir meno della condizione che rendeva possibile l’attraversamento politico degli specialismi: la centralizzazione teorico-pratica del partito e la dialettica dei corpi intermedi. Fortini descrive una società di frammenti[47] e quindi vive nella solitudine. Extrema ratio. Note per un buon uso delle rovine, s’intitola, per esempio, il volume del 1990, costruito come flusso di pagine di diario intellettuale, dove, nel Saluto, sorta di postfazione in forma di poème en prose al lettore, quasi incidentalmente pronuncia l’assillo fondamentale: “Rispondere così vuol dire ironizzare e l’ironia non è concessa alla solitudine”[48].

Le pagine saggistiche più dense di questo periodo sono quelle che descrivono la polverizzazione sociale, la destrutturazione culturale allora iniziata. Di grande interesse, per esempio, la denuncia di come il consumismo estremo dell’industria culturale, mentre appiattisce tutti verso il basso, venda paradossalmente l’illusione di dare a ciascuno qualcosa di esclusivamente personale, in obbedienza all’individualismo estremo dell’ideologia dominante[49]. Fortini osserva che tale dinamica produce deprivazione, analfabetismo di ritorno, allontanamento dalla stessa cultura di massa, anche nel cuore delle società capitalistiche, come gli stessi Usa, ma giudica che esso interessi “una frangia della popolazione, i cosiddetti esclusi, i marginali”[50]. Tant’è vero che la nota dominante gli appare essere, appunto, come recita il titolo del saggio in questione “lo snobismo di massa”. D’altra parte le “estati romane”, che dal 1977 l’assessore alla cultura del Pci, Renato Nicolini, aveva organizzato fino al 1985, avevano diffuso in Italia, in quelli che Fortini in una conversazione privata m’indicava come Assessorati Turismo & Spettacolo, la ‘cultura dell’effimero’, ossia del consumismo edonistico, costituita da eventi culturali ai quali accorrevano migliaia di giovani e meno giovani. “Quello che è successo” dice Fortini “mi ha dato torto”[51]. Dal momento che l’intellettuale è stato sostituito dall’esperto, il saggio è diventato pagina di diario[52]. E persino la produzione letteraria è ora possibile “in tutte quelle forme letterarie che il nostro secolo ha trascurate, il diario, le lettere, la mescolanza di autobiografia e poesia, le forme della discrezione”[53].

Lenin e Beethoven

Per Fortini, se l’agire consapevole nella polis, quindi anche quello dell’intellettuale come ceto, è orientato dalla possibile totalità, la poesia e in genere l’arte è totalità. Se il compito dell’intellettuale è giocato sui tempi brevi della politica e delle variazioni economico-sociali, l’arte è invece alle prese con i tempi lunghi e lunghissimi, forse antropologici. Se l’autore del saggio è pienamente responsabile, il poeta, l’artista è in buona misura ir-responsabile. In altre parole, non solo un’opera d’arte non è un’opera critica, ma anche il critico è una persona diversa dall’artista, perché costituiscono due diverse istanze del soggetto: la prima attiene alla sfera etico-razionale della coscienza; la seconda a quella in gran parte irrazionale della pulsionalità inconsapevole[54]. Anzi, precisa Fortini: “nell’atto di scrivere versi […] rischio ed espongo alla prova non solo qualcosa di diverso, ma di più di quanto faccia con l’atto di scrivere prose critiche”[55]. Tant’è vero che nei due piani è del tutto diversa la figura dei destinatari polemici: “Parlare di nemici o di avversari nella poesia non si può. La stessa cosa non la posso dire di Agnelli”[56].

Eppure medesima è l’energia, la direzione e la causa finale: la totalità. In questo concetto, Fortini si rifà esplicitamente alla concezione dell’opera d’arte come organismo, di Schiller[57]. Questi, nel saggio Sull’educazione estetica dell’uomo, descrive l’opera artistica come un organismo nel quale è abolita la casualità per la sottomissione delle parti a un finalismo interno. È agevole osservare, con un’ottica storico-politica marxista, che tale organismo, se paragonato alla vita storica reale, descrive la dis-alienazione, ovvero la riappropriazione della vita e del destino comune, mentre il piacere estetico procurato dall’opera d’arte è la gioia e il piacere della totalità concreta. Ma l’adesione di Fortini alla proposta estetica schilleriana è determinata da un ulteriore aspetto, altrettanto energicamente sottolineato dal poeta romantico: l’uomo “possiede tale diritto di sovranità solo nel mondo dell’apparenza e dell’immaginazione e solo finché si astiene scrupolosamente […] dal voler produrre da esso un’effettiva esistenza”. Tale posizione si attaglia perfettamente alla ferma convinzione di Fortini circa l’inconciliabilità di arte e vita, radice teorica, estetica e culturale della sua avversione tanto delle poetiche ermetiche[58], quanto delle neoavaguardie, con le quali ampia è stata la polemica.

Fortini vede dunque nell’opera d’arte non un orizzonte di totalità, ma, pena l’assenza del suo valore, una totalità effettiva che, in una società divisa in classi, può essere solo dei signori degli uomini. Di qui la costante convinzione che il poeta si siede sempre alla tavola dei padroni, che non si dà “un Petrarca per tutti”[59] e la constatazione dell’impossibilità, per i rivoluzionari, di sopportare la bellezza artistica[60]. Di qui, insomma, la sottolineatura dell’ineliminabile commistione tra appello al futuro, sprone all’imitazione verso il fruitore e insieme nascondimento ideologico, che la fascinazione estetica possiede, di presentare come reale la propria finzione. Solo se e fintanto che il fruitore tiene desta la consapevolezza dell’essere quella totalità solo in figura, egli può sottrarsi alla falsa realtà e nutrirsi invece della nostalgia di un’integrità che solo la sua azione storica reale potrà avvicinare. Risulta così più chiara anche la personale poetica ‘manierista’, la sua obbedienza al canone e il ricorso al falsetto, mentre sul piano teorico il ‘come se’, che nel ruolo intellettuale si attuava attraverso la scissione della totalità, spostando questa in un orizzonte futuro, nel campo estetico assume la forma della sospensione dal piano della realtà e quindi di prefigurazione di un reale tanto più possibile e necessario, quanto più alto è il valore artistico dell’opera.

 

[1] Dante, Paradiso, I,34.

[2] Si veda, tra le tante, la seguente affermazione: “Un buon esempio di quanto dico è nel grande documentario sulla Cina, girato da Ivens. Parlando con Edoarda Masi e con una cinese mia conoscente ho saputo che i discorsi dei personaggi intervistati, delle contadine, dei tramvieri, sono quasi esclusivamente degli elenchi di stereotipi: tutti parlano come libri stampati, anche quelli che meno si sospetterebbe. È una prova della straordinaria bravura di attori dei cinesi, i quali spontaneamente recitano l'autenticità? Certo. Ma, con ciò, dobbiamo considerare tali messaggi come menzogne? Niente affatto. Essi possono veicolare la menzogna, ma sono la forma con la quale è stato possibile dare a queste persone la parola”, Franco Fortini, Il mito dell’immediatezza, in “Aut Aut”, n.s., 1963, gennaio-febbraio 1978, ora in Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto. Interviste 1952-94, a cura di Velio Abati, Torino, Bollati Boringhieri, 2003, p.210.

[3] Ibidem.

[4] L’autore ne ha pubblicate due edizioni: L’ospite ingrato. Testi e note per versi ironici, Bari, De Donato, 1966 e L’ospite ingrato. Primo e secondo, Casale Monferrato, Marietti, 1985.

[5] Cfr. Franco Fortini, Tre testi per film. “All’armi siam fascisti” (1961), Scioperi a Torino (1962) La statua di Stalin (1963), Milano, Edizioni Avanti!, 1963. Si veda, per esempio, la straordinaria sequenza “…Eccoli dire / di sì, di sì perché lo fanno tutti, / di sì perché lo ha detto monsignor vescovo…” di “All’armi siam fascisti!”, p.30.

[6] “Il mito della spontaneità e dell'autenticità ha impedito a sinistra qualsiasi organizzazione in questo senso sistematico di una educazione o di una resistenza. Eco ha scritto molto e spesso saggiamente su questi temi, salvo credere di poter giocare d'astuzia col sistema dominante e diventarne così un pregevolissimo collaboratore. Ad esempio la stampa ed anche i mezzi radiotelevisivi di sinistra non si pongono mai il problema della ripetizione, ma solo quello della variatio: hanno scelto questa, tra le possibilità retoriche, perché credono che promuoverebbe al massimo l'autenticità, mentre la ripetizione sarebbe autoritaria, dittatoriale e deprimente”, Franco Fortini, Il mito dell’immediatezza, cit., p.212.

[7] S. Palumbo, Quel busto romano di una dea, in “Poesia”, XI, 118, giugno 1998, ora in Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto, cit., p.737: “Se dovessi fare un augurio per il nostro Paese, vedrei meglio, anziché una figura come Pasolini, una leva di storici, filologi, sociologi, pedagoghi orientata, soprattutto, a trasformare la scuola. La formula? Per favore, non troppo genio”.

[8] Otto domande sulla critica letteraria in Italia, in “Nuovi Argomenti”, VII, 44-45, maggio-agosto 1960, ora in Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto, cit., p.19, dove la frase suona esattamente così: “due persone (tanto più due critici) che dicono la stessa cosa non dicono la stessa cosa”.

[9] Alberto Papuzzi, Fortini sempre antiamericano, in “La Stampa”, 13 settembre 1991, ora in Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto, cit., pp.622-3.

[10] Dante, Pugatorio, III,43-5.

[11] Franco Fortini, I cani del Sinai, Macerata, Quodlibet, 2002, p.48.

[12] Laura Lilli, Solo il Vangelo è un libro per tutti, in “La Repubblica”, 30 marzo 1989, ora in Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto, cit., p.537, che così continua: “Immaginiamo – dissi a Vittorini e Balbo – che domani noi tre formiamo un comitato incaricato di assegnare la carta all’editoria nazionale, e la carta sia il cinquanta per cento di quella che avevamo l’anno scorso. Cosa facciamo? Stampiamo Proust o manuali d’igiene?”.

[13] Ferdinando Camon, Il mestiere di poeta, Milano, Lerici, 1982, ora in Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto, cit., p.78: “Manzoni, discutendo con un personaggio immaginario sull’amore nelle opere letterarie, esce a dire che qualora Racine, per ragioni di scrupolo religioso, gli fosse venuto a richiedere l’ultima copia delle sue tragedie ancora esistente al mondo, per bruciarla, egli, Manzoni, gliel’avrebbe data, di tutto cuore, e immediatamente; perché riteneva più importante, in assoluto, la pace dell’anima di Jean Racine che non il godimento estetico quale tutta l’umanità avrebbe potuto ricavare, nei secoli dei secoli, dalle sue opere poetiche”.

[14] Laura Lilli, cit., p.537.

[15] Claudio Altarocca, Fortini. Italia orribile ti dico addio, “Tuttolibri” supplemento di “La Stampa”, 5 marzo 1994, ora in Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto, cit., p.699.

[16] Laura Lilli, cit., p.538.

[17] Francesco Gambaro, Un fiero narciso con “il vizio della speranza”, in “L’Ora”, 29 marzo 1992, ora in Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto, cit., p.636.

[18] Ibidem.

[19] Cfr. Claudio Altarocca, cit., p.701: “Un giorno incontro Adriano Sofri, che mi dice: ‘Non sei cambiato. Sei una pietra’. ‘Non credo di essere un fossile di Rifondazione’, gli ho risposto. Non si tratta di fedeltà al passato, ma di rigore nella ricerca. Non si può rimanere fedeli, nostalgici, contenti della propria coerenza. Bisogna invece rischiare, rimettere ogni giorno in discussione la propria biografia”.

[20] Antonio Gramsci, La formazione degli intellettuali, in I quaderni del carcere. Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura, a cura di Valentino Gerratana, Roma, Editori Riuniti, 1996, p.22: l’intellettuale nuovo deve “mescolarsi attivamente alla vita pratica, come costruttore, organizzatore, ‘persuasore permanentemente’ perché non puro oratore – e tuttavia superiore allo spirito astratto matematico; dalla tecnica-lavoro giunge alla tecnica-scienza e alla concezione umanistica storica, senza la quale si rimane ‘specialista’ e non si diventa ‘dirigente’ (specialista + politico)”.

[21] Mavì De Filippis, Intervista a Franco Fortini, in “La Ragione Possibile”, I, 1, maggio 1990, ora in Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto, cit., pp.582-3.

[22] Lorenzo Prezzi, Morale, il nome privato della politica, in “Il Regno”, 15 maggio 1983, ora in Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto, cit., p.330.

[23] Cfr. Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Torino, Bollati-Boringhieri, 1994, p.23: “Eventi grandi, eccezionali, catastrofici pongono i popoli e gli uomini davanti a drastiche opzioni e fanno quasi di colpo prendere coscienza di verità che operavano senza essere ben conosciute o la cui piena conoscenza era riservata a pochi iniziati. Il vuoto istituzionale creato dall’8 settembre caratterizza in questo senso il contesto in cui gli italiani furono chiamati a scelte alle quali molti di loro mai pensavano che la vita potesse chiamarli”.

[24] Franco Fortini, Mandato degli scrittori e fine dell’antifascismo, in Franco Fortini, Verifica dei poteri, Milano, Il Saggiatore, 1974, p.170.

[25] Mauro Mauruzj e Donatello Santarone, Franco Fortini: le catene che danno le ali, in “I Giorni Cantati”, I, 2-3, luglio-dicembre 1981, ora in Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto, cit., p.301.

[26] Vicino agli Sposi promessi, in “La Repubblica”, 27-28 novembre 1977, ora in Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto, cit., p.195.

[27] Cfr. Franco Fortini, Quale arte? Quale comunismo?, in Dieci inverni. 1947-1957 contributi ad un discorso socialista, Bari, De Donato, 1973, p.135: “I politici sono avvezzi a non ascoltare i tecnici della cultura, questi a non farsi ascoltare; e così vivono benissimo gli uni e gli altri, raccomandandosi scrupolosamente la divisione dei poteri e delle impotenze”.

[28] Cfr. Franco Fortini, Mandato degli scrittori e fine dell’antifascismo, cit., p.149: “Il Partito pretende di esercitare subito quella funzione che assolverà solo quando si dissolverà in quanto Partito nella società senza classi e nella circolazione omeostatica delle sue parti”.

[29]Cfr. Franco Fortini, Il dissenso e l’autorità, in Questioni di frontiera. Scritti di politica e di letteratura 1965-1977, Torino, Einaudi, 1977, p.55: “Il discorso marxista […] non ha niente a che fare con la ‘felicità’, non può proporre altro che una interpretazione parziale del mondo e saper di proporla. E quando si dice parziale, cominciamo a prendere questo termine anzitutto nel suo senso più forte e corrente, non facilmente dialettico – come invece si fa di solito quando ‘parzialità proletaria’ viene identificata alla volenterosa Negazione della Negazione, sì che ti prendi con una mano quel che avevi lasciato sfuggire dall’altra”.

[30] Cfr. Mavì De Filippis, cit., p.577: “Si tratta cioè di spostare il livello, non di togliere la contraddizione; di cambiare la qualità della contraddizione”.

[31] Cfr. Franco Fortini, Scrivere chiaro (III), in Disobbedienze I. Gli anni dei movimenti. Scritti sul manifesto 1972-1995, Roma, Manifestolibri, 1997, p.61: “La nostalgia del discorso quotidiano, pratico, diretto e ‘chiaro’ è anche, o dovrebb’essere, augurio e lotta per un’unità, per una restituzione dell’uomo a se stesso; la medesima che è scritta tradizionalmente sulle bandiere del socialismo e che oggi, sembra, fa ridere, come umanesimo prescientifico, gli avventati ammiratori di un noto filosofo del Pcf. Ma non si lotta con i linguaggi settoriali e contro ciò che ci divide, restando prima di quei linguaggi e non oltrepassandoli”.

[32] Vicino agli sposi promessi, cit., ora in Franco Fortini, cit., p.195.

[33] Cfr. Gianni Turchetta, Vale ancora la pena. Incontro con Cesare Cases e Franco Fortini, in “Linea d’Ombra”, V, 20, ottobre 1987, ora in Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto, cit., p.489: “Di qui viene al tendenza ad assumere gli argomenti di sbieco o puntando su un particolare, aumentando il tasso di pretestuosità, e usando i tesi come pretesti per altri discorsi”.

[34] Charles Baudelaire, Au Lecteur, in Les fleurs du mal, a cura Luigi de Nardis, saggio introduttivo di Erich Auerbach, Milano, Feltrinelli, 1965, p.6.

[35] Per la posizione di Fortini verso questo aspetto della prosa di Adorno cfr. Alfonso Berardinelli, Franco Fortini, Firenze, La Nuova Italia, 1973, ora in Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto, cit., p.143: “posso aver scritto e scrivere torbido e oscuro perché non so pensare con ordine o, più schiettamente ancora, perché ho pensieri torbidi e oscuri. Ma certo. Non basta pretendere alla dialettica per scrivere come Adorno, grazie tante”.

[36] Cfr. Alfonso Berardinelli, cit., p.142: “La difficoltà, l’oscurità, il fumo si accompagnano necessariamente ad ogni discorso che si rifiuta a dispiegarsi perché ha come proprio centro una proposta o una allusione di totalità. Hanno parlato di mistica. Un corno, come diceva Vittorini. Essere verso il comunismo, per me, ha voluto dire indicare, con uno stesso gesto, l'assenza di unità umana (o l’alienazione, come si dice) e l'ipotesi di quella unità (o la fine dell’alienazione). Ebbene, pensare e scrivere voleva dire, per me, vuol dire, un equivalente di quel gesto”.

[37] Cfr. Franco Fortini, I cani del Sinai, cit., in particolare la lassa 17, pp.45-50: intenso ritratto del padre, che è, in controluce, uno straordinario autoritratto.

[38] Cfr. Arnaldo Nesti e Pietro De Marco, “Fare diversa questa realtà, non farne un’altra (con un inedito), in “Religione e Società”, IV, 8, luglio-dicembre, 1989, ora in Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto, cit., p.561: “Non ero tenuto alla disciplina di partito che loro [sc. i comunisti] avevano, mentre erano solo essi i miei interlocutori; non avevo in realtà nessun interlocutore nel Psi eccetto Riccardo Lombardi. Questo faceva sì che continuamente e in modo insistente agitavo, presentavo dei caveat ai comunisti, contro l'ottimismo gramsciano, l'ottimismo ufficiale togliattiano, l'ottimismo crocio-gramsciano degli Alicata e dei Muscetta, ricevendone in cambio insulti di vario genere”.

[39] Franco Fortini, Dieci inverni, cit., p.299.

[40] Cfr. Renato Minore, Rabbie e speranze, in “Il Messaggero”, 7 gennaio 1984, ora in Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto, cit., p.345: “Nel '64, a quarantasette anni, sono stato licenziato quasi contemporaneamente da Olivetti e da Einaudi. Avevo debiti, una bambina piccolissima. È stato un brusco declassamento. Mi ricordai che molti anni prima avevo vinto un concorso come professore, feci la scuoletta a Lecco […] Mi trovai a contatto di gomito con tanti giovani che si occultavano nell'insegnamento: era la generazione del '68”.

[41] Cfr. Franco Fortini, Mandato degli scrittori e fine dell’antifascismo, cit., p.158: “Se il fascismo è collegato bensì al capitale ma da caratteri patologici, mostruosi, da nemico del genere umano; se fin dal 1935 appare così evidente la preoccupazione di ‘non spaventare’ con le parole del marxismo gli intellettuali e gli scrittori ‘ben disposti’ (e, dieci e quindici anni dopo, quella preoccupazione sarà ancora di corrente circolazione nel nostro paese) – allora la sola zona nella quale sarà dato incontrarsi sarà quella del più fiacco e socialradicale ‘umanesimo’”.

[42] Ivi, pp.148-9.

[43] Franco Fortini, Il dissenso e l’autorità, cit., p.58.

[44] Franco Fortini, Il mito dell’immediatezza, cit., p.215.

[45] Mauro Mauruzj e Donatello Santarone, cit., pp.303-4.

[46] Ibidem.

[47] Cfr. Bruna Miorelli, L’”autentico” è un’illusione, in Invisibile lo stato della cultura oggi in Italia, in “Azimut”, VI, 27, gennaio-febbraio 1987, ora in Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto, cit., p.449: “Abbiamo avuto, a Milano, nei tardi anni cinquanta e negli anni sessanta, un grandissimo sviluppo di centri di attività culturale […] Quel tipo di sedi di dibattito non sono più esistite. Oggi la città è ricchissima di sedi «culturali» ma tutte tendono a diventare omogeneizzate, come lo sono, ad esempio, i periodici. È molto difficile, oggi, immaginare un luogo, dove si dibattano delle questioni che non siano solo molto particolari, limitate”.

[48] Franco Fortini, Saluto, in Extrema ratio. Note per un buon uso delle rovine, Milano, Garzanti, 1990, p.127.

[49] Cfr. Contro lo snobismo di massa, “Laboratorio Samizdat”, IV, 7, novembre 1989, ora in Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto, cit., p.549: “La tendenza di quello che conviene chiamare ‘tardo capitalismo’ è oggi rivolta a queste due mete solo apparentemente contraddittorie. Per un verso, dunque, ci vogliono tutti simili o uguali: consumiamo gli stessi prodotti, tendiamo a leggere gli stessi libri (o a non leggerli) consumiamo gli stessi elaborati. È quella che chiamiamo ‘cultura di massa’, al suo livello inferiore. Ma, per un altro verso ‑ e basta guardare la pubblicità dei prodotti che riempiono i settimanali e le trasmissioni televisive ‑ si tende a proporre un modello di individuazione estrema: non essere come gli altri, sii diverso, più bello, più forte, ecc.; mettiti nella condizione di gestire il tuo tempo libero in modo originale, fatti una ‘cultura’…”

[50] Ibidem.

[51] Rocco Capozzi, Di scrittori, di critici, oggi. Franco Fortini, in “L’immaginazione”, VII, 81, settembre 1990, ora in Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto, cit., p.596.

[52] Cfr. ivi, p.597: “siamo divisi fra la possibilità di un saggismo (che quasi tende a coincidere col diario intellettuale) e un sapere specialistico che va, diciamo così, tanto più benedetto e protetto quanto più è insufficiente”.

[53] Franco Brioschi, Vent’anni sprecati?, in “L’Unità”, 23 ottobre 1983, ora in Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto, cit., p.342.

[54] Cfr. Renato Minore, Rabbie e speranze, cit., p.344: “Ho l'impressione che quello che scrivo appartenga a un altro che mi sfugge. Se devo difendere un articolo sono disposto a tutto. Se devo difendere una poesia non ne sono capace se non nella forma generica, dicendo "però è bella". Insomma, c'è una situazione di divisione schizoide per cui la mano che scrive versi non è la stessa che scrive in prosa”.

[55] Franco Palmieri, La crisi dell’ideologia? Un’invenzione di chi rinuncia, in “Avanti!”, 17 febbraio 1966, ora in Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto, cit., p.89.

[56] Giorgio Fabre, Letteratura ti assolvo, in “L’Unità”, 18 agosto 1987, ora in Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto, cit., p.482.

[57] Cfr. Mavì De Filippis, cit., p.579: “Ho usato la formula secondo la quale la forma letteraria o artistica è, non direi, metafora quanto piuttosto anticipazione, promessa e modello. Proporrebbe con la sua ‘astanza’ un modello di come la vita potrebbe essere nel tempo. Ossia una proposta di coerenza. Ora è chiaro che questa non è certo una mia invenzione. È già presente nel pensiero schilleriano”.

[58] Cfr. uno dei più secchi epigrammi, in Franco Fortini, L’ospite ingrato, cit., p.141: “Carlo Bo. / No”.

[59] Laura Lilli, cit., p.538.

[60] Cfr. Franco Fortini, Mandato degli scrittori e fine dell’antifascismo, cit., p.186: “Lenin (come l’aneddoto racconta) non potrà rimanere a lungo ad ascoltare Beethoven che dice inutilmente agli uomini quel che essi possono diventare”.

10 dicembre 2017

 

 

Il testo qui di seguito presentato è comparso sull' "Indice" di ottobre 2017. v.a.

Su Da che mondo di Giorgio Luzzi

 

La prova più recente di Giorgio Luzzi non delude il lettore che conosca le prove della sua “usuale mania / di astratta perfezione”: Da che mondo non è né nuova raccolta, né autoantologia con liriche nuove. Costituisce invece un libro, frutto di meditata costruzione. I quattro decenni della poesia luzziana, presentati in campionature per la parte edita, disegnano un percorso di trasformazione e di crescita. Dallo sguardo d’insieme meglio traspare l’energia che da sempre muove la parola poetica di Luzzi, la necessità di un orizzonte di senso del “mondo”, nella convinzione strenua che esso lo si trovi o lo si manchi nella poesia. Le raccolte antologizzate seguono una disposizione inversa alla loro cronologia, per cui coerentemente l’opera si apre con la parte inedita. Questa, tripartita, recante al centro la sezione eponima, per un verso è il naturale sviluppo stilistico delle ultime pubblicazioni, per l’altro, nei temi e nei moti dell’animo, continuamente si piega verso gl’inizi. L’opera dispiega una catabasi, esaltando in questo modo la condizione di ‘parola ultima’ che appunto costituisce il tratto costitutivo della ricerca di Luzzi.

Nelle opere degli anni Novanta la “mania di perfezione” veste ancora la forma dei vittoriniani ‘astratti furori’. Lì, il grado massimo dei due procedimenti fondamentali della poesia luzziana, la densità analogica e il montaggio sintattico, talvolta abraso dei segni interpuntivi, conducono il lettore in una dimensione straniata e metafisica. La tensione etica di quell’operato si avvertiva in certi grumi crudi, o in certi urti della storia.

A partire dalla fine degli anni Novanta, con Predario, e poi con Sciame di pietra, del 2009, allorché agli slanci del “secolo breve” si sono sostituite le violenze di una quotidianità immemore e smarrita, dove il dominio di quello che è stato chiamato finanz-capitalismo acquista il volto inattingibile del dato di natura, la ricerca di Luzzi avverte il rischio delle lusinghe della parola orfica, si obbliga a tenersi più a ridosso delle asprezze degli eventi. Basta vedere, tra i testi scelti da quest’ultima raccolta, l’ampia Guernicana. La spinta all’oltranza sintattica è più raffrenata, la strutturazione strofica e del verso tende a una regolarità, si affacciano il sonetto e la terzina ‘all’occhio’, si ricorre talvolta alle misure brevi. Si assiste insomma a una contromossa: la responsabilità etica e gnoseologica della poesia, a fronte dei frantumi violenti che ottundono la quotidianità, propone al suo lettore l’esperienza necessaria di un ordine.

5 ottobre 2017

Livia

Chi ha conosciuto Livia? Compagna di banco, no. A quel tempo nessuno di noi poteva averne, obbligate com’erano a indossare ancora grembiuli neri. Qualcuna, più orgogliosa, lo lasciava all’attaccapanni, per indossarlo in fretta appena entrata.

Rotondetta, con una voce esile e lunga coda castana, la sentivo sorridere tutta la mattina. Nella pausa della ricreazione, poi, si esaltava. Si girava spesso, in particolare verso uno di noi diventato, per questo, bersaglio nel nostro piccolo gruppo. Ma amiche non rammento che ne avesse. Mi accorgo di scriverne per la prima volta il nome. Nome solenne. La nostra terra appartata ha coltivato a lungo la passione per nomi imponenti, portati però con naturale trascuratezza e che, solo con fatica, ho potuto in seguito riconoscere: impronte, talvolta appena velate, delle ere antichissime. Non saprei dire se quel costume era un moto inconsapevole di rivalsa, oppure se è da leggervi la persistenza di un altro tempo. Enos, credo dicano lettere sbilenche giù, nella casa degli avi, enos lases iuvate. Molto tardi, ho dovuto apprendere che il tempo non è l’esattezza degli orologi, ma, come lo spazio, il dominio, fattosi carne e respiro, di chi, nelle varie epoche, decide la vita e la morte.

A essere sincero, non so neppure se Livia abbia concluso con noi il corso di studi. Quelli erano tuttavia per me giorni affannosi, appena ricordo le levate nelle ore buie. Mio padre veniva lieve dietro la porta, mi chiamava sottovoce. Certe volte, già sveglio, attendevo fino al richiamo. Poi la persi di vista, come il volo corto della potazzina fra le siepi di novembre.

Talvolta mi sono trovato a considerare, e immagino che sia una riflessione diffusa, come capiti di vivere condizioni che mai avrei immaginato mie. Nella parabola di una curva non puoi né rallentare, né deviare a tuo arbitrio, pena essere travolto. In quei momenti, quando ti volgi indietro, cerchi il punto d’inizio e l’origine delle incidenze, ti dici che avresti dovuto, ti spieghi con il caso. Ma la nausea, che presto puntualmente ti dà quel tentativo, ti ammaestra sulla presenza, per quanto invisibile, di padroni della vita e della morte, che lasciano te senza occhi e senza orecchi. Ho poi imparato che quello spossessamento non è immutabile, ma varia il suo grado da una generazione all’altra, da un luogo all’altro. Potente si è fatta negli ultimi tempi la sua spinta. Così mi guadagnavo a quel tempo il pane vagando di luogo in luogo, ogni volta cambiando volti e sguardi, che m’imparavo poi la sera, prima d’addormentarmi.

Ogni tanto ti sorprende il falso riconoscimento di qualcuno, per corrispondenze indefinite di espressioni o gesti, coincidenze che ti mettono alla prova e ti rassicurano. Mi salutò, infatti, un volto tra gli altri. Dopo qualche giorno incontrai lo stesso breve sorriso. Allora, per prudenza, chiesi a chi già meglio conoscevo, a più d’uno, senza esito, finché nella mia discreta inchiesta ricomparve un nome, Livia.

Nella donna che in mezzo alla corrente camminava vicino la parete, solo la pelle chiara del volto e delle mani, riuscivo a riconoscere. E forse gli occhi. Nello sguardo pacato, ma non severo, nel movimento della testa non fervido, ma di un’intima confidenza preclusa agli altri, che poteva apparire rassegnazione, intravedevo la Livia d’altri tempi.

Dovetti imparare come ogni discorso, con lei, presto diventasse franto. Restio, sembrava. Forse per timore di sentirsi impropriamente in mezzo alla scena, o semplicemente per disinteresse; non saprei dire. Negl’impegni comuni che capitarono, la osservavo starsene silenziosa e paziente. Non si tirava mai indietro da qualunque dovere le fosse presentato, con la medesima naturalezza. Poiché non mancò chi se ne approfittasse, una volta non potei non dirglielo con calore. Sollevò lo sguardo dal suo libro appena sorpresa. Mi sorrise, non so se di gratitudine o per consolarmene.

Qualcosa, lo vedo ora, di quel suo modo risuonava dentro di me. Sempre, nella mia vita, mi ha accompagnato un istinto di lontananza da quello che i cristiani chiamano “mondo”, il desiderio della meditazione profonda, del profumo dei boschi. Epperò, come una spina, m’assale il conoscere di quanto sudore e strazio sia quel profumo di terra e foglie. So, ed è stato per sempre, che nel condursi semplice della vita ogni meditazione è negata, perché qui si è costretti a renderla possibile per pochi altri. Così ho compreso l’impasto crudele e a tratti feroce in cui, in questo tempo buio, è chi vuole che quella moltitudine anonima si prenda i suoi diritti, ma per farlo deve trarsene fuori. Scrivo e vi scopro lo sgambetto dell’ottimismo. Me ne risveglia la truce morte per acqua e di sabbia - invisibile, anzi invocata -, la dolente umanità abbandonata sulle nostre scale. Me ne rammenta la beffarda condizione nelle nostre stanze: l’odierna liberazione del tempo si capovolge nel legame servile di chi cerca lavoro e dei pochi aggiogati a ritmi disumani. Radice terragna questa della celeste ricchezza di pochissimi, cime dove essa risale sempre più rigogliosa dalle mille contrade della terra.

Nulla potei chiedere a Livia di sé, se avesse famiglia, con chi e dove vivesse, né da altri, cui ogni tanto domandavo, seppi. Il giorno del suo congedo, fu altra persona ad annunciarlo. Livia, che sempre aveva voluto esserci il meno possibile, era rimasta altrove.

Nessuno se ne era accorto.

29 agosto 2017

 

Il testo qui di seguito presentato è comparso sull’ “Indice” di luglio-agosto 2017. v.a.

Dall’oscurità del senso

Su Reificar di Tommaso di Francesco

 

Forse l’accesso migliore all’ultima raccolta di Tommaso Di Francesco è il sottotitolo: Vicenda silente. Perché indica discretamente due verità. Mostra che la voce pubblica dell’autore, condirettore del manifesto per di più dalla responsabilità della pagina internazionale, trascina con sé un ‘resto’, un’eccedenza e insieme registra che la poesia di Di Francesco germina in una zona notturna.

Se guardiamo alla materia, i testi compongono frammenti di memoria familiare, schegge di fatti di cronaca, tessuti della cultura. Intense le figure della madre alla morte del padre (Quando nella lamiera il padre fu ferito), dell’“edile dolce zio Santino”, che l’incidente sul lavoro “da parte lo faceva e pazzo”. Straziata e bellissima quella della figlia, che ha imparato “a non truccare il taglio lacerato / di lame l’amore nelle carni”. Niente, tuttavia, d’intimistico. Di Francesco è spinto alla pagina poetica dallo stesso furore morale, dalla stessa energia interrogativa che detta quella, circostanziata e vigile, del giornalista.

Il fatto è che il lavoro diuturno di cercare per poi portare allo scoperto i legami sotterranei e, peggio, occultati, contraffatti, rimossi nello spolverio apparente di mille morti e violenze, deposita nell’animo del poeta tutto il dolore del non riuscito, dell’inerte, dell’incomponibile, dell’impotenza. È esattamente da questo terreno oscuro e fermentante che muove il secondo scatto, quello poetico, perché la forma propria della parola poetica soccorra, nella sua strada obliqua, verso un orizzonte di senso, conceda il suo pharmakon ai cancellati, tenga viva, nella sua finzione, l’azione necessaria quanto non ancora, o non più, possibile. Si vuol dire che la difficoltà interpretativa di questa poesia non è né programmatica, né discende da qualche sacralità della parola o del poeta: è bensì un dato bruto e brutale, l’origine della sofferenza (“sogno che sia il sogno / dentro di noi incarnato / a reificar condannato”). Reificar è appunto il titolo preposto, sul quale Giorgio Luzzi apre la sua Prefazione: “può ricordare Trasumanar e organizzar di Pier Paolo Pasolini, con quel dantismo che li accomuna nel suono”, autore che Luzzi non lascia cadere per caso, essendo di Pasolini l’avallo all’esordio del giovane Di Francesco.

Il frequente procedere per accumulo di variazioni lessicali intorno a uno stesso grumo semantico, variazioni niente affatto sinonimiche, ma slogate in ardue relazioni analogiche (si veda, tra i tanti: “male”, “derma”, “ombre”, “innesto”, “timbro”, in È derma il male dei versi e mille) ha un che di ansioso, è il segno della fatica, è pura espressione del corpo a corpo ingaggiato nel tentativo di arginare, se non vincere l’oscurità del senso, essendo quest’ultima il punto di partenza subito, non l’arrivo cercato. D’altra parte, che la voce poetica miri alla concretezza soda (a questo vuole piegare il titolo, la nota d’Autore: “i versi hanno avuto per me l’urgenza di farsi cose, di inverarsi, da qui reificar”), è testimoniato dalla lingua di tutti i giorni, persino non sdegnosa di venature romane, irta però di consonantismi e forzata qua e là dai neologismi. Non è di diverso segno la compostezza ritmica, spesso disposta in partiture endecasillabiche o ricondotta a misure doppie.

In Reificar compare, infine, sotto forma di omaggio al poeta Attilio Lolini, l’altro versante della poesia che Di Francesco ha frequentato assiduamente, dove l’autore sospinge la sua urgenza morale e l’esercizio critico alla brevità gnomica dell’epigramma, ora severa, ora giocosa.

14 luglio 2017

 

MATTINO

La lista è compilata

le stanze sono in ordine.

Dalla luce della terrazza

solo il brusio folto del pioppo: urta

il fragore irto di strada.

Il mare è lontano.

 

Nella cura mattutina, mentre ti attendo

scruto, non visto, il breve tremore.

 

E ascolto, amore, come fosse stamane

i decenni passati

stringendoci per mano.

​17 giugno 2017

 

 

CONGEDO

Alla 5^ B

Insegnare è un lavoro stupendo, che a volte, senza saperlo e volerlo, miracolosamente diventa reciproco. In quei momenti, come accade all’arte, accenna a un bisogno antropologico che da qualche parte attende ancora di diventare realtà. Una spinta confusa ma caparbia che nemmeno la società barbarica assegnata in sorte al nostro vivere riesce a annichilire, per quanto questa ci voglia tutti vittime o carnefici. Ascoltatelo sempre, ragazzi, perché, come dice un canto glorioso e dimenticato, è quello il futuro dell’umanità.

Fate quello che potete, rubate spazio all’impossibile.

Vi abbraccio forte

9 giugno 2017

 

Questo testo, intervento al convengo Attraverso Fortini. Poesia educazione mondo, Roma – Dipartimento di Scienze della formazione, Roma Tre, 9 maggio 2017,  è apparso  anche in ​Officina dei Saperi v.a

http://www.officinadeisaperi.it/antologia/dopo-fortini-diario-di-un-insegnante/

DOPO FORTINI

Diario di un insegnante

Giustificazione

Come dichiara il titolo, il mio intervento ha un’ambizione particolare: non vuole chiudersi in uno sguardo approfondito sull’operato intellettuale di Fortini, ma gioca le sue carte nel tentativo, magari spericolato, di verificare quanto, non dico del mio, ma del mestiere d’insegnante, così come si è andato configurando negli ultimi trent’anni, si discosta dalle riflessioni fortiniane o si rapporta con esse. Proverò a procedere in maniera obliqua. Attraverserò l’opera di Fortini per rintracciarvi le postazioni da cui traguardare alla mia esperienza pluridecennale, avvalendomi anche della testimonianza di suo studente. Se qualcuno ora mi obbiettasse l’intrinseca debolezza di uno sguardo così soggettivo, non saprei che replicare. Potrei solo allegargli, a mio parziale conforto, un’antica pagina del nostro autore, ribadita per altro in decenni successivi, fino alla vigilia della sua scomparsa:

"La pagina e l'intenzione critica, mossa dapprima verso l'Oggetto, il pubblico, il discorso (come si usa dire) «verificabile», piegano verso il diario, la confessione; il pretesto dunque. Le memorie nel manoscritto, l'oltretomba nella bottiglia. […] Non rimane se non la speranza, davvero non infondata, che malgrado tutto alcune delle nostre lettere di prigionieri, scarabocchiate sul retro di falliti piani d'operazioni o di progetti di fortificazioni travolte, qualora siano lette da tutt’e due le parti del foglio, testimoniano d’una verità obiettiva che non si sapeva, o quasi solo in sogno si sapeva,   di possedere" [1].

La scuola è meglio della merda

L’attenzione di Fortini è stata costantemente rivolta ai temi letterari, politici e culturali – nei loro aspetti teorici e pratico-organizzativi – in forte presa con le emergenze del presente, da cui traeva le domande che sentiva perentorie. Era da tale allarme del presente – confessato come ossessione minacciosa [2] - che egli guardava i suoi vasti interessi culturali europei. Si tratta di una disposizione che declina da un’assai illustre genealogia illuminista e romantica, dal marxismo affinata e rinnovata. Il lettore del nostro intellettuale sa che in lui permanente è stato lo “spirito di scissione”, per dirla con Gramsci, insieme con, anzi consustanziale alla spinta pedagogica e parenetica, tanto nella produzione saggistica, quanto in quella poetica, in vista dell’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Per cui lungamente si è occupato dei temi della diffusione, oltre che della produzione, della cultura, tanto che forse uno dei suoi ultimissimi scritti, sul letto di morte, si può dire, essendo una lettera datata 5 novembre 1994, a ventitré giorni dalla scomparsa, è una dura dichiarazione che addita nel giornalista lo strumento del dominio e il soggetto possibile della ribellione:

"Chi finge di non vedere il ben coltivato degrado di qualità informativa, di grammatica e persino di tecnica giornalistica nella stampa e sui video, è complice di quelli che lo sanno, gemono e vi si lasciano dirigere. Come lo fu nel 1922 e nel 1925. […] Lungo canali di storica vigliaccheria mascherata di bello spirito i colleghi della comunicazione stanno giorno dopo giorno cambiando o lasciando cambiare i connotati dei quotidiani; in attesa che se ne vadano quei pochissimi direttori che non hanno già concordato o “conciliato”. […] Anni fa scrissi, enfaticamente, che il luogo del prossimo scontro sarebbero state le redazioni. Quel momento è venuto, il luogo è questo".

Dico cifra “permanente” della produzione fortiniana, perché essa è ben presente tanto nella poetica, in cui campeggia l’affermazione che “la poesia, anche quella della rivolta, canta sempre alla tavola dei potenti” [3], quanto nel contrappuntismo in cui vive la sua parola poetica; quanto infine nel versante critico e saggistico: “oggi – scriveva a metà degli anni Sessanta - la condizione di ‘emigrato interno’ è l’unica condizione possibile dell’intellettuale che non abbia rinunciato alla prospettiva socialista” [4]. Per tutto l’arco del percorso di Fortini, la mossa d’avvio è stata tenere aperta la strada della negazione: ora, quando le circostanze storiche erano o sembravano più favorevoli alla dialettica sociale, rivendicando “il conflitto tra intellettuali-politici e politici-intellettuali”[5], ora, allorché la critica è sentita “pressoché inesistente e impossibile”, opponendo comunque un saggismo “che quasi tende a coincidere col diario intellettuale”[6].

Proprio perché il nostro autore si muove nella marxiana prospettiva comunista, la sua azione antiborghese non ha mai escluso né la spinta ad un agire collettivo, né l’intento, come si diceva, pedagogico e parenetico. Anche in tali aspetti l’assillo del presente sospinge Fortini a una continua loro verifica, magari amara, ma non a una sconfessione. Scrive nel 1951:

"La meta ci pare che sia quella della preparazione di un nucleo di scrittori-critici, capaci di mediare le opere letterarie fino alle più remote parti del corpo culturale della nazione e di ritrasmettere quegli impulsi che sono la replica creatrice dei pubblici" [7].

Nel 1981, a Mirella Serri che gli chiede a chi egli parlasse a quel tempo, risponde:

"Francamento non te lo so dire […] uno come me che si trova davanti alla questione di sapere che cosa è stato, che cosa ha fatto, corre il rischio di ritrovarsi nel proprio piagnisteo, cioè di dire guarda un po’ forse quello che tu avresti voluto era di essere inserito in un gruppo, di non essere da solo" [8].

Dico subito che la sottolineatura inquieta ed esplicita, compiuta da Fortini, del valore pedagogico di chiunque parli a qualcun altro ma al grado più alto in chi parli da qualche ruolo, assume particolare funzione disvelatrice oggi che le massime autorità, coloro che decidono la vita e la morte di milioni di persone, fingono di parlarci come l’uomo della porta accanto.

Risulta chiaro, dunque, che al nostro assunto, nella sua forma più ampia, si offre, si può dire, l’insieme della produzione fortiniana. Sceglierò pertanto solo dal materiale più direttamente didattico-pedagogico e, aggiungo, in modo rapsodico, costretto da ovvi motivi di spazio.

Nel 1965 esce un’antologia divulgativa con un’ampia selezione di filosofi, storici, economisti, politici europei, asiatici, africani, americani. Due elementi sono in essa rilevanti. Sul versante del discorso condotto da Fortini, ossia nella scelta e nella presentazione del materiale, è ben visibile la spinta contrappuntistica con l’intento, francamente indicato al lettore, di tenere aperta la porta al conflitto, alla negazione del discorso dominante:

"Questa antologia non parla – o solo indirettamente – delle forme aperte del conflitto storico: ma su quel conflitto è tutta imperniata. Contro il cinismo, pretende già compiuta una scelta che non si usa quasi più compiere o rinnovare. L’obiettività eventuale è nella sua parzialità" [9].

Sul versante del destinatario, è sottolineata altrettanto esplicitamente l’appartenenza di autore e lettore alla medesima condizione sociale e culturale:

"Questa antologia si rivolge a quella parte di ciascuno di noi che nella ricerca e serietà specialistica ama la serietà della ricerca senza credere all’ideologia dello specialismo […] l’antologia usa i testi (e, in una certa misura, li interpreta) avendo di mira come lettore quel medio uomo europeo e italiano cresciuto nella media civiltà capitalistica e mediamente informato; quella parte di ciascuno di noi che è sotto l’intimidazione capitalistica" [10].

In altre parole, la funzione pedagogica di Fortini non comporta affatto e, direi, da subito il recupero di una posizione privilegiata dell’intellettuale -posizione che il comunismo terzointernazionalista aveva invece mantenuto- ma si esercita prima di tutto su se stesso accomunato agli altri. Si noterà di passaggio che questo è il nucleo fermentante del celebre Mandato degli scrittori e fine dell’antifascismo, di due anni più tardi: il punto profondo di divergenza di tanta parte del cosiddetto marxismo critico postbellico, la ragione del ritiro della delega ad altri, ovvero al partito, del giudizio politico.

Ventitré anni più tardi, il ricco materiale fortiniano ci consegna, nella forma negativa, un’affermazione identica, per quanto paia contraddirla relativamente al passato:

"Oggi non puoi avere verso l’incolto, il negoziante senza cultura, l’operaio senza studi, l’atteggiamento di venti anni fa, di quello che va a portare i lumi, perché consumi anche tu gli stessi prodotti, la stessa spazzatura" [11].

Spostando lo sguardo dal lettore extra e postscolastico a quello scolastico, troviamo non sorprendentemente le medesime coordinate. È del 1968, quando Fortini insegnava da cinque anni negl’istituti secondari, un’antologia per il biennio delle scuole, allestita con Augusto Vegezzi. Nella brevissima presentazione ci si attribuisce il medesimo compito di sollecitare insegnanti e alunni a una posizione critica, conflittiva:

"Si è inteso soprattutto fornire la possibilità di intendere […] come i temi del presente investano drammaticamente la vita dei popoli e non consentano rifugi o evasioni; come la voce dei poeti, la rappresentazione dei narratori, l’argomentazione dei pensatori e degli uomini di scienza convergano da due secoli, attraverso conflitti e lotte […] la dichiarata prospettiva ideologica preferisce, quando necessario, far ascoltare la voce severa, magari dura, di un autore “difficile” piuttosto che cullare il discepolo (e l’insegnante) in fantasie di facile concordia progressista." [12]

L’approccio non cambia se dal campo dei propositi, ci portiamo nella descrizione fortiniana della scuola, intesa nella sua molteplice realtà. Si veda, per esempio, il giudizio, datato 1976, sull’editoria scolastica e sulla qualità della manualistica, di cui si denuncia con asprezza l’insipido ecumenismo:

"L’editoria scolastica sfrutta la vena interdisciplinare e i temi dell’attualità […] In luogo di informare sull’esistenza e funzione delle maggiori discipline che a scuola non s’insegnano, si dispongono assaggi da Freud, Einstein, Lévi-Strauss o Chomsky; non le pagine dove hanno scritto il meglio, ché per intenderle si vuole aver dimestichezza con le loro materie, ma quelle di sintesi o di idee generali. Del sapere così omogeneizzato e senza fibre residuerà nella   testa dello   studente la ciarla   culturale" [13].

In una precedente lettera ai propri studenti, del 1971, documento straordinario per la testimonianza di un clima generale oltre che per lo sguardo in presa diretta sul Fortini insegnante, scrive: “La scuola nella quale vivete non vi dà quasi nulla di quello di cui avete bisogno e diritto” [14]. Di grande interesse è comunque il giudizio ivi contenuto sulla scuola di massa nata con la riforma della Scuola media unica del primo governo di centro sinistra nel 1962. Leggiamolo per intero:

"La contestazione globale ha condotto soltanto ad aprire il terreno, a fornire la giustificazione politica alla riforma guidata dal moderno capitalismo e gestita dalla Democrazia Cristiana e dai suoi alleati, con l’appoggio del Pci. Oggi appare chiaro che il movimento degli studenti ha solo accelerato un movimento di dissoluzione che era cominciato senza di loro e che -come in Usa e altrove- rientra perfettamente nei piani dello sviluppo capitalistico o almeno ne è la conseguenza. La dissoluzione della vecchia scuola classista, umanista, elitaria, fondata sullo studio e sulla disciplina (una scuola che voi non avete conosciuto) era già prevista dalla istituzione della Media Unica, era già scritta nell’aumento della popolazione. Gli studenti sono stati gli enzimi necessari alla velocità della dissoluzione. La prova sta nel fatto che la distanza fra chi studia o può studiare, chi sa o può sapere, chi dirige e dirigerà,  chi sarà    incluso  nella riproduzione  dell’insegnamento e chi meno è aumentata [15].

Due sono gli elementi rilevanti del passo: il giudizio sulla nascita della scuola di massa che, in termini gramsciani, potremmo definire di “rivoluzione passiva” e il connesso effetto omologante dell’istruzione. Si tratta, come si diceva, di un aspetto fondamentale dello sguardo di Fortini, da cui nasce la necessità di ciò che ho sopra indicato con l’espressione “spirito di scissione”. Va detto, per non indurre nell’equivoco, che nel nostro autore l’apertura al negativo non approda mai alla sua separatezza -genesi della depressione nichilista o del cinismo maniacale-: la negazione è sempre determinata. Per questo può senz’altro proclamare che “qualunque immediatezza è, senza possibilità di dubbio, reazionaria”[16]. In una noticina a uno scritto dello stesso periodo, leggiamo un appunto fulminante contro la figura oggi sbandierata con orgoglio da governi e gazzette ufficiali:

"Si è visto quale naufragio gli apologeti della immediatezza abbiano fatto là dove la questione si è posta come problema della scuola e dell’insegnamento, della parola e della ratio studiorum. E come miseramente abbiano ripiegato sull’estremo opposto, d’altronde perfettamente coincidente con tanta didattica americana e sovietica e con non poche aspirazioni ministeriali italiane: il docente come ‘esperto’"[17].

Ma è necessario tornare al passo citato dalla lettera ai suoi studenti e precisamente là dove Fortini sottolinea che la scuola di massa ha portato non, come vorrebbe apparire, all’emancipazione, bensì all’aggravamento della distanza tra chi sa e chi non sa, tra dirigenti e diretti, tra classe dominante e classi subalterne. Ebbene, che le dicotomie (“chi studia o può studiare”, ecc.) vadano intese come dicotomie interne alla scolarizzazione e non tra inclusi ed esclusi da essa è confermato, tra i tanti passi, da un’assai esplicita dichiarazione del medesimo periodo:

"L’ordine tardocapitalistico vuole bensì la scuola per tutti ma perché tutti, convenientemente sottoeducati, possano essere consegnati alla selezione extrascolastica e al sottoimpiego nella produzione". [18]

Che posizione prende allora di fronte a chi, don Milani, nel pieno del ribollire degli anni Sessanta, mette energicamente a fuoco la frattura tra coloro che padroneggiano la cultura e chi ne è espulso? Intendo quella Lettera a una professoressa, accolta da Fortini e Vegezzi nella loro antologia, nel cui “cappello” introduttivo a due brevi passi si legge “libro provocatorio e polemico […] che esamina criticamente la scuola […] dal punto di vista dei bocciati a scuola, cioè degli esclusi, dei subalterni nella vita” [19].

Su questo libro Fortini interviene con due scritti dedicati -uno a caldo, un altro a distanza di oltre vent’anni- e un passaggio in un’intervista ancora più tarda. Ai fini del nostro discorso, è sufficiente prendere in considerazione il primo intervento, perché quanto lì espresso non viene successivamente modificato.

"Il primo fatto significativo della recensione è lo scarto dal tema della selezione classista. Il fulcro del ragionamento di Fortini è la natura religiosa e im-mediata dello scritto, piuttosto che l’espulsione classista da esso denunciata. Rivelatore diventa poi il passaggio sulle due opposte figure sociali del pluribocciato e del Pierino. L’insegnante Fortini assume entrambe le posizioni dell’ambivalenza. Ora della colpa: “è difficile valutare questo libro e l’opera di don Milani perché è difficile parlare sotto un indice teso” [20]. Ora della sfida:

"E non ho da vergognarmi del vecchio privilegio di Pierino che sa chi era quella ragazza greca [Antigone]: se per un verso gli esclusi, gli oppressi, oggi, proprio perché partecipano, non perché non partecipano delle conoscenze della borghesia, per l’altro verso i Pierini cresciuti, noi, insomma, non scontiamo solo la nostra colpa storica nei confronti del mondo ‘muto’ dei contadini con la cecità verso più della metà del   mondo   ma subiamo   la strangolazione,  l’immiserimento caotico, la falsificazione" [21].

Per quanto l’affermazione sia lasciata cadere sulla pagina quasi di sfuggita e quindi non ulteriormente argomentata, la lettera del discorso non lascia dubbi: “gli esclusi, gli oppressi” sono tali “proprio perché partecipano, non perché non partecipano delle conoscenze della borghesia”. Così liquidata la denuncia centrale della Lettera a una professoressa, il ragionamento torna all’argomento caro a Fortini, ovvero quello interno alla cultura e agli acculturati: “noi … subiamo la strangolazione, l’immiserimento caotico, la falsificazione”. Mentre il tema milaniano degli esclusi, “il mondo ‘muto’ dei contadini” è ricollocato nel sud del mondo.

Recinzioni

Il mio primo ricordo di Fortini insegnante universitario è la sua lettura della poesia, perché in quel modo ho compreso che cosa è il verso, il ritmo. Ho sentito come la parola possa caricarsi di forza emotiva dentro e oltre il suo tessuto, diciamo così, dicibile. Con lui ho cominciato a capire la complessità della comunicazione umana e perché l’opera letteraria possa essere avvicinata o addirittura, da alcuni, identificata con la vita.

Quando sono arrivato a Lettere, nella piccola città di Siena, la facoltà era nata da due anni. I pochi studenti non avevano tradizioni radicali, in compenso i docenti erano in gran parte giovani studiosi agguerriti, cosicché l’insegnamento che il campo culturale è, come altri, il campo dei conflitti politici, che inoltre e proprio per questo lo studioso non dovesse delegare ad altri il giudizio e l’azione politica non lo ricevetti per prima da Fortini. Né, in quell’onda lunga della scolarizzazione di massa da cui come un pesce fortunato ero condotto, ebbi davvero consapevolezza che essa potesse essere passeggera. D’altra parte, per sapere che la scuola è meglio della merda, non dovevo leggere Lettera a una professoressa, perché me l’avevano insegnato mio nonno e mio padre, fin da quando questi mi aiutava nel fango invernale verso la scuoletta delle elementari.

Per più di un decennio, considerato anche il precariato, il mio insegnamento ha cercato di praticare quanto avevo imparato negli studi universitari. I miei alunni erano i miei fratelli minori, che accompagnavo in quel processo ampio di emancipazione. Sentivo, o credevo di sentire, che il serio lavoro sul sapere e sulla critica del sapere fosse la forma specifica della politica dell’insegnante, dell’intellettuale-politico, per dirlo con Fortini, ovvero la messa in pratica di quel rifiuto della delega e degli specialismi che erano al fondo della mia educazione sentimentale. Del resto, né il mio insegnamento avveniva nel vuoto, potendo beneficiare dell’azione di movimenti politici, di organizzazioni sindacali nei quali gl’insegnanti trovavano modo di confrontarsi e di agire su temi e terreni non settoriali; né, analogamente, i miei studenti erano privi di loro sedi collettive. In altre parole, in quegli anni l’asse della mia pratica d’insegnante rimaneva quella osservata sopra nel discorso fortiniano.

L’orientamento culturale principiò a cambiare già agl’inizi degli anni Novanta, allorché le sinistre storiche europee, compresi gli eredi del partito comunista italiano, presero a farsi sostenitrici della necessità di diminuire –“razionalizzare”, si usava dire– l’intervento dello Stato nei servizi, oltre che in generale nell’economa. La sconfitta politica e culturale della sinistra emerse in quegli anni in modo violento. Nel dibattito culturale la critica al sapere fu sostituita dalla critica al costo del sistema pubblico dell’istruzione e della ricerca. Il brusco salto verso una posizione solo difensiva dette nuovo rilievo a voci come quella di Tullio De Mauro, che sempre aveva domandato attenzione prima alla mancata scolarità, poi al grave tasso di analfabetismo funzionale. È diventato via via più evidente, sebbene non necessariamente osservato, che il “mondo muto” degli esclusi non è solo quello contadino del sud del mondo, ma quello che cresce ogni giorno nelle nostre regioni. Sono i lavoratori precari, i giovani che non studiano né lavorano, è la massa ingente di chi è costretto alle mille forme delle moderne corvées, quando non alla semplice schiavitù.

La vera svolta pratica, per quanto riguarda il sistema dell’istruzione, è costituita dalla legge sull’autonomia scolastica di Luigi Berlinguer, ministro dal 1996 al 2000. Il furore ideologico, proprio dei ‘convertiti’, con cui gli eredi del Pci accusarono di statalismo –usato come sinonimo di dogmatismo e parassitismo– la scuola pubblica non fu altro che l’applicazione specifica del generale processo di appropriazione privata e di sottomissione al profitto con cui il capitale si svincolò in quegli anni dal compromesso keynesiano del secondo dopoguerra. Nella mia pratica d’insegnante mi è via via divenuto sempre più chiaro sia che i miei fratelli minori restavano fuori della porta, sia che gli alunni rimasti in classe parlavano un’altra lingua e non per ragioni anagrafiche. Tale situazione si era venuta creando tanto per il deperire, all’esterno della scuola, delle forme associative che consentivano uno sguardo complessivo, quanto per lo sbriciolarsi negl’insegnanti – in conseguenza delle nuove condizioni materiali e ideologiche - della spinta ideale e della forza contrattuale che consentivano uno sguardo critico sulla cultura e sul proprio insegnamento. Ma più ancora ha contato il consumarsi del tempo scuola e persino del semplice tempo dell’insegnamento, cui si è assistito con moto accelerato fino agli ultimi, dirompenti esiti della riforma renziana. Si pensi che la cosiddetta alternanza scuola-lavoro comporta obbligatoriamente una sottrazione di 200 ore nel triennio, ovvero circa 40 giorni scolastici, cui vanno aggiunti orientamenti, progetti, uscite: il tempo della lezione, interrotto e frastagliato, diventa in certe situazioni semplicemente un sostrato.

Naturalmente, allo sbriciolarsi dell’azione didattico-pedagogica dell’insegnante, non corrisponde una qualche altra continuità d’intervento, bensì il sedimentarsi pulviscolare di mille altre suggestioni ed estemporaneità, con la conseguenza di produrre due diversi esiti connessi. Al velocizzarsi delle procedure dell’insegnare, che mutilano irreparabilmente il tempo d’apprendere –per non parlare della relazione discente-insegnante, con ciò che a essa è connesso in termini di interiorità dell’adolescente in formazione-, risulta razionale ed efficiente la riduzione dell’insegnamento ad addestramento. Tutto il polverone pedagoghese sull’insegnamento per competenze ne è frutto e manifesto ideologico, cosicché la trasformazione dell’insegnante in “esperto”, che Fortini vedeva nel 1971, oggi è perseguita con forza dalla politica sia comunitaria che italiana e brandita dai gazzettieri.

Ovviamente tutto ciò obbedisce a una logica ben più ampia, dalla quale in buona misura la trasformazione scolastica dipende. Chi, come David Harvey, ha indagato con acume la determinazione storico-sociale delle coordinate spazio-temporali ci fornisce una sintesi feconda delle loro trasformazioni secondonovecentesche:

"È stimolante, per esempio, pensare al 1968 come a un tempo «esplosivo» (in cui comportamenti assolutamente diversi furono improvvisamente considerati accettabili) che emerse dal tempo «ingannevole» del sistema fordista-keynesiano e lasciò poi il posto alla fine degli anni Settanta al mondo del «tempo in anticipo su se stesso», popolato da speculatori, imprenditori e capitalisti che fanno commercio di debiti" [22].

E ancora più interessante la conclusione cui la sua ampia indagine arriva sulla tendenza di lungo periodo del sistema economico-sociale del capitalismo:

"La storia del capitalismo è stata caratterizzata da un’accelerazione nel ritmo della vita, con relativo superamento delle barriere spaziali che il mondo a volte sembra far precipitare sopra di noi […] Mentre lo spazio sembra rimpicciolirsi fino a diventare un «villaggio globale» delle telecomunicazioni e una «terra-navicella» di interdipendenze economiche ed ecologiche […] e mentre gli orizzonti temporali si accorciano fino al punto in cui il presente è tutto ciò che c’è (il mondo dello schizofrenico), dobbiamo imparare a venire a patti con un travolgente senso di compressione dei nostri mondi spaziali e temporali". [23].

Vandana Shiwa, assumendo a paradigma l’appropriazione privata delle terre comuni nell’Inghilterra dei secoli XVI-XVII, ha parlato di “recinzione” per indicare la modalità permanente del capitalismo nella sussunzione al profitto privato dei beni comuni [24]. Ripensando al mio percorso d’insegnante, mi appare sufficientemente chiaro, perché oggi venuto meno, il presupposto tacito della mia pratica e delle riflessioni fortiniane: la diffusione del mercato culturale e la scolarizzazione di massa erano implicitamente dati per acquisiti. La potente espansione dei “trenta gloriosi” ha giocato un ruolo decisivo in tale nascondimento [25]. Il fatto è che se – per dirla sbrigativamente – la rivoluzione d’Ottobre in Oriente e il compromesso keynesiano in Occidente avevano accresciuto il potere del lavoro, comportandone l’accesso alla scuola e alla cultura, la restaurazione finanz-capitalistica, come l’ha chiamata Gallino[26], ha riportato il lavoro alla condizione ottocentesca di pura merce, per di più in eccesso, date le nuove forme della produzione, tale per cui il capitale giudica spreco inutile e dannoso ogni investimento sociale, ivi compreso quello della scolarizzazione e della cultura di massa.

Quando parlo di “recinzione” della cultura e del sapere, così come delle relative loro istituzioni pubbliche, non intendo semplicisticamente né solo l’espulsione pura e semplice dei ragazzi dalla scuola, né solo il passaggio in mani private delle scuole. Il capitalismo sa percorrere strade più sofisticate, duttili e profittevoli, che vanno dalla perdita di qualità dei processi scolastici, all’uso privato delle strutture pubbliche, con tutte le gradazioni possibili da un’area geografica all’altra, da un ambiente sociale all’altro. Ciò che rimane sostanziale è la divaricazione crescente tra uno strato sempre più esile, dove si concentrano conoscenza e potere, e la grande maggioranza, dove povertà e danno di credere di sapere si fanno sempre più oppressivi. Una dinamica spietata nell’immediato e sciagurata nel medio periodo, che la sbandierata linea politica, di premiare i poli di eccellenza con risorse aggiuntive tolte per ammenda ai mediocri, naturalmente incrementa.

Può essere utile alla comprensione del fenomeno, indicare sommariamente la grammatica che lo alimenta. L’autonomia degli istituti è stata prima di tutto diminuzione drastica della distribuzione delle risorse dal centro ai singoli istituti per un verso e blocco stipendiale del personale scolastico dall’altro. D’altra parte, l’autonomia ha esteso agl’istituti scolastici quel fenomeno generale che ha caratterizzato i processi organizzativi propri del capitalismo negli ultimi decenni. Se l’automazione informatica ha reso possibile la decentralizzazione e la delocalizzazione di intere fasi produttive, l’accentuarsi del comando centralizzato, reso possibile da quelle tecnologie e necessario al controllo capitalistico di pochi, ha comportato un’enorme escrescenza delle procedure burocratiche, in perfetta antitesi con le promesse ideologiche neoliberiste di snellimento e sburocratizzazione che il privato garantirebbe contro l’elefantiasi dello stato [27].

Da queste premesse, ne è derivato non solo un aumento progressivo e diventato considerevole delle procedure burocratiche dell’insegnante e dell’insieme della struttura scolastica, ma anche un impegno aggiuntivo per l’approntamento di “progetti didattici” con lo scopo di recuperare, attraverso di essi, le risorse all’istituto non più garantite e ottenere qualche integrazione, con lavoro aggiuntivo, allo stipendio del personale, rimasto senza contratto dal 2008. Si aggiunga a questo il fatto che uno dei parametri per la distribuzione delle risorse agl’istituti è il numero di iscritti. Ne consegue immediatamente che l’autonomia ha comportato l’apertura della concorrenza tra scuole a tutti i livelli, dall’asilo nido al liceo. Tali semplici fattori hanno reso ‘razionali’ alcune violente distorsioni. Mi limito a indicarne due.

La prima. Il personale insegnante più motivato e dinamico sposta la sua attenzione, le sue energie dall’insegnamento alla organizzazione e al funzionamento dell’istituto (non potendo smette di insegnare, calibra diversamente i suoi impegni). La conseguenza già visibile e certamente destinata ad accentuarsi è che nelle scuole si struttura una massa di ‘solo insegnanti’, meno pagati, di poco prestigio, spesso a disagio con il proprio mestiere, a fronte della quale si separa la ristretta cerchia dello staff, costretto a pagare lo scarso vantaggio economico con un’impressionante saturazione dei tempi di lavoro e con lo stress del comando del capo d’istituto. La mancetta che la riforma di Renzi prevede per gli ‘insegnanti meritevoli’ conferma pienamente la dinamica: i “meritevoli” sono invariabilmente chi fa altro che insegnare. Non è infrequente incontrare dirigenti d’istituto affermare esplicitamente che degl’insegnanti che la mattina vanno in classe e fanno lezione non sanno che farsene.

Secondo. I progetti aggiuntivi – il cosiddetto arricchimento dell’offerta formativa – non seguono l’iter di buon senso: riscontro un bisogno formativo, elaboro un progetto, ottengo il finanziamento. Ma lo capovolgono. Siccome l’istituto deve vendersi nella concorrenza delle iscrizioni e inoltre deve trovare finanziamenti, si mette un insegnante dello staff alla ricerca dell’argomento o della trovata organizzativa più accattivante, che costi poco o abbia suoi finanziamenti, un altro alla costante disamina dei progetti ministeriali ed europei che promettano soldi, si sceglie, si elabora il progetto (fasi queste, tutte molto tecniche e laboriose, di forte specializzazione che non permettono quindi un facile ricambio) e finalmente si scarica sul tempo scolastico. In questo modo i ‘solo insegnanti’ si trovano di fronte a un tempo d’insegnamento sempre più invaso, provvisorio, interrotto. Anche per questa via, la massa dei ‘solo insegnanti’ e la loro opera perdono valore agli occhi e quindi al comportamento pratico di studenti e famiglie.

È questo il tessuto concreto in cui discenti e insegnanti oggi s’incontrano, una trama di attività mordi e fuggi, in cui il vincolo ‘oggettivo’ dei tempi obbliga alla definizione invece che all’approfondimento, alla settorialità minima invece che alla connessione, al test invece che al colloquio, al quesito a domanda singola con risposta su sei righe, invece che all’elaborato. Così non solo si evita che l’insegnante abbia qualcosa da dire sul mondo chiamandolo a una funzione di esperto, ma a forza d’impoverirgli tempi e modi lo si costringe alla posizione dell’addestratore.

Non posso non ricordare che qui si è parlato solo del sistema scolastico, ovvero di quel settore dell’istruzione minimamente essenziale. Assai più grave è la condizione dell’università e della ricerca, come numerose, anche se estemporanee e inascoltate denunce testimoniano, settori dove si assommano sia aspetti strutturali analoghi a quelli qui richiamati, che gli effetti a cascata delle condizioni prodotte dal sistema scolastico.

La linea del conflitto, dunque, come una fatica di Sisifo, pare tornata a essere quella ottocentesca del diritto all’alfabetizzazione, così come del resto, più in generale, ci si trova di nuovo a lottare contro il lavoro servile e contro la disoccupazione di massa, segni estremi e non marginali della riduzione del lavoratore a mero strumento. Ma né la scolarizzazione di massa è passata invano, né la Rivoluzione d’ottobre, malgrado tutte le rimozioni, è stata una parentesi. Si tratta oggi, per riprendere un’espressione da Fortini impiegata per i processi storici, di “soffrire più in alto” [28], ovvero di sapere e praticare una nuova radicalità, che unisca la richiesta che muove dal ‘grado zero’ del non sapere e del non essere con la memoria della pratica costante e immanente della critica, del conflitto. Nel caso del mestiere d’insegnante, si tratta di operare contro l’espropriazione del diritto alla conoscenza -che, come si diceva, colpisce sia il discente che il docente-, al contempo praticando, a ogni tappa, la critica allo stesso sapere acquisito, contro, come ci ha insegnato Fortini, “la strangolazione, l’immiserimento caotico, la falsificazione”. Non si è in grado di dire quando e come una tale ripresa di parola da parte di discenti e docenti avverrà, ma una cosa mi pare di poter affermare con sicurezza: se è un’azione che non può essere compiuta in solitudine, ciascuno deve sapere che è sua responsabilità diretta, nella consapevolezza che nessuna delega è più decentemente esigibile da nessuno, riprendendo il discorso là dove Fortini e il meglio della riflessione teorica degli anni Sessanta l’avevano portato.

 

[1] Otto domande sulla critica letteraria in Italia, in “Nuovi Argomenti”, VII, 44-45, maggio-agosto 1960, ora in Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto. Interviste 1952-1994, a cura di Velio Abati, Torino, Bollati Boringhieri, 2003, p.29.

[2] “C’è un altro episodio sconvolgente che ritorna spesso nella mia mente: un incontro avuto a Milano dopo una notte di bombardamenti, mentre ero in servizio di ordine pubblico. Nella strada deserta, tra le case fumanti, una donna, che da lontano era parsa estremamente gradevole, si dirigeva verso di me con un libro in mano, un classico, un greco antico. Era un'intellettuale, una bibliotecaria, e ai miei discorsi proiettati verso quello che stava per accadere (eravamo tra la caduta di Mussolini e l'armistizio), verso il domani, mi rispose con decisione e tranquillità: «Lei è una persona tesa continuamente verso il futuro, ma finché non supererà questo, non farà mai niente». Ci siamo lasciati così e io ho sempre pensato che sia stata una specie di allucinazione, di visione... Io ricado continuamente verso la tentazione o la speranza di dare un senso al presente”, Saveria Chemotti, Fra miele e veleno l’utopia del futuro, in “Il Mattino di Padova”, 5 luglio 1987, ora in Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto, cit., p.475.

[3] Francesco Gambaro, Un fiero narciso con” il vizio della speranza”, “L’Ora”, 29 marzo 1992, ora in Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto, cit., p.635.

[4] Franco Fortini, Mandato degli scrittori e fine dell’antifascismo, in Verifica dei poteri, Milano, Il Saggiatore, 1965, p.170.

[5] Franco Fortini, Intellettuali, ruolo e funzione, in Questioni di Frontiera. Scritti di politica e di letteratura 1965-1977, p.73; il testo è datato 1971.

[6] Rocco Capozzi, Di scrittori, di critici, oggi. Franco Fortini, “L’Immaginazione”, VII, 81, settembre-ottobre 1990, ora in Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto, cit., p.597.

[7] Franco Fortini, Per una critica come servizio, in Dieci inverni. 1947-1957, Bari, De Donato, 1973, p.91; il testo è datato 1951.

[8] Mirella Serri, Dialogo col profeta di classe, in “Pagina”, II, 13, ottobre 1981, ora in Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto, cit., p.295.

[9] Franco Fortini, Introduzione, in Profezie e realtà del nostro secolo. Testi e documenti per la storia di domani, a cura di Franco Fortini, Bari, Laterza, 1965, p.IX.

[10] Franco Fortini, Introduzione, in Profezie e realtà del nostro secolo, cit., p.VII.

[11] Neva Agazzi, Dalla scuola alla piazza. A colloquio con Franco Fortini, in “Cooperazione”, 5 maggio 1988, ora in Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto, cit, p.514.

[12] Augusto Vegezzi, Franco Fortini, Ai colleghi e agli studenti, in Passato e Presente. Gli argomenti umani. Antologia per il biennio delle Scuole Medie Superiori, Napoli, Morano, 1969, p.5.

[13] Franco Fortini, Avanguardia e restaurazione, in Insistenze. Cinquanta scritti 1976-1984, Milano, Garzanti, 1985, pp.29-30.

[14] Franco Fortini, Su un caso disciplinare, in Tre testi su educazione e società, “L’ospite ingrato”, Macerata, VIII, 1 (2005), p.163.

[15] Franco Fortini, Su un caso disciplinare, cit., p.161.

[16] Marco Mauruzj e Donatello Santarone, Franco Fortini. Le catene che danno le ali, in “I Giorni Cantati”, I, 2-3, luglio-dicembre 1981, ora in Un dialogo ininterrotto, cit., p.301. Per questa struttura teorico-politica della ricerca fortiniana e per l’orizzonte del suo dispiegarsi nella produzione del medesimo, mi permetto di rinviare al mio “Dopo lungo giro ed erranza”, in Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto, cit., pp.XIII-LI.

[17] Franco Fortini, Prefazione a questa ristampa, in Dieci inverni 1947-1957. Contributi ad un discorso socialista, Bari, De Donato, 1973, pp.18-9 nota 4.

[18] Franco Fortini, Non si dà vita vera se non nella falsa, in Contro l’industria culturale. Materiali per una strategia socialista, Quaderno CESDI, Bologna, Guaraldi, 1971, p.113.

[19] Augusto Vegezzi, Franco Fortini, Gli argomenti Umani. Antologia italiana per il biennio delle Scuole Medie Superiori, Napoli, Morano, 1969, p.1232.

[20] Tre interventi sul libro di don Milani, “Quaderni Piacentini”, VI, 31, luglio 1967, ora in Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto, cit., p.112.

[21] Ibidem.

[22] David Harvey, La crisi della modernità, traduzione di Maurizio Viezzi, Milano, Il Saggiatore, 1993, p.273.

[23] David Harvey, ivi, p.295.

[24] Cfr. Vandana Shiva, Il bene comune della Terra, traduzione di Roberta Scafi, Milano, Feltrinelli, 2005.

[25] Credo che sarebbe interessante riesaminare in quest’ottica anche certi aspetti della critica adorniana all’industria culturale, fonte costante dello stesso Fortini.

[26] Questo, per esempio, è il titolo di una sua opera: Luciano Gallini, Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, Torino, Einaudi, 2011.

[27] Si veda, tra gli altri, l’interessante lavoro di uno studioso, già militante del movimento Occupy Wall Street, David Graeber, Burocrazia, traduzione di Fabrizio Saulini, Milano, Il Saggiatore, 2016.

[28] Mavì De Filippis, Intervista a Franco Fortini, in “La Ragione Possibile”, I, 1, maggio 1990, ora in Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto, cit., p.577.

​22 maggio 2017

​Di Fortini, dell'insegnare oggi

​Articolo apparso con il titolo Un maestro mai salito in cattedra nell'inserto del Manifesto ​su Franco Fortini (Il Disobbediente​) del 4 maggio 2017.

“Quello che di te rimane, che di tutti rimane, non è rappresentato da quei quattro, venti, cento libri che puoi avere scritto, e neanche dagli affetti e dall’insegnamento, perché basta passare una certa età per accorgersi di quanto questo sia vano, ma è una quantità di modificazioni che la tua vita, come quella degli altri, ha introdotto nei rapporti fra gli uomini”. La semplicità da maestro elementare della frase pronunciata da Fortini sul letto di morte accresce la sua profondità.

Oggi, se guardo ai decenni del mio insegnamento, vedo meglio come essi si dividano in due periodi del tutto diversi e quanto a Fortini debbano. Non parlo ora della sua pratica di docente, neppure delle sue riflessioni, pur numerose e ritornanti in tutto l’arco della sua produzione, sulla scuola, sulle antologie scolastiche, sugli studenti. Nell’autore di Mandato degli scrittori e fine dell’antifascismo la spinta antiborghese, assunta la marxiana prospettiva comunista, sia ha sempre di mira un agire collettivo, sia è inseparabile da una necessità pedagogica, cosicché ogni scritto del saggista e del poeta si muove nello stesso orizzonte. La sottolineatura, inquieta ed esplicita, dell’ineliminabile funzione pedagogica di chiunque parli ad altri è stato un caveat che ha accompagnato la mia pratica d’insegnante e che tanto più assume valore generale oggi, quando le massime autorità, coloro che decidono la vita e la morte di milioni di persone, fingono di parlarci come l’uomo della porta accanto.

Una delle ragioni della grandezza dell’opera fortiniana è nel fatto che tale sottolineatura pedagogica si è da subito accompagnata alla critica radicale della posizione privilegiata dell’intellettuale, dal comunismo terzointernazionalista mantenuta invece per il politico-intellettuale. Tant’è che, scrive Fortini, “quella che chiamiamo rivoluzione è in realtà una presa della parola da parte di tutti, col conseguente atteggiamento pedagogico di tutti a tutti”. Tale ganglio è la sorgente fermentante del rifiuto della delega ad altri - ossia al partito - del giudizio politico, insieme con la rivendicazione del valore politico di un’analisi del testo poetico e viceversa, quindi anche del rigetto degli specialismi.

Proprio a partire da questa angolatura, proviene alla mia educazione sentimentale un altro ammaestramento di Fortini: la necessità vitale, per dirlo con Gramsci, dello “spirito di scissione”, che porta a un permanente sguardo critico sulla cultura. Per un intero periodo ho considerato gli allievi miei fratelli minori, da accompagnare nel processo ampio d393i emancipazione della scolarizzazione di massa. Del resto, né il mio insegnamento avveniva nel vuoto, potendo beneficiare dell’azione di movimenti politici, di organizzazioni sindacali nei quali gl’insegnanti trovavano modo di confrontarsi e di agire su temi e terreni non settoriali; né, analogamente, i miei studenti erano privi di loro sedi collettive.

Tutto è cambiato a partire dagli anni Novanta, quando la critica al sapere è stata sostituita dalla critica al costo del sistema pubblico dell’istruzione e della ricerca. Così sono diventate cruciali, per quanto inascoltate, le denunce circostanziate di Tullio De Mauro sulla mancata scolarità e sul grave tasso di analfabetismo funzionale. La svolta decisiva è stata la legge sull’autonomia scolastica di Luigi Berlinguer, la quale muove dal rifiuto dello “statalismo”, sinonimo di dogmatismo e parassitismo. Essa è stata la forma specifica assunta nella scuola dal generale processo di appropriazione privata e di sottomissione al profitto, con cui il capitale si svincolò in quegli anni dal compromesso keynesiano del secondo dopoguerra. Nella mia pratica d’insegnante mi è divenuto sempre più chiaro sia che i miei fratelli minori restavano fuori della porta, sia che gli alunni rimasti in classe parlavano un’altra lingua e non per ragioni anagrafiche.

Il processo ha ricevuto un’accelerazione dirompente dall’ultima riforma renziana. Si consideri solo che la cosiddetta alternanza scuola-lavoro obbliga alla sottrazione, nel triennio, di circa 40 giorni scolastici. Inoltre, poiché l’autonomia si è accompagnata al taglio delle risorse agl’istituti e al blocco stipendiale, la logica perseguita della concorrenza tra scuole, insieme con il bisogno di risorse aggiuntive, ha spinto alla moltiplicazione di progetti con lo scopo prioritario di procurare iscritti e introiti a discapito dei concorrenti. Conseguenze sono stati lo sbriciolarsi dell’azione didattico-pedagogica e il velocizzarsi delle procedure dell’insegnare, mutilando così irreparabilmente il tempo d’apprendere –per non parlare della relazione discente-insegnante, con ciò che a essa è connesso in termini di interiorità dell’adolescente in formazione. In tale contesto, risulta razionale ed efficiente un insegnamento ridotto ad addestramento. Una ricerca recentissima sull’università (In/disciplinate: soggettività precarie nell’università italiana, a cura di Francesca Coin, Alberta Giori, Annalisa Murgia, Venezia, Ca’ Foscari, 2017) conferma che tale condizione della scuola è parte di una logica ben più ampia e di lungo periodo: “Luogo dell’instabilità e insicurezza lavorativa … coinvolta nei trend economici globali”, l’università è sempre più orientata “alla performance e alla standardizzazione”.

La fortiniana critica alla cultura è stata dunque spiazzata da un’aggressione alle sue spalle, che ha espropriato il suo stesso terreno. Se oggi ci si deve misurare con il ritorno a forme di deprivazione ottocentesche, è vero però che né la scolarizzazione di massa è passata invano, né la Rivoluzione d’ottobre, malgrado tutte le rimozioni, è stata una parentesi. Nel caso del mestiere d’insegnante, si tratta di operare contro l’espropriazione del diritto alla conoscenza - del discente quanto del docente-, al contempo praticando, a ogni tappa, la critica allo stesso sapere acquisito, contro, come dice Fortini, “la strangolazione, l’immiserimento caotico, la falsificazione”.

12 maggio 2015

Cassola o della resilienza della vita

Osservando la lunga e prolifica produzione letteraria di Carlo Cassola, romano di nascita, ma toscano di adozione, appare evidente la fedeltà a una narrativa della vita ‘primigenia’ che potrebbe definirsi pre-politica. Dice nel 1972: “è indubbiamente il nudo fatto dell’esistenza, il fatto che esistano certi luoghi, certe persone … che esistiamo noi, è questo che mi spinge a scrivere”. E Fortini, recensendo “il bellissimo libro” di Cuore arido scrive: “Cassola ha ripreso la sua accanita fatica di riduttore. Non si sa bene se gli eventi si svolgano nel 1933 o nel 1833”.

Ecco perché può risultare sorprendente l’attuale uscita di Cassola e il disarmo. La letteratura non basta. Lettere a Gaccione 1977-1984, nel centenario della nascita, a cura di Federico Migliorati e Angelo Gaccione, Lucca, Tra le righe libri, 2017. Il volume raccoglie il consistente numero di lettere di Cassola al giovane sodale dell’ultima esperienza militante del fondatore e animatore della Lega per il disarmo unilaterale. Accompagnato com’è da un’intervista con Gaccione, da lettere a destinatari diversi (Umberto Terracini, Aldo Natoli, Alfonso Leonetti e Francesco Rutelli) e altri documenti interni all’organizzazione, il volume costituisce una fonte importante, di prima mano per la genesi e l’evoluzione, fino al 1984, della Lega per il disarmo. D’altra parte, proprio una delle ultime lettere qui raccolte, datata 10 ottobre 1979, sembra avvalorare l’idea che l’impegno militante di Cassola sia solo un fatto recente. Nell’ampia e importante riflessione sulla propria opera, afferma che solo da ultimo “ho capito che la spinta sociale non poteva essere unicamente letteraria … mediante un’azione politica da condurre con gli altri”. In realtà, quest’ultima, nel senso stretto del termine, ha segnato con intermittenze l’intero arco della vita di Cassola.

La prima, fondamentale stagione è naturalmente la sua partecipazione alla Resistenza con la 23esima Brigata Garibaldi dal 1943 al 1944, nel territorio di Volterra, luogo delle sue vacanze giovanili e città natale della madre. Formò e guidò il comitato militare del CLN. Un’esperienza dalla quale sono usciti i romanzi che per primi gli hanno dato notorietà: Fausto e Anna (1952), La ragazza di Bube (1960) da cui fu tratto nel 1963 il film omonimo con Claudia Cardinale, diretto da Luigi Comencini.

Nell’autunno del 1952, allorché la Democrazia Cristiana di De Gasperi, in vista delle elezioni politiche per la seconda legislatura, aveva emanato una legge elettorale maggioritaria, Cassola tornò attivamente sulla scena politica. Socialisti e comunisti avevano protestato parlando di “legge truffa” e Cassola, che dal 1951 viveva e insegnava a Grosseto, collaborò energicamente con Luciano Bianciardi alla nascita di una formazione politica, Movimento di Unità Popolare, che con i voti raccolti fece fallire il raggiungimento del quorum necessario a far scattare il premio di maggioranza per la DC. Il Movimento nacque dalla convergenza di due scissioni: quella dal Partito socialdemocratico, guidata da Codignola, e quella dal Partito Repubblicano Italiano, guidata da Marcello Morante, anch’egli operante a Grosseto con Francesco Chioccon. Scritti, lettere, testimonianze su quel periodo, raccolte a suo tempo negli atti di un convegno sul tema (Movimento di Unità popolare e crisi del centrismo, a cura di Adolfo Turbanti, Firenze, Giunti, 1995) mostrano il medesimo fervore, lo stesso spirito pratico e la puntigliosità organizzativa che le lettere di Cassola e il disarmo documentano.

Successivamente e in parte parallelamente a questo, Cassola lavora per un quinquennio con Bianciardi a un’intensa opera pubblicistica su vari aspetti sociali e politici, il cui frutto più importante è l’inchiesta I minatori della Maremma (Bari, Laterza, 1957). Nel 1960-1964, quando il successo editoriale gli permette di congedarsi dall’insegnamento, è eletto consigliere al Comune di Grosseto nelle liste del PSI.

L’ultima stagione politica per il Disarmo unilaterale rappresenta dunque lo sviluppo di una costante tensione morale e pratica, che d’altra parte la tarda testimonianza presentata nel libro ora in uscita indica nascere con la Resistenza: mi “aveva fatto capire che bisogna scrivere per gli altri, in modo innanzi tutto comprensibile”. Tuttavia Cassola, in un’altra lettera dello stesso carteggio, asserisce con nettezza che “la letteratura è più importante di qualsiasi altra forma di espressione artistica ed enormemente superiore a qualsiasi altro tipo di registrazione della vita”. Dunque, l’attività narrativa e quella pratico-politica sono due binari senza contatto? La seconda è abbandonata al solo dovere morale?

Io credo che pagine splendide come quelle del Taglio del bosco e della Visita, o quelle di Ferrovia locale, di un’umanità quasi anonima eppure prorompente nella sua tenace resilienza stiano lì a indicarci che la rappresentazione di quella vitalità è, insieme, il grido del suo valore. Ed è quel valore a segnalare all’autore medesimo che esso va affermato fuori della letteratura, dunque a indicargli che il letterato deve per primo cercare di renderlo reale fuori della pagina. Tale fare è appunto storico e politico. Quando, nel disfacimento della lunga fase espansiva del secondo dopoguerra, anche le forze politiche stavano trasformandosi in quello che oggi sappiamo essere, Cassola ha ‘arretrato’ anche la propria azione politica alla difesa della vita nei suoi stati più semplici. Gli animali, dice nel pieno della sua lotta per il disarmo, “parlano un linguaggio più universale degli uomini: le loro storie sono meno localizzate, potrebbero avvenire in qualsiasi parte del mondo”.

18 marzo 2017

​Tre libri su Bianciardi

Michel David, l’autore del monumentale studio sulla Psicoanalisi nella cultura italiana, mi descrisse in un colloquio Luciano Bianciardi nei termini di un “cinghiale selvaggio” della sua Maremma. Per contro, Enzo Jannacci, nell’affettuoso ritratto consegnato al regista Francesco Falaschi, nel cortometraggio della sua biografia bianciardiana, Addio a Kansas City, dice dello scrittore: “sembrava un impiegato di banca”. I due giudizi forse meglio di altro sintetizzano il fuori posto, da cui il grossetano emigrato a Milano si è trovato a vivere. Se all’uomo di spettacolo che cantava degli eroi strampalati della “Banda dell’ortica” appariva troppo ‘borghese’, al fine letterato appariva eccentrico per motivi opposti. La sua condizione di isolato non è separabile dalla sua fedeltà al mondo dei terrazzieri e dei minatori grossetani e insieme dal senso di colpa per la propria impotenza e la propria inadeguatezza, nel travolgimento della vita e dei costumi della intensa innovazione capitalistica del dopoguerra.

È da questa sua posizione che all’uomo derivò presto l’isolamento e poi la disperazione, mentre allo scrittore ne è venuta una fortuna intermittente. La sua bibliografia si arricchisce ora, in brevissimo lasso di tempo, di tre monografie. Arnaldo Bruni raccoglie “scritti nati perlopiù in servizio di convegni e seminari” nel volume “Io mi oppongo”. Luciano Bianciardi garibaldino e ribelle (Aracne, 2016, pp.150). Il volumetto compone un agile ritratto dello scrittore, a partire dal periodo giovanile a Grosseto, con particolare attenzione a Bianciardi e il cinema e al Lavoro culturale. Del periodo milanese, oltre alla Vita agra, viene soprattutto messa a fuoco, come indicato dal titolo stesso del saggio, la passione ‘garibaldina’ di Bianciardi per il Risorgimento visto, dice Bruni, come “premessa della modernità”. Nell’ampio capitolo Bianciardi garibaldino, lo studioso indaga sia le anticipazioni del tema nella narrativa del Lavoro culturale e dell’Integrazione, sia le inclusioni autobiografiche. Inoltre, si sofferma su Da Quarto a Torino per mostrarvi le riprese, che vanno dai garibaldini diventati scrittori Giuseppe Bandi e Giuseppe Cesare Abba, a scrittori come Ippolito Nievo e Alessandro Manzoni.

In quella che forse è stata la prima tesi di laurea su Bianciardi, a tre anni dalla morte, Ermenegildo Saglio raccolse da Carlo Cassola, che per un quinquennio aveva lavorato fianco a fianco con Bianciardi, un’intervista in cui osservò persuasivamente che quando Bianciardi metteva mano alla penna, lo faceva sempre per prendere una posizione critica verso costumi e condizioni del presente. Non sorprende, dunque, che anche Carlo Varotti riproponga fin dal titolo del suo studio questa nota dominante: Luciano Bianciardi, la protesta dello stile (Carocci, 2017, pp. 307). L’ampia monografia offre uno sguardo complessivo e ravvicinato dell’opera dello scrittore. Come indica in modo trasparente lo stesso titolo, il fuoco dell’indagine è ricercare nelle caratteristiche dello stile bianciardiano, nel modus operandi della sua pagina – sia essa narrativa, giornalistica, manualistica o diaristica – lo spazio e l’azione della propria opposizione critica. Per questa ragione, per esempio, dell’enorme mole traduttoria portata a termine da Bianciardi con la collaborazione della compagna Maria Jatosti, lo studioso spiega di far ricorso solo ad alcune opere che abbiano “lasciato tracce individuabili (fatte di temi o di modelli di stile) nei romanzi”. E sempre per questa ragione la stessa ricostruzione del contesto sociale, politico e culturale è da Varotti assunta come materiale convogliato nella pagina bianciardiana. Una scelta netta, una rotta che non manca di marcare la propria linea di confine anche attraverso la polemica aspra contro “il facile entusiasmo di chi ha voluto farne il testimone incorrotto e sventurato di una generazione e di una crisi epocale, l’acuto sociologo che ha capito per primo (anche questo capita di leggere) le dinamiche occultamente persuasive e pericolosamente omologanti del neocapitalismo”. L’indagine di Varotti, collocando Bianciardi tra gli autori del postmoderno, conduce a individuare nel parodismo, ossia nella ri-scrittura deformante, che si dispone in una ricchissima gamma di sfumature, dal grottesco al falsetto, dalle vesti della citazione dissimulata a quelle del falso candore, la cifra specifica dello stile bianciardiano e quindi della sua opposizione critica.

Diversamente, la monografia di Elisabetta Francioni si presenta come studio di un periodo e di un’attività particolari: Luciano Bianciardi bibliotecario a Grosseto (1945-1954) (Associazione Italiana Biblioteche, 2016, pp.175). Tuttavia, robustamente incardinato com’è su una minuta e sistematica ricerca d’archivio e sorretto dalla competenza dell’arte biblioteconomica, lo studio segna una tappa salda negli studi bianciardiani. L’aderenza rigorosa alle fonti, il loro collegamento sicuro al contesto complessivo, nel mentre che sgombrano il terreno da tanti miti fasulli e falsi testimoni, approdano a una diversa e più convincente interpretazione dello scrittore.

L’argomentare pacato e sempre rigoroso della Francioni dimostra che la biblioteca comunale Chelliana, riportata in vita da Bianciardi dopo un’alluvione e i bombardamenti della seconda guerra mondiale, non solo non è stata per lui una sinecura, ma che vi ha intensamente lavorato per farne strumento di crescita culturale e civile a fianco delle classi subalterne grossetane, in collaborazione convinta, non acritica, con i partiti che li rappresentavano: i comunisti e i socialisti. L’amore per lo sberleffo, per la sprezzatura ironica, propri dell’uomo e della sua pagina, erano la faccia esibita dell’infaticabile lavoro quotidiano, dell’impegno intellettuale e della tensione morale per costruire una città più civile e democratica, a partire dalle condizioni dei minatori e dei contadini. Lo studio rende palese perché, ancora nella postfazione del 1964 al Lavoro culturale, l’autore scriva: “eppure Kansas City è una città tremendamente seria, e io ci torno ogni volta con un po’ di magone e parecchio rimorso”. La ricostruzione storica di Elisabetta Francioni contribuisce a chiarire che, per non fraintendere il profilo intellettuale e la voce di Bianciardi, è necessario non perder di vista la scissione tra la sua età di scrittore – dall’abbandono di Grosseto alla morte milanese, da Il lavoro culturale ad Aprire il fuoco – e quella della sua formazione sentimentale del periodo grossetano, il cui lascito più rilevante è la ricostruzione della biblioteca Chelliana e I minatori della Maremma redatti con Cassola l’opera più importante. Di più: tutta la carica corrosiva fino all’iperbole, capace di mettere a nudo gli ottimismi sciocchi, i cinismi aggressivi, le disumanizzazioni nel dispiegarsi della società dei consumi, propri della sua narrativa maggiore, non avrebbe letteralmente potuto prender vita senza il contrappunto del periodo grossetano. Contrappunto con gli anni semmai mitizzato e del tutto consentaneo con l’altro mito della sua infanzia, di suo padre e di nuovo prossimo alla cultura comunista: il Risorgimento mazzinian-garibaldino.

4 marzo 2017

Per la Palestina

Nel viaggio in Palestina dal 28 dicembre 2016 al 5 gennaio 2017, compiuto con altri quarantadue compagni e organizzato da Assopace Palestina di Luisa Morgantini, da cui è nato Jalla!, abbiamo misurato tutta la nostra responsabilità e la nostra pochezza di italiani e di europei. Così, in un freddo asilo d’inverno, è irrotta nella mia memoria, con la forza della necessità, la fortiniana Lontano lontano…, una delle Sette canzonette del Golfo, dedicate alla Prima Guerra del Golfo fatta combattere dal primo Bush contro l’Iraq e cui, per la prima volta, parteciparono aerei militari della Repubblica italiana. Chiesi subito a Fabian Odeh, conosciuto a Gerusalemme in uno degl’intensi incontri organizzatici da Luisa, di tradurmela, come segno, se non tentativo, di costruire un varco, con l’intento di lasciare un fiore, confessare una verità. Ringrazio dunque della cortesia Fabian, palestinese e italiano.

18 febbraio 2017

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https://ilmanifesto.it/jalla-il-coraggio-di-resistere/

Jalla!

Al Ma’sara

Non sono riuscito a cogliere la luce giusta per uno scatto. L’immagine è solo nella mia memoria. Nella stanza troppo grande, tra la folata dei bambini vestiti leggeri, dalle bocche con le parole uscivano nuvolette dense. Fuori della porta, nel primo sole, sembrava tiepido.

Scarsa terra tra sassi fittagni nella schiena brulla, intorno all’edificio adattato ad asilo. Appena più in basso, tra le chiazze di suolo, a rinforzo degli olivi e di una presetta di radicchio, qualcuno aveva ammontinato carrettate di terrioletta. Ho pensato di rimanere seduto lì, sopra un sasso, in un giorno d’autunno, a guardare il cielo ventoso. Sarebbe venuto alla siepe il pettirosso?

Il paese non si sa dove sia. I bambini più volte hanno visto i grandi insultati, il loro padre picchiato dagli armati. Qualcheduno, poi, è sparito. L’uomo che ci parla avrà forse trent’anni, ma non sorride. I bambini si tengono per mano. A turno, qualcuno è consolato dalle maestre. Volontarie senza compenso, ci dicono. Due o tre avranno quindici anni.

Al Jyflik

Il grande pannello rettangolare rosso è proprio davanti casa: zona di esercitazioni militari. Del pericolo sei avvertito. Per questo, quando le camionette arrivano, si deve lasciare di corsa il lavoro e la casa. Intorno, nella pianura del Giordano, malgrado la polvere di gennaio, resiste qua e là il verde. “Al rientro troviamo sempre danni nei campi e alle case”. Il giovane parla con foga della piccola biblioteca che le donne faranno nascere. I muri profumano d’imbiancatura. Nella stanza le sedie disposte per noi non bastano. “Stiamo attenti ai bambini, ma non sempre ci accorgiamo delle bombe dimenticate”. Oltre la finestra, poco distante, s’impennano le ripe desolate che nascondono Amman.

Al Fasayil

La nostra fila per il bagno principia paziente in mezzo al piazzale interrato dell’unica casa a due piani. Entra in una stanza a pian terreno con pochi mobili di legno, gira in una stanzina buia e sale tre scalini dove termina dietro una tenda di stoffa fiorita, proprio sopra un piccolo balzolo, cui è addossato il fornellino con cui delle donne lessano il riso e cucinano carne di pecora. Ma oramai ci siamo abituati. I bagni sono rari, quasi quanto l’acqua.

La spianata polverosa non ha siepi o confini, entra tra le casupole rabberciate, si ritrae davanti capannette di somari e chiuse di branchetti di pecore. La strada appena vi si distingue. Dove sono i campi?

Ogni tanto, tra i piedi, stecchi spinosi di giuggiolo. Uno di noi si china a raccogliere: “ecco da dove viene la corona di Cristo”.

La costruzione in cui pranziamo, discosto dalla casa, ha un’unica stanza rotonda, con un’entrata e tre finestre, non alta ma non asfissiante. I correnti e i ritti sono stati inchiodati da poco. È l’edificio comune del villaggio. “L’abbiamo tirato su in una notte”, di terra battuta impastata di paglia. Sul ripiano, al centro, riso, salse e carne di pecora che le donne ci scodellano con l’aria della festa. Alle pareti un cartello giallo con un triangolo rosso: pericolo mine, in arabo, ebraico e inglese.

La coppia che ci ha accompagnati è giovanissima, la ragazza mostra una gravidanza appena pronunciata. L’uomo la guarda taciturno. È, ci si dice, di un campo profughi. “Certo, sì, la scuola era abusiva. Ma la strada che portava al villaggio più grande, l’esercito l’aveva tagliata con uno scavo profondo”. Le autorità militari imposero di abbattere quanto era stato costruito. “Allora principiammo a ballare e cantare insieme con i bambini, davanti la fila dei militari”. Se non possiamo costruire, allora ci divertiamo.

Si vela la luce sulla finestretta della stanza, che oramai le donne sparecchiano. Cinque o sei pecore dentro il capanno a due passi dalla porta belano verso di noi. Si ballò per giorni, mentre dietro fu finita la stanza. “I bambini la poterono usare due o tre volte”. Poi arrivarono le autoblindo e una ruspa.

At Tuwani

Ha un viso mite, con una peluria ancora rada. Il berretto di lana è tirato sopra le orecchie, anche se ha un nostro accento montanaro. C’è, tra noi, chi l’assilla, arrancandogli dietro per il crostolo sassoso con scarsa erba. “Si dirà a tutti, più avanti”.

La formalità, nei rapporti umani, non è solo lo strumento del dominio. È anche la misura del rispetto, un esercizio contro l’egotismo. “Olmo!”, qualcuno dei suoi lo chiama.

Per quanto si sia saliti alla fine della costa, sul colle vicino più alto, proprio a ridosso, immancabile si erge il recinto: colonie o avamposti militari. Perché l’Impero Ottomano, spiegano in tribunale, riservava al demanio le cime.

La ragazza incinta aveva raccontato con voce calma del loro viaggio sperato in Giordania, fermati al confine. Solo dopo mesi aveva potuto rivedere il giovane sposo, nell’aula del processo. Sorrideva la ragazza, il marito sedeva a capo chino: signor Giudice, nel giorno e nell’ora della vostra accusa, l’imputato si sposava a mezza giornata di distanza. Il giudice militare, guardato il certificato, prese il capo d’accusa, scrisse qualcosa: “Non è un problema. Ho cambiato data: se avete documenti che attestino che non era presente, mostrateli”.

Il sole è ora più tiepido. Sul colle accosto, proprio sullo sperone è arrivato il militare. Ci guarda in piedi, a braccia incrociate.

Il significato della legge, come delle parole, lo decide chi comanda.

L’uomo davanti a noi ha un volto scavato, dentro il cappuccio della felpa. Vedo il naso aquilino. Fuma, nei brevi intervalli della traduzione dalla lingua dei padroni. È di mezza età, mi sembra. Ha il corpo e le mani dei contadini. Olmo ha lasciato il posto a una ragazza forte, dal viso severo e fermo. Il sole scalda la nostra destra, appena di spalle. L’esile tracciato di strada tra i massi e i ciottoli in basso si fa più nitido: il poggio declina in un falsopiano terroso. Dal punto in cui ci hanno accompagnati, si scorge la strada costeggiare alla sua destra alcune serre, la si vede proseguire per altri duecento metri per poi lambire alla sua sinistra il recinto di rete e filo spinato della colonia.

Gli occhi dell’uomo che ci parla col tono di chi non ha bisogno di scegliere le parole fissano altro. Spesso abbassa la testa. Dietro quelle alture, a più di un’ora, la strada porta ad altri villaggi di grotte e capanne di copertoni. Da lì vengono a piedi i bambini per la scuola elementare. “Ragazzi e uomini sbucano dalla rete di protezione. S’avventano giù a volto coperto, urlando con sassi e bastoni, al loro passaggio”.

L’uomo spenge in terra la sigaretta. Ci guarda uno a uno. I volontari internazionali non accompagnano solo i bambini, perché i pastori vengono circondati e anche le pecore sequestrate dall’esercito e gli olivi aggrediti. “In una notte, duecento sono stati troncati”.

Nablus

La stanza, dai muri in pietra ben ordinati, è lunga, non alta, senza finestre, con volta a botte. Sembra un rifugio. Ci sediamo ai lati, in fila. Le donne che ci ospitano ci accolgono sorridenti. Una bambina passa con un vassoio di dolcetti. A una a una, prima di prendere parola, si alzano in piedi. Si chiamano a turno. Parlano della propria reclusione, della loro cura dei bambini orfani o che hanno sofferto le diverse violenze.

Una donna entra in ritardo, saluta allegra e va a sedersi in fondo alla stanza. Al suo turno, si avvicina con passo energico. Ha un’età matura, folti capelli neri, volto bello e spigliato. “Quando finalmente hanno scarcerato mio fratello e l’ho visto tornare a casa, non stavo dalla contentezza. Non dico della nostra mamma, già in là con gli anni”. Dopo qualche tempo, i militari bussano ancora nel cuore della notte. “Salgono e prendono me. Io sono felice, perché non erano tornati per mio fratello”. Poi chiedono anche di lui e la vecchia madre si aggrappa piangendo al soldato. “No, grida, sono i miei occhi! Non prendeteveli tutti, singhiozzava, prendetemelo uno per volta!”.

Via Shuhada

Incomprensibilmente, là dove la grande via scende un po’, ricevendo la confluenza di un’altra, si forma una ressa. Il gruppo deve fermarsi. “Qui, proprio dietro l’angolo…” il militare di pattuglia è irremovibile. Mentre il suo più giovane compagno paffuto rimane indietro, con aria assente, l’altro è in mezzo a noi, di fronte al giovane che ci guida. “È proprio qui, non più di cinque metri…”. Il militare non parla più, né si volge ad altri che lo interrogano o implorano, non allarga le braccia. Rimane immobile, non perde per un attimo con gli occhi quelli della nostra guida. Quasi sorride. Il giovane che ci guida desiste. “Ora che voi passate avanti, guardate subito a destra. Sulle scalette hanno ammazzato due diciottenni, che avevano preso la scorciatoia per l’università”.

Poco prima, il giovane ci aveva parlato nel breve giardino di casa fra vecchi olivi, appena più in alto. Da un lato e dietro, a cinque metri s’innalzava una scarpata fino al primo piano. Dietro il filo spinato due ragazzini in kippah zappettavano per tutto il tempo lungo la rete. Sorvegliava un uomo in armi. D’un tratto, un plotone in assetto di guerra ha principiato le esercitazioni tra olivi, case, ragazzetti dietro un pallone e mamme con figli in braccio. Il nostro ospite raccontava della fatica per entrare nella casa che aveva affittato. “Un giorno trovai qui, davanti la porta, un uomo che parlava con accento francese”. Distende le braccia a pugno chiuso, per farci vedere. “Gridava. È mia!, diceva, me l’ha data Dio!” si cercò di calmarlo. “No! È scritto nella Bibbia!”.

Che cosa può un povero contratto notarile, di fronte alla parola di dio? E sarebbe stato inutile chiedere in quale versetto si riscontrasse il suo nome.

E che vale dire che quella casa, quegli olivi, fin dalla loro origine erano stati dei padri del giovane che ci parlava? Che quella terra medesima da cinquecento anni o da due millenni mai avevano visto il francese o i suoi antenati? La parola di dio e dio medesimo non hanno, come gli uomini, tempo. Se avete altri argomenti, o miscredenti, portateli!

Lasciata la nostra guida, oltrepassata la confluenza della via, tutti i portoni in ferro sono saldati, inchiodati quelli di legno. Sulla destra, il muro che partiva dalle scalette si apre in una porta stretta. Senza battenti, è cucita da una matassa di filo spinato. Di là, pietre di tombe deserte.

Lungo la via, le finestre sono cieche o orbite vuote. Solo in rari casi, ci si dice, è possibile agli antichi abitanti entrare dal tetto, salendo dalla strada parallela. Sulle facciate silenziose strane gabbie di ferro oramai arrugginito chiudono terrazze e finestre. Incastrato in una di queste, un vecchio cartello sbilenco scritto a mano lascia ancora qualche brandello: apartheid.

Bili’n

Il sole invernale è già basso. La ghiaia dello stretto piazzale pare più calda. La madre, alta e austera, sorride appena con gli occhi. Uno dei figli, di mezza età, zoppica un poco. Per mesi e mesi gli abitanti del villaggio con i loro vicini hanno gridato a mani nude contro il muro che chiudeva agli abitanti campi e olivi. Uomini, donne, bambini e vecchi hanno sfidato con la sola voce bombe lacrimogene e assordanti, proiettili di gomma. Il figlio, che vedeva il pericolo per i bambini e le pecore già morte, fermi!, gridò alzando le braccia verso i soldati.

Ora una grande pietra incisa ricorda il suo nome in un piccolo parco della rimembranza, ricavato sulla scarpata della strada sterrata, in faccia all’alto muro che, spostato più in basso, protegge le case ancora fresche di calce della colonia. Accanto alla lapide, oggi, un virgulto d’olivo ricorda la giovanissima sorella. Nella foto appesa, sopra la bocca ferma, due occhi smarriti.

Qualcuno ci racconta del fratello zoppo. Fermato, con le mani alzate e il volto appoggiato all’autoblindo, gli si avvicinò un giovane militare, lo affiancò e gli sparò dritto nel piede.

Nel nostro gruppo l’uomo si muoveva allegro, scherzava con la madre, c’invitava a entrare. Ma il sole scendeva veloce. Il pullman era fermo sulla strada. La nostra guida più volte ci sollecitava.

“Jalla!”.

23 gennaio 2017

Il testo è uscito anche in Officina dei Saperi: http://www.officinadeisaperi.it/agora/parole/

Parole

“Dio ti fulmini!”: il grido dell’impotente proclama sempre la sconfitta subìta, proprio mentre millanta di negarla. Una postura talmente scoperta, che il realista crede di trovarvi la prova definitiva della sua antica convinzione: nomina sunt consequentia rerum. Eppure qualcosa non convince.

Che cosa induce il parlante secolarizzato da oltre due secoli di capitalismo a ripetere l’ossequio degli albori che nella parola sentivano la folgore divina? Rimane cioè il sospetto che il remoto tremore e l’invettiva moderna non siano semplici finzioni, ma costituiscano dei sintomi, ovvero che le parole in cui si sostanziano segnalino davvero la negazione dell’impotenza, per quanto la sua verità prenda la figura paradossale di un dio che obbedisce al nostro comando. Più volte ho personalmente risposto che quando mi vedo incapace di agire, quando anche il fiato mi manca, allora scrivo. Tuttavia non è questa stessa tensione, il suo risultato un’altra prova che lì esiste e agisce una qualche negazione della negazione?

Dal lato opposto, non da oggi più d’uno ha argomentato che nei pronunciamenti del tipo “L’imputato è condannato” la cosa, anche la più grave in assoluto, nasca dalla parola, non viceversa, esattamente come il sacro precetto asserisce: fiat lux! In questa nostra epoca assistiamo alla mondanizzazione radicale e massificata del fenomeno, perché è esperienza persino dozzinale che le parole sono cose da cui rastrellare lucro. E non dico qui di organismi raffinati, di quell’“opera d’inchiostro” che già al principio dell’età moderna messer Ludovico sapeva di dovere al suo signore Ippolito. Sono proprio le frattaglie della comunicazione, dalla lista della spesa al ciao ciao del mattino al vicino di casa, le cose da vendere e acquistare: è l’attività del parlare, ciò che viene messo a valore e perciò espropriata. Non mi riferisco a chi contratta e vende la propria attività parlante, fatto antico che andrebbe forse meglio indagato, ma alla miriade di occasioni quotidiane che i mezzi informatici mettono a disposizione e di cui, chi se ne serve per salutare l’amico lontano o incontrarne uno nuovo, ignora totalmente che la società di recapito vende il tuo messaggio e, per questa via, la tua persona, la tua vita a chi sa chi e chi sa dove, in una ragnatela dalla mirabile capacità di trasformare il più individuale e intimo gesto, la parola, nel più astratto e anonimo valore di scambio, dove nessuno parla più a nessuno.

Nel punto estremo in cui ci troviamo esposti, dove non ha più senso discutere se è il nome che nasce dalla cosa o viceversa, perché semplicemente le due serie sono una sola, risulta forse più chiaro quanto avremmo dovuto sapere da sempre, ossia che le parole sono medium dei rapporti umani. Ciò comporta delle conseguenze vaste e notevoli. I rapporti sociali umani sono stati e sono il campo, l’energia e la posta del conflitto tra differenze e contraddizioni, dunque le parole – il loro significato e il loro valore – portano impresso il conio di chi, nel conflitto, ha potuto imprimerlo. Si può infatti leggere la raffinatissima codificazione linguistica, che le civiltà umane hanno diversamente sviluppato, come il tentativo di arginare la violenza originaria e permanente della legge del più forte. Un’enorme opera di mediazione, vero codice di Hammurabi. Tuttavia, come il vocabolario di una lingua rimane saldamente storico, così gli atti di parola, se apparentemente obbediscono al principio di uguaglianza formale che il codice loro garantisce, portano impresso il peso sociale del loro conio, tant’è che sia chi li emette, sia chi li riceve lo legge. Il dio ti fulmini odierno non è dunque un flatus vocis, né solo sfogo, ma l’atto pubblico d’insubordinazione, per questo chi lo riceve non ne ride.

Edificanti i casi in cui difetti la lettura del peso di chi parla, inducendo a prendere fischi per fiaschi e a subirne la sanzione. Interessantissimo è l’attuale diffondersi epidemico, anonimo, con considerevoli effetti politico-sociali, delle false notizie credute vere. Non infrequentemente tale fenomeno si accompagna al suo opposto: la falsa notizia è coniata da fonte nota, il cui grande peso sociale garantisce della verità, al punto che quand’anche, dopo qualche tempo, la medesima fonte la riconoscesse falsa – è capitato –, non per questo cessa l’effetto precedente. In entrambi i casi, è con evidenza lo stato di sottomissione sociale causa del danno.

27 dicembre 2016

 

 

 

​​Il presente testo è stato condotto sul dattiloscritto concessomi dall'amichevole cortesia dell'Autore. L'opera è ora uscita da Castelvecchi (v.a.).

Leggi l'intervento di Mario Marchionne: http://velioabati.altervista.org/discussione-con-fuori-squadra-io-di-enzo-scandurra.html

​La ​Conversazione ​è presene anche in ​Officina dei Saperi​: http://www.officinadeisaperi.it/wp-content/uploads/2017/01/conversazione_Fuori_squadra_ABATI.pdf

 

Velio Abati

Conversazione con Fuori squadra io di Enzo Scandurra

 Ci sono amici di una vita e ci sono amicizie importanti che nascono in un solo giorno.

Come se ci si fosse frequentati in un'altra vita passata.

E. Scandurra

Biografie.

Alcuni, tra i miei maestri, mi hanno parlato della loro passione per il genere biografico, con il suo sottogenere dell’autobiografia. Genere medico, genere criminologico, genere filosofico… nel secolo scorso il comune campo originario – la letteratura – è esploso. I metri cubi di carta scritti sono oggi proliferati nei milioni di bit dei cosiddetti social, cui il mezzo offre l’ampliamento di foto, autoscatti e filmati.

Osservando il fenomeno dalla coda, non è difficile diagnosticarvi l’angoscia dell’anonimato, il furore esibizionista della desertificazione, gli urli nel vuoto di chi è rimasto senza parola. Tuttavia proprio scrutando questo ribollire apparentemente caotico della condizione umana, è possibile vedervi nuda la ragione intima, necessaria e assolutamente nobile del raccontarsi, che è darsi un senso. Ai mortali di Omero non bastava l’agire, avevano bisogno del riconoscimento degli altri. Noi, più modesti o più ciechi, lo attendiamo dalla nostra coscienza.

Sarà forse per questa lunga pratica – se davvero progresso si dà nella “scienza umana” – che oggi siamo assai prudenti a prestar fede nell’aderenza della memoria ai fatti, dell’autobiografia alla vita. Ciò che Dante dice di sé disceso dal Paradiso vediamo valere per ciascuno di noi in relazione ai fatti e ai pensieri della nostra vita, perché il “trasumanar” è l’atto stesso di dar senso, stabilire relazioni e gerarchie a ciò che è avvenuto e avviene, a ciò che abbiamo agito e detto; perché l’oblio non è l’esorbitanza divina, ma lo scarto necessario – non importa se volontario o meno – per togliere “il troppo e il vano” dalla casualità del nostro agire e subire, almeno quel tanto da rendere sopportabile e augurabile il nostro percorso e il nostro fine, costantemente buttati di fronte al fatto che la materia dell’uno e dell’altro è unica e finita.

 Armadillidium vulgaris

 “Un giorno, molti anni prima, durante un intervento a un convegno, in un’aula gremita di colleghi e studenti, mi ero inaspettatamente interrotto nel mezzo del discorso e, colto da panico, rinchiuso in un imbarazzante quanto imprevedibile silenzio. Avevo ripreso a parlare diversi minuti dopo, giustificando quell’interruzione con il sopravvento di uno shock emotivo”.

Il lettore deve resistere al rinvio automatico alla Coscienza sveviana, tanto più che tale pressione arriva in altra parte a ostentare il confronto tra l’io narrante e il claudicante Zeno. Per quanto lo Scandurra che si racconta in Fuori squadra io ricorra a una mossa di pensiero che sembra presa di peso da una delle innumeri capriole ironiche della Coscienza (“Non potrebbe essere l’inadeguatezza un efficace antidoto contro la barbarie quotidiana che tutti accettiamo come fosse una condizione naturale?”), un abisso separa le due voci. Per dirlo sbrigativamente, la ferita che Ettore Schmitz si è portato dietro per tutta la vita non è mai arrivata a trafiggere lo schermo tra il giorno e la notte, tra pubblico e privato. Per assicurarsi che la chiusura restasse salda, non solo egli addebita la Coscienza a Zeno Cosini, ma per tener tutto il più possibile alla larga da Ettore, firma il resoconto con un nome de plume: passione per l’argine che aveva oscuramente presto cercato con l’Ettore Samigli degli esordi.

Nessuno pseudonimo, invece, nessuna esibita ‘invenzione’ letteraria nell’opera di Scandurra. Le due facce si sono fuse.

Il racconto prende le mosse dall’oggi, articolandosi in un lungo flash back, per riconnettersi alla fine con l’iniziale tempo della scrittura. In quelle pagine d’avvio l’autore si arma di un omaggio alla Recherche proustiana, solo che la madeleine nella prosa asciutta di Scandurra è diventata il feroce cancro alla prostata. Lo schermo, si diceva, è stracciato.

Tra le punte dello scompiglio libertario che tra i Sessanta e i Settanta irrompe nelle istituzioni, nei luoghi di lavoro e nelle famiglie, c’è una bandiera per prima impugnata dalle femministe: il privato è pubblico. Non si discute qui se si trattasse, come allora si pretendeva, di una proposizione anti-borghese o meno, anche perché nei fatti sociali nulla è definibile per statuto teorico, fuori dell’agire pratico, storico degli uomini in carne e ossa. Preme semplicemente constatare che la separazione “borghese” lì presa di mira è stata abbattuta nel senso comune – se non nella pratica effettiva – e che la fusione in tal modo ottenuta tra le due facce dura tutt’ora. Uno scompiglio che non solo ha segnato irreversibilmente le generazioni che a quel vento si sono formate, cui Scandurra appartiene, ma in forme e intensità diverse ha modificato anche latitudini sociali e generazioni che poco o nulla di quei fatti lontani sanno. Personalmente sono convinto che assumere tale massima a norma di condotta e di giudizio permetta di spostare più avanti il punto di contraddizione del vivere civile.

I titoli della geometria su cui si struttura il racconto sono trasparenti già nell’indice: Il tempo sepolto, Il tempo sospeso, La città dentro di me, Il tempo fuori squadra, Il tempo ritrovato. La città, centro del lavoro scientifico dell’urbanista che si racconta e centro biografico, è sovrastata dal tema vero dell’opera: il tempo. Scrive nel Tempo ritrovato:

“Mi spendevo fisicamente, senza sosta, per costruire muretti, spianare rilievi, spaccare e demolire le rocce affioranti, attrezzare quei luoghi selvatici per farli diventare accoglienti. Il mio era un tentativo interminabile di dare ordine a quei luoghi sottraendoli al caos delle leggi naturali, ogni piccola vittoria riportata su quella natura selvaggia, ogni piccolo spazio sottratto al caos e diventato praticabile, mi procurava una grande soddisfazione; quello solo avrebbe resistito all’attacco del tempo, quando i miei nipoti, un giorno, avrebbero detto: «Lo ha fatto il nonno!»”.

Il lettore avrà facilmente colto il sentimento prevalente: la nostalgia d’integrità. Marx l’avrebbe chiamato “il sogno di una cosa”. Ci si trova di fronte a uno stato d’animo e a una mossa teorica straordinariamente diffusa nella cultura del Novecento, per quanto diversamente vestita e orientata. A me è capitato d’indagarla nella mirabile prolificità della poesia zanzottiana, dove si presenta sotto forma di spinta orfica, o nella sofferta lotta antiborghese di Franco Fortini, voglio dire nella sua strenua assunzione a norma etica e teorica di una totalità necessaria.

Nella prosa disadorna del passo in esame, molteplici forze sotterranee premono verso una ricomposizione umana, il cui proclamato raggiungimento non riesce a nasconderne l’irrealtà, quanto l’immedicabile bisogno. Ricomposizione di mente – principale strumento di azione personale e sociale del professor Scandurra – e corpo, da cui il piacere fisico della fatica. Ricomposizione di ambiente artificiale – la metropoli romana, dove opera e vita dell’autore si sono svolte – e ambiente naturale della campagna, nella forma dell’antropizzazione mite compiuta sulla natura ostile. Ricomposizione tra il tempo pubblico dell’impegno accademico e tempo privato della vita biologica, nella forma della memoria fidente del lascito familiare.

Vi incontriamo uno snodo delicato, che può oggi essere seriamente travisato, tanto più che lo stesso narratore parrebbe in più punti autorizzarlo. Ma di questo più avanti. Se invece da quel punto ci volgiamo indietro, registriamo lì il precipitare di uno scontro tra posizioni inconciliabili.

Un pomeriggio estivo ero, insieme con il poeta Roberto Bugliani, ospite di Franco Fortini, nella sua villa di Montemarcello, là dove oggi riposano le sue ceneri. Nel mezzo di una discussione, in cui come sempre Fortini straripava, con la timidezza e l’impeto propri della mia condizione di giovane universitario, mi capitò di sostenere che il buon agire politico non poteva non accompagnarsi, per coerenza, a una bontà nell’agire quotidiano e personale. A distanza di tanti decenni, posso arrossire dell’ingenuità utopistica di pensarne immediata la realizzazione, ma nello stesso tempo né rinnego di un grammo quella necessità, né temo la sfrontatezza di affermare che a quella norma ho disperatamente cercato fedeltà, pagandone prezzi salati di contraddizioni, scorni ed emarginazioni.

Fortini, che era ciò che sopra si diceva e tanto ruolo di maestro aveva avuto nei movimenti del Sessantotto, ma che in altra precedente stagione si era formato, rispose con energia che gl’individui sono come quei minuscoli crostacei che vivono nei muri umidi delle case di montagna, i maialini: se si concentrano sul loro io si arrotolano, se però vogliono uscire dall’immobilità, guardare gli altri e procedere devono distendersi.

 Tempi

Lo sconvolgimento che, d’improvviso, dalle fondamenta travolge il corpo e l’animo, impone al soggetto Fuori squadra io di riraccontarsi per sopravvivere. La durata e la direzione del tempo prorompono con tutto il furore dell’inevitabile. È necessario un argine, all’istinto del nulla. Nel gravoso lavoro psichico e razionale della narrazione è venuto in soccorso l’habitus dell’ingegnere: la ricomposizione del tempo è assecondata dalla struttura circolare della materia, che a sua volta è forma della ricomposizione della persona che si racconta. Nella nuova condizione segnata dalla catastrofe, emerge il rilievo – sia per la durata, sia per il valore - assunto ora dall’insieme dei gesti, degli sguardi, degli oggetti che potremmo dir appartenere alla condizione primigenia della vita, mentre in altro tempo sfuggivano persino alla percezione. Nella prosa sempre sorvegliata, esplicito è il ribaltamento delle gerarchie tra il presente ricongiunto al lontano passato e il tempo intermedio della maturità.

Si argomentava sopra che la riorganizzazione del senso perseguita dall’io narrante non è – come il pensiero spontaneo potrebbe suggerire – uno spostarsi fuori della storia, ma è un lavoro intimamente segnato dal suo radicamento storico, sia presente che passato. Chi, sul finire dei Sessanta, proclamava che il privato è pubblico, sapeva di compiere la medesima mossa intellettuale e morale di chi criticava la separatezza dell’agire pratico dalla politica, si trattasse della ‘nobiltà’ della ricerca scientifica, o del ‘volgare’ tengo famiglia. Io sono tra coloro che tutt’oggi ritengono che il meglio di quegli anni ricchi e convulsi si trovi nella critica alla neutralità della scienza, della cultura e alla separatezza del ceto politico. Così come l’opera per una società migliore voleva dire tentar di praticare una vita comune migliore, allo stesso modo l’attività politica era prima di tutto la politicizzazione dell’attività che ti dà il pane e del ruolo che ti distingue nella società. Va da sé che quanto qui si dice non vale come giudizio complessivo: non sono mancati infingimenti, paurose illusioni, stupide forzature, contraddizioni madornali denunciate dalle stesse pagine di Fuori squadra io.

Il primo, macroscopico dato è che chi si racconta condanna al silenzio l’intera sua attività scientifica. Fatto tanto più clamoroso se si tiene d’occhio il ruolo di Scandurra nel rompere le ristrettezze settoriali, sia tecniche che accademiche, del suo campo di competenza, l’urbanistica. È vero che quando, in più luoghi, il racconto ne parla, lo fa ricorrendo proprio allo sguardo critico sopra richiamato. Di mira è infatti il cinismo strumentale nei giochi di potere accademico. Ma l’io narrante presenta se stesso come se l’intera sua carriera professionale ne fosse interamente ed esclusivamente segnata. È un fatto che sia l’atteggiamento complessivo, sia giudizi specifici bollano di falsità e imbroglio la propria intera vita scientifica e professionale.

Eppure capita d’incontrare un breve capitolo, quasi un inciso pudico: l’episodio della conferenza al centro sociale dell’ex colorificio di Pisa, dove chi si narra dice di essersi sentito lì a casa propria: “Peccato non aver portato il cagnolino; insieme – pensai – avremmo potuto restare anche la notte”. Appena uno slancio smorzato, quasi una preterizione, tuttavia sufficiente a schiudere un’altra scena, a mettere in sospetto un lettore che troppo si fosse fidato della lettera impegnata a tacere l’esistenza di una diversa pratica e senso del sapere scientifico. Né sfuggirà un’altra pagina di medesimo tenore, per quanto collocata nell’inversa posizione della deprecazione, là dove, parlando della condizione odierna dell’università, essa è definita un enorme laboratorio meccanico dove pezzi analizzati con cura sono oramai senza vita: “avevo abbandonato quel laboratorio dopo che per anni avevo tentato di ricostituire l’unità della creatura smontata e privata della sua anima”.

È proprio questo pertugio, credo, a indicarci che il rifiuto del ruolo accademico e soprattutto il vasto silenzio dell’attività scientifica siano propriamente il disgusto non di ciò che Scandurra ha fatto e scritto – come pure la lettera suggerisce - ma di ciò che il ruolo accademico e l’attività scientifica sono nel frattempo diventati.

Il lavoro di ricostruzione della persona prende, su questo versante, le vesti della negazione – o, per dir meglio, della denegazione – a segnalare, credo, un di più di frustrazione; diverso è il percorso dell’impegno politico. Qui, lungi dal forzare sotto un giudizio negativo l’intera durata della militanza politica, si sottolinea ricorrentemente il declino delle condizioni che l’hanno resa possibile e non ci si sottrae a rievocare l’entusiasmo di ‘allora’, per quanto nei termini distaccati propri del tempo della narrazione. Il titolo del capitoletto, Prendevamo a calci la luna, dove più direttamente se ne parla è un trasparente omaggio all’opera memoriale di Pietro Ingrao, Volevo la luna. Intellettuale politico cui si dedica non casualmente il ricordo rattenuto dei suoi funerali. Il tono degli excursus sul tema, ricorrenti non solo nel tempo passato ma anche in quello attuale, è di disillusa resistenza. Chi si ri-racconta ha scelto una postazione che, se per un verso rifiuta il simulacro che ancora si chiama politica, per l’altro non cede al cinismo scettico di chi eternizza il presente. Non è difficile trovarne numerosi segni, non ultima l’evocazione fraterna di Bruno Amoroso. Ma per tutti può bastare la citazione condivisa di una testimonianza ingraiana, tanto più tenace e consona a chi si racconta, perché mette a nudo una faglia intima, dove personale e pubblico, sentimento e ragione, pensare ed essere, destino personale e destino collettivo si fondono naturalmente:

«Io sento penosamente la sofferenza altrui: dei più deboli, o più esattamente dei più offesi. Ma la sento perché pesa a me: per così dire, mi dà fastidio, mi fa star male. Quindi, in un certo senso, non è un agire per gli altri: è un agire per me. Perché alcune sofferenze degli altri mi sono insopportabili. Questo episodio può dire la ragione per cui io rimango incollato alla politica, persino sotto l’aspetto tattico. Non sono sicuro che ciò si possa rappresentare come una motivazione morale. C’entrano gli altri, in quanto la loro condizione mi turba, e senza gli altri non esisto (nemmeno sarei nato)».

Credo che qui s’incontri il punto più fondo, da cui origina la forza e la ragione prima del lavoro strenuo e severissimo compiuto dall’io per ri-trovare una propria unità. Questi è rimasto fedele alla ricerca di un’esistenza che fugga il più possibile le ipocrisie dei compartimenti stagno, le contraddizioni della sopraffazione, le cesure tra pensare ed essere. Se la durata del tempo attuale dedicato ai gesti elementari del vivere quotidiano, all’osservazione della natura, alle attività ‘non-utili’, ovvero a tutti quegli elementi che, per chi guardi con l’occhio della prestazione e del potere nei ruoli sociali, risultano insignificanti o addirittura dannosi; se la durata di quel tempo – dicevo – è messa ora in primo piano contro il tempo ‘adulto’ della vita professionale, ciò non dipende da una regressione nel privato, ma dal conflitto oggi tornato drammatico tra il bisogno di una vita integra e le forme odierne assunte sia dall’attività politica che da quella accademico-scientifica. In Fuori squadra io fermenta un enzima mite e tenacissimo che, a chi ha la pazienza d’ascoltarlo, grida la falsità dei nomi che hanno perso la cosa, insieme con la spinta inesausta a dargli seguito.

Intanto che chi si racconta fa i conti con il farsi e disfarsi dei suoi e nostri tempi di vita, al centro permane, salda come l’amore filiale e incancellabile come il senso di colpa, una Roma eternamente plebea. Oggi più che mai emblema del nostro tempo.

24 ottobre 2016

 

 

 

 

SUL LETTORE

Velio Abati

Tre domande

“Purtroppo (oggi) -scrive Ennio Abate- è così: i post più impegnativi (e lunghi) non ricevono commenti. […] Non è detto che non siano letti, ma è come se non si sentisse più l'esigenza di affrontare tematiche complesse. Non è un problema da sottovalutare: non ci sono più i destinatari che noi ci aspetteremmo. E anche i più ben disposti faticano a stare sul piano di un discorso razionalmente esigente o di una ricerca letteraria non accomodante […] riflettiamo sulle ragioni di queste "resistenze" e sui modi migliori con cui potremmo reagire noi a questa situazione di crisi”

Posto che la rilevazione del fenomeno compiuta da Ennio sia corretta (si manifesta come un dato di fatto):

1) è questo vero in modo onnicomprensivo, o solo per certi ambiti della cultura e della sua circolazione?

2) quali sono le cause e gli effetti?

3) quale risposta dare, ossia quale atteggiamento pratico assumere?

Donatello Santarone

Caro Velio,

le domande che poni sono cruciali. Credo che quel che scrive Ennio sia la prassi più diffusa in relazione a questioni che richiedono sforzo, studio, concentrazione. Insomma, quello scavo verticale che Hegel definiva "la fatica del concetto". Non mi meraviglia più di tanto quando abbiamo un partito-movimento, i 5 stelle, che fondano il loro consenso su un click "mi piace"/"non mi piace". Ultimi di un lungo processo di imbarbarimento della società italiana iniziato negli anni Ottanta e oggi arrivato a compimento. 

D'altronde le nostre verità - poetiche, storiche, politiche, educative... - sono oggi in Italia caricaturizzate o semplicemente ignorate. Per nostre verità intendo quelle del marxismo, del socialismo, del comunismo. Ma continuo comunque a pensare che di queste verità ci sia bisogno e che pertanto, in ogni sede dove ci sia consentito agire, vadano dette. Se in un blog non c'è risposta, in un’aula scolastica o universitaria, in un piccolo centro sociale, in una biblioteca comunale, in un'associazione di volontariato, ancora esiste la possibilità di uno scambio, di una reciprocità, di una relazione non mercantile. Questa per me è una speranza.

La cosa tragica è che questa indifferenza e ostilità e fango vengono propinate in quella che l'economista Vladimiro Giacché, in bel libro dedicato al suo maestro alla Normale di Pisa, Nicola Badaloni, definisce La fabbrica del falso (Imprimatur Editore 2016). Menzogne scientificamente organizzate per nascondere gli orrendi crimini - le guerre imperialiste per nominare esattamente le cose - che i nostri paesi vanno compiendo in tante parti del mondo per imporre la civiltà del denaro, unica ammessa dal Capitale. Le recenti menzogne sulla Siria e su Aleppo sono in questo clamorose: gli artefici della distruzione di un paese sovrano e laico, cioè gli Usa e l'Europa occidentale finanziatori e istruttori del terrorismo islamico insieme ai fedeli alleati di Israele, Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Ucraina, Ungheria, Romania, Paesi baltici ecc. ecc.,, ora attribuiscono al governo siriano e alla Russia la responsabilità di quanto sta accadendo. E' sconcertante! Ed è solo uno dei mille esempi che possiamo fare (vedere per tutto quello che ci viene taciuto il sempre aggiornatissimo sito di Noam Chomsky). 

 

Walter Lorenzoni

Caro Velio,

mi sono venute in mente tante discussioni che avevamo fatto su questi temi ai tempi della Fondazione Luciano Bianciardi e del “Gabellino”. Mi sono andato a rivedere alcuni di questi vecchi materiali e, dopo circa vent'anni, certe analisi che lì erano solo abbozzate, perché rivolte a fenomeni in fieri, ora risultano ancora più valide di allora, perché i processi in atto si sono compiutamente dispiegati. Nell'Introduzione agli atti del convegno sulle riviste provai a sintetizzare queste pluriennali riflessioni del nostro gruppo di lavoro. D'altra parte, proprio in quel convegno, volendo guardare più lontano, decidemmo, con non poche titubanze iniziali, di inserire proprio un intervento sulle riviste di cultura telematiche.

Non sto quindi qui a ripetere quali sono le conseguenze di un eccesso di informazioni, di una spasmodica ricerca della velocità (Paul Virilio paragona la troppa velocità alla troppa luce: non si vede nulla), di una frammentazione dei dati e della loro separazione in rigidi comparti, della rapidità di consumo dei "prodotti" delle diverse possibilità di accesso ecc. ecc.

Nello specifico,  quello che più mi sollecita, e al tempo stesso mi inquieta, non sono tanto le domande che fai, ma la premessa: "Posto che la rilevazione del fenomeno compiuta da Ennio sia corretta".

Il mio sospetto è che non si tratti tanto di lettori per qualche ragione "intimiditi", che sicuramente ci sono, ma soprattutto di non-lettori. Ormai diversi anni fa, uscì un libro di questo mediattivista olandese, Geert Lovink, intitolato Zero comment, in cui si diceva che, in oltre il 90% dei più di cento milioni di blog allora esistenti, compariva, immancabilmente, un tassativo "zero comment", alla faccia dell'interattività promessa dal cyberspazio ed esaltata dai cantori delle magnifiche sorti progressive della rete. Su questo, ormai, credo che ci siano analisi sociologiche abbastanza consolidate, che rendono ragione anche di quel mutamento antropologico che sta coinvolgendo sicuramente le nuove generazioni (a scuola abbiamo modo di osservare da vicino il fenomeno), ma che riguarda anche chi nativo digitale non è (mi capita di seguire superficialmente questo dibattito leggendo le pagine culturali del "Manifesto", in particolare Benedetto Vecchi, che, tra le infinite altre cose, si occupa anche di questo).

Sui pochi lettori, che credo, comunque, ci siano, visto che “Poliscritture” è una rivista di cultura sulle cui pagine si va solo se si hanno certi interessi, penso siano giuste le osservazioni di Ennio Abate: difficoltà ad affrontare la complessità e progressivo slittamento verso un interlocutore che non è più il nostro e non sappiamo riconoscere.

Cosa fare sul piano pratico (dici tu), per capire queste resistenze e reagirvi (dice Ennio)? Non so proporre niente oltre il riflettere, il parlare e il confrontarmi su questi problemi: alla fine quello che stiamo facendo (penso, tra le altre cose, ai tuoi Colloqui del Tonale). Volendo rimproverarmi qualcosa che non sto facendo, non riesco a trovarlo. Non che non mi venga in mente niente in termini di possibilità, ma non riesce, realisticamente, a convincermi. Di questi tempi, scorciatoie volontaristiche non ne vedo.

Velio Abati

Il primo elemento a colpirmi delle vostre sollecite risposte è la loro disposizione non complanare. Donatello si sofferma sulla capacità mistificatrice degli apparati ideologici di massa e quindi sulla corrosione, in Italia, della teoria critica identificata con il marxismo.

Walter si concentra sull’enorme massa di non lettori e sul mutamento ‘antropologico’ del ristretto campo di lettori, tale da renderli irriconoscibili e inavvicinabili alla nostra ‘lunghezza d’onda’.

Io credo che i due discorsi siano nel loro ambito perfettamente condivisibili. Al contempo credo che la loro non incidenza mostri quanto labile sia diventata la griglia concettuale in grado di rendere comprensibile il nostro mondo, almeno per chi voglia cambiarlo.

Io – tanto per complicare le cose – mi soffermo su un aspetto ulteriore, ovvero sulla drammatica verticalizzazione economica, sociale, culturale e politica prodotta dal finanzcapitalismo. Dico “drammatica” perché tale processo di spoliazione avviene con fenomeni di distruzione dei corpi intermedi – in termini di organismi sociali – e di impoverimento ora relativo, ora assoluto di ceti e classi sociali. Io credo che sia tale metamorfosi penetrata nel tessuto quotidiano della nostra vita a connotare il mutamento ‘antropologico’ visibile nell’uso dei media, piuttosto che essere principalmente questi ultimi a determinare il resto. Credo, in altre parole, che la lettura distesa, la ricchezza concettuale e argomentativa non siano – come del resto avviene per la ricchezza economica – affatto scomparse, ma piuttosto sequestrate in ambiti specialissimi. Lo credo, perché il mondo, dietro il caos capitalistico, è oggi più che mai governato dal centro: questo nessun click, nessun cinguettio può farlo. Ciò sia detto, beninteso, senza togliere il fatto che tale requisizione al vertice comporta danni mortali anche all’intero genere umano, a causa dell’autoinganno prodotto dal violento specialismo e separazione in cui vive. Se già Keynes diceva che il capitalismo si preoccupa dei tempi brevi, figuriamoci se non lo faccia oggi, quando la durata è misurata dal click.

Su un punto le vostre due riflessioni convergono, a cui anch’io mi unisco: la pochezza, vicina all’impotenza, della nostra possibilità pratica. Intanto che le nostre vite passano, ci affidiamo ai movimenti tellurici della storia. Tuttavia si continui a scrivere, a cercare, a scrutare luci nella notte.

​4 ottobre 2016

                               

                                Fin dove arriva lo sguardo

                                dalle cose nessun'eco si leva.

                                È notte alta.

 

                                Severi, tenerissimi impugnano

                                incerti

                                la penna.

5 luglio 2016

 

 

 

L’accoglienza nel Mattinale della poesia di altro autore – uno xenion per mia madre – mi è sembrata necessaria soprattutto perché la sua levità e la tenera tenacia della chiusa bene rispondono alla richiesta di colloquio fermo e pacato che il sito rivolge al navigante. v.a.

Mario Marchionne

PENSIERO PER ELDA

              Il cielo incupito

              non credeva ai suoi occhi

              all'incedere lento e profondo

              allo squillo degli anni

              al volo improvviso di farfalla

              al cardellino alle ali sinuose

              al suono del vento e la pioggia

              a sorreggere sguardi attenti


              presenti come il senso di essere

              vita di essere pronti ancora.

1 giugno 2016

 

 

 

 

​Il pezzo che segue è il testo della lezione tenuta il giorno 4 maggio 2016 al corso di Didattica interculturale ​del prof. Donatello Santarone, Dipartimento di Scienze della Formazione, Università degli Studi "Roma Tre"

​NON È VERO

La poesia di Composita solvantur di Franco Fortini

1. Leggere un’opera è un’esperienza complessa, perché come ogni atto comunicativo umano convoglia tacitamente una quantità più o meno grande di significati, derivanti sia dalla storicità di chi parla sia dai legami storici intrattenuti con altri dal messaggio trasmesso: un quantum che sebbene implicito non è meno determinante nella produzione del significato. Ma in più l’opera letteraria aggiunge uno specifico lavoro linguistico, perché per l’autore la lingua non è semplicemente il mezzo per dire qualcosa ma, nella necessità di dirlo, sente indispensabile una verifica della lingua stessa. È come se, accingendosi alla scrittura, l’autore avvertisse innanzitutto la menomazione indicata dal detto lacaniano: è la lingua che ci parla. Credo che si trovi qui la verità dei tanti autori che in epoche le più diverse hanno testimoniato la necessità di una parola da essi chiamata ora autentica, ora originale, ora necessaria, ora divina. Preciso che quanto dico non è affatto l’identificazione romantica del bello con l’originale, con lo spontaneo ecc., tant’è vero che Fortini può a ben diritto raccomandare al militante e al saggista il riuso linguistico e difendere la verità trasmessa dal linguaggio formulare del contadino comunista cinese, mentre nella propria poesia non disdegna l’uso manieristico della tradizione. Ma di questo più avanti.

Fatto sta che tutto ciò richiede al lettore competenza specifica, cosicché – per usare ancora le parole di Fortini – “il Petrarca per tutti non esiste”[1]. A mio parere, quando l’opera è grande parla comunque a livelli diversi, ma è indubbio che tale sua qualità possa essere piegata - e nelle attuali società tardo capitalistiche lo è - a un uso mistificato o, come si usa dire oggi, populistico, ossia ideologico, che serve a dare l’illusione dell’azzeramento delle differenze di valore. Naturalmente, tale livellamento, come detta la legge dell’Auditel, avviene sempre verso il basso e infine l’infimo, generando quella condizione diffusa che Edoarda Masi in un seminario chiamò, con efficace ossimoro, “ignoranza presuntuosa”.

Siccome, così come avviene nella comunicazione ordinaria, la comprensione passa prima di tutto attraverso la determinazione della particolarità di quanto ci viene detto, allo stesso modo, all’apertura di pagina di un’opera la prima domanda che dobbiamo farci è: qual è il tratto distintivo di questo testo, ciò che gli è proprio e che lo differenzia dagli altri? Si tratta insomma di cogliere, per dir così, la cellula vitale dell’organismo testuale che abbiamo di fronte.

2. Per la verifica della mia ipotesi interpretativa di Composita salvantur propongo di partire da un componimento che si colloca, diciamo così, su una medietà sia di livello stilistico che di difficoltà interpretativa, quello conclusivo della prima sezione, dal cui piccolo episodio riferito, se non dal suo titolo, essa trae il nome, L’animale. Il testo si apre con la ricostruzione ipotetica dell’aggressione notturna di un piccolo carnivoro contro una preda, a partire dai segni sanguinosi trovati la mattina “sottocasa” (v.2). Prosegue con la riflessione su dove ora si goda di sognare la propria aggressione, con termini che si fanno crudi. Improvvisamente, con uno scarto brusco la voce poetante interrompe la sua proiezione fantastica, per un ritorno alla realtà, quasi sospinta dal bisogno di scacciare le immagini divenute violente della propria fantasia: “Vedo il mare, è celeste, lietissime le vele” (v.11). Poi, un nuovo, e questa volta davvero immotivato, ulteriore scarto sia dal piano referenziale che da quello dalla vicenda ricostruita in ipotesi:

              Vedo il mare, è celeste, lietissime le vele.

               E non è vero.

Nessuna motivazione interna giustifica la perentoria negazione, che non pertiene, naturalmente, solo all’enallage aggettivale, ma coinvolge l’intera precedente constatazione paesaggistica, solido principio di realtà, al quale, mosso da un istinto di fuga, il poeta si era rivolto in opposizione all’aggressività della costruzione fantastica. Dico ‘scarto immotivato’, perché nessuna diversa descrizione corregge e sostituisce la constatazione del v.11. Dunque la genesi e il valore della negazione si dispiegano in un diverso piano: il no spalanca alla mente una dimensione prima rimasta nascosta.

Ripercorriamo la narrazione fino al v.11. Come in un microscopico giallo, la voce poetante, coerente al principio di verisimiglianza, ha ricostruito vicenda, vittima e assassino, poi ha immaginato il godimento sadico di questi. L’orrore provato l’ha spinto a guardarsi intorno, acquetandosi nella contemplazione della serenità del paesaggio. Sennonché la consapevolezza, non derivabile in alcun modo da quell’esperienza determinata, rammenta al soggetto che la realtà non è mai solo quella immediata. Per indicare tale punto non so trovare rinvio concettuale migliore di quello hegeliano di mediazione. Né in ciò compio alcuna forzatura esterna all’autore se, in un’intervista con Donatello Santarone afferma: “qualunque immediatezza è, senza possibilità di dubbio, reazionaria”[2].

Nel componimento la rottura dell’immediato si dispiega, a partire dal v.13, in due lati sovrapposti. Uno è quello temporale. Si apre il futuro, immaginato come sviluppo del sogno sadico precedente:

               Il piccolo animale sanguinario

               ha morso nel veleno

               e ora cieco di luce

               stride e combatte e implora dagli spini pietà.

Un’altra direzione è invece, diciamo così, dimensionale. Perduta la determinatezza di spazio – prima della svolta narrativa, “dove” si chiede tre volte il v.7 -, l’animale non è più solo il particolare carnivoro che la notte ha catturato la sua preda, ma, come una fiera dantesca, diventa allegoria di un’intera classe di assassini.

Il salto compiuto a partire dal v.12 ri-determina l’intera sequenza iniziale: il qui e ora si scoprono momento dialettico di altro tempo e altrove che li nega additando, con la mediazione, una totalità, cosicché un animale e una vittima diventano l’animale e la vittima. Totalità del reale, perché gli animali sono figura degli uomini; ma anche totalità della storia perché il momento attuale, quello della sopraffazione assassina

               Chissà dove ora si gode, dove dorme, dove sogna

                di mordere e fulmineo eliminare

                dal ventre della vittima le parti

                 fetide, amare.

si scopre passaggio di un rovesciamento:

                Il piccolo animale sanguinario

                ha morso nel veleno

                e ora cieco di luce

                stride e combatte e implora dagli spini pietà.

Nella totalità così riconquistata, prende significato – o, se vogliamo, motivazione emotiva – anche lo scarto, immesso da un’altra scena, del ‘no’ del v.12. L’approdo del v.11 vorrebbe essere l’idillio che appaga e rasserena la pietà per la vittima, la pietra su cui si conclude il trionfo del carnefice. Sarebbe, in altre parole, la soppressione della storia, l’eternizzazione del presente, l’obbedienza all’ideologia del dominio. È precisamente in questo precipizio che nasce lo scatto del ‘no’, proveniente da una consapevolezza esterna, ma che si nutre della violenza patita nel gesto di sopraffazione materiale – tramite l’identificazione con la vittima – e ideologica, con la pretesa di proclamare la fine della storia: il sogno è solo il sogno del vincitore.

La rideterminazione compiuta dalla relazione dialettica tra i due opposti coinvolge anche lo stesso titolo. Se fino al salto del v.12 Stanotte appariva indicare l’unità temporale dell’antefatto, contrapposta al tempo attuale del mattino:

              “sulle piastrelle

               che illumina un bel sole”, vv.2-3

a conclusione della lettura del testo si scopre indicazione allegorica dell’attuale epoca storica. Il “bel sole” è il falso giorno dei padroni del mondo, è la notte della violenza patita dall’uomo ad opera dell’uomo, durante la quale germina una possibile fine degli assassini.

Abbiamo dunque mostrato come il componimento si costruisca su una frattura che giustappone due parti le quali, se prese nella loro immediatezza, appaiono incongruenti. Se ci si limitasse a ricercare le motivazioni interne sia dal lato del soggetto – psicologiche – sia dal lato della vicenda, non reperiremmo la ragione del passaggio dall’una parte all’altra, il testo apparirebbe un centone, piuttosto che un organismo. Solo facendo ricorso a una consapevolezza che distanzia, nella sua determinatezza, il qui e ora della vicenda e di chi la guarda, ovvero all’istanza della mediazione, si ricompongono entro la totalità le relazioni tra le due parti e la logica dello sviluppo narrativo.

 

3. Esclusivamente per comodità espositiva, il discorso condotto ha messo tra parentesi un versante essenziale, anzi primario come s’è detto, della poesia: la strutturazione ritmica. Ci si era ripromessi, si ricorderà, di partire da un’area di ‘medietà’ della raccolta, perché meglio si potesse cogliere, nel suo funzionamento ‘normale’, la parola specifica di Composita solvantur. D’altra parte solo uno sguardo analitico mostra la disomogeneità tra le due parti del componimento che, altrimenti, potrebbe passare inosservata.

Analoga spinta diffrattiva tra due forze divergenti troviamo nella strutturazione ritmica. A tutta prima, il testo si presenta una composizione in verso libero. Infatti i sedici versi non hanno partizioni strofiche, né regolarità rimica, è anzi presente un’unica rima canonica: “eliminare” : “amare” (v.8, v.10), eccezionalità che ne esalta il rilievo già derivante sia dal fatto che essa sottolinea il campo semantico dell’aggressività astuta del carnefice, sia dalla funzione di suggello del trionfo di questa prima dell’idillio. Tanto che l’acuto della rima si propaga anche nel v.11, dove si lega in rima interna baciata con la parola “mare”, lessema che in questo modo vede oscuramente contaminata la propria connotazione di serenità.

Ma l’irregolarità del verso libero adottato risulta nell’analisi tramata da un contrappunto che discretamente sospinge alla regolarità classica, ora conseguita, ora allusa. Cinque dei sedici versi sono endecasillabi regolari. La loro presenza è certamente sottolineata dal fatto che tutti sono a maiore, ovvero con accento di sesta. Ma come se tale avvicinamento alla misura aurea della lirica italiana risultasse inavvicinabile, pullula insieme una spinta opposta: tre dei cinque endecasillabi (vv.: 5, 8, 9) concludono il primo emistichio con una parola sdrucciola, possibilità che nella forma classica, osserva il metricista Elwert, “in effetti non si presenta mai”[3]. Se poi guardiamo la disposizione degli endecasillabi, osserviamo altre forze che spingono alla ricomposizione. Il primo e l’ultimo endecasillabo – i due con chiusura d’emistichio piana - si dispongono in sede perfettamente simmetrica: quarto e quartultimo verso. Si aggiunga che quattro di essi compongono due coppie contigue (vv.: 4-5, 8-9).

La latenza della misura classica non si ferma tuttavia ai casi osservati, tramando variamente l’intero componimento. L’endecasillabo – ancora in a maiore con emistichio piano - affiora, mascherato dalla divisione del verso ma non dalla partitura sintattica, al v.2: “ha ucciso una bestiola, sottocasa. Sulle piastrelle”. La giunzione di endecasillabo con quinario è ripetuta ai vv.9-10 con artificio simmetrico - è infatti qui mascherata dalla divisione del verso e certificata dal nesso sintattico, costretto appunto all’enjambement: “dal ventre della vittima le parti / fetide, amare”. Il quinario apparentemente isolato è comunque ripetuto al fondamentale v.12, il cui valore contrastivo precedentemente indagato è rinsaldato dalla giunzione a distanza con il suo omologo tramite la quasi rima: “amaRE : vERo” (vv.: 10, 12).

Altra forma evidente di pressione dell’istanza di chiusura classica si registra in quattro dei cinque versi lunghi del componimento, tanto che, come vedremo tra poco, solo uno di essi risulta davvero un verso libero o, secondo la metrica classica, ipermetro. Di uno si è già osservata la riorganizzazione sull’endecasillabo. Altri tre sono in realtà versi doppi, nelle forme autorizzate dalle sperimentazioni italiane dal Seicento al Carducci, passando per il romanticismo lombardo. Il già notato doppio ottonario (v.7) rispetta rigorosamente la cesura. La partitura è nella “forma normale”[4] trocaica con accenti di 1^, 3^, 5^, 7^ sillaba nel secondo emistichio, ‘irregolare’ invece, con accenti forti di 3^ e 7^ sillaba nel primo emistichio:

                Chissà dÓve ora si gÒde,                     dÓve dÒrme, dÓve sÓgna

I due rimanenti sono settenari doppi. Nel primo caso, l’anticipazione dell’accento nel secondo emistichio, in concomitanza con l’aggettivo sdrucciolo e la doppia sibilante del superlativo, provoca un vistoso rallentamento di forte patos:

                 Vedo il mÀre, è celÈste,                        lietÌssime le vÉle.

Il secondo caso è il verso di chiusura. Qui la pressione della misura chiusa esercita, mi pare, la sua massima forza. Il primo emistichio è martellato da tre verbi in polisindeto, con accenti di 1^, 4^, 6^; mentre il secondo, segnato dalla concisione del verso tronco e dal cambio di passo di due soli accenti, scivola rapido alla conclusione:

                 strÌde e combÀtte e implÒra                 dagli spÌni pietÀ.

È questa una partitura ritmico-sintattica che insistentemente richiama un testo aureo del Manzoni lirico, al quale Fortini ha ripetutamente tributato apprezzamenti e attenzione critica. Penso alla strofe inaugurale della Pentecoste, un Inno la cui coralità insieme solenne e popolare di chiesa militante è dal poeta romantico giocata sulle tre misure del settenario: piano, sdrucciolo e tronco.

In particolare, mi pare indubbio nel primo emistichio fortiniano l’eco di “soffri, combatti e preghi”, di cui si conserva il verbo centrale e se ne parafrasano gli altri due. Il secondo emistichio, direi per attrazione, reca la rima tronca in –à, come la chiusa delle prime due strofi manzoniane: “dall’uno all’altro mar”.

4. Vedo nei risultati ottenuti sui due versanti la medesima tensione tra due opposti: tra la datità del presente che s’installa come realtà e la sua trasfigurazione allegorica; tra l’aura della misura ritmica classica e l’infrazione del verso libero. Sono due opposti che proprio in quanto tali risultano inseparabili, legati come sono dal loro medio. E se nel testo non si dà la loro soppressione, perché essa non è data nella realtà storica, cosicché essi permangono nella loro reciproca diffrazione, il medio, che almeno nell’organismo letterario insieme tacitamente l’incatena e li ricompone nella totalità artistica, non cessa di svegliare nel suo lettore la sferza dolorosa della sua mancanza, il bisogno di chiudere la pagina per cercare nella realtà dei rapporti umani e di quelli dell’uomo con la natura la realizzazione di quel sogno da svegli che l’opera d’arte è stata.

È inevitabile notare come l’istanza della mediazione sia agita dalla parola poetica fortiniana non nel movimento triadico classico di Hegel, ma si soffermi su quella sporgenza insieme straziata ed eversiva del linguaggio sapienziale maoista indicata con la formula ‘l’uno si divide in due’.

5. Se il nostro sguardo non ha sbagliato, se la tensione tra gli opposti trattenuti dall’istanza insieme necessaria e assente della mediazione è davvero la cellula vitale di Composita solvantur, essa sarà osservabile in ogni livello e in ogni regione dell’opera. Non è qui luogo e tempo di una verifica ugualmente distesa delle varie parti. Basterà compiere alcuni saggi lungo linee di forza ritenute portanti.

La spinta centripeta e, se vogliamo, di “ordine” esercitata dalla compostezza ritmica classica – la poesia, dice Fortini, è sempre la lingua dei padroni[5] – si fa evidente anche nell’organizzazione della raccolta che la struttura organicamente. Se si escludono i testi raccolti in Appendice, il libro, composto di cinque parti e di due componimenti singoli liminari, si dispone a cerchi concentrici intorno al cuore costituito da Sette canzonette del Golfo.

Rimandando alle considerazioni conclusive i due testi liminari, l’analisi rivela che i sette componimenti dell’Animale e gli otto della sezione eponima, Composita solvantur, si costituiscono in simmetria già dalla scelta della titolazione: tutti i testi di esse sono desunti dall’incipit. Condizione altrimenti presente nella sola sezione centrale. Inoltre le due sezioni si caratterizzano per un’analoga media compostezza formale, con accentuazione nell’ultima, che infatti è aperta da un componimento in latino “da passi della Vulgata” – ci spiega in nota l’autore -, e si chiude con testo di tre terzine composte da due ottonari accoppiati seguiti da un verso costituito da ottonario più quaternario sdrucciolo. Non manca anche qui l’opposta forza diffrattiva per la quale nell’ultima strofe l’emistichio di chiusura del secondo verso è esattamente di misura dimezzata: un quaternario piano. Mentre il primo emistichio del primo verso è un ottonario sdrucciolo. L’inciampo metrico coincide con il grido agonico del proprio corpo: “più non posso”, che è poi il tema esplicito del componimento, della sezione e del libro. È appunto nello strazio di questa catastrofe che trova origine la maggiore pressione alla chiusura formale.

Risulta qui chiaro come il titolo del libro esponga, nella lingua marmorea dei padri, la stessa cellula vitale costitutiva dell’opera: l’ordine costituito – che in quanto tale si pretende definitivo – si dissolva, dove il verbo è, nota acutamente l’autore, “comando e augurio”, ovvero non deterministico. E ancora una volta assistiamo alla trasposizione che fa dell’agonia di Franco Fortini l’exemplum della ‘presente stagione’, per dirla con Leopardi, della nostra epoca tardo capitalistica.

Le undici Brevi elegie, come manifesta il titolo, allentano la compostezza tematica e stilistica della prima sezione sia aprendosi all’interlocuzione con autori, intellettuali amici discretamente indicati con il solo nome di battesimo o con le iniziali, studenti, sia cedendo ora alla nota melanconica, ora a quella patetica:

               Dove ora siete, infelici studenti,

               nelle sere delle nevi vane,

               aule nere, Siena, conventi,

               trattorie di salsicce, cacio, pane…

Movimento d’una venerando tradizione occidentale, risalente per lo meno al celebre ritornello della Ballade des Dames du temps jadis di François Villon: “Mais où sont les neiges d'antan?”

Per l’allentarsi della chiusura stilistica basti indicare l’affacciarsi scoperto del falsetto, ora a partire dalla poesia alta, Umberto Saba, ora dalla canzone popolare di Aniello Califano, ’O surdato nnamurato, italianizzata. In quest’ultimo caso, la spinta ironica e distanziante propria del falsetto si rende più esplicita.

E siamo così nel cuore del libro, Sette canzonette del Golfo. Già la prima parte del titolo dichiara il tono metrico-stilistico della sezione, mentre la seconda rinvia didatticamente alla vicenda storica. L’esibizione di genere lieve, popolaresco e narrativo è direttamente contrapposto alla gravità della “operazione di «polizia» tra il Golfo Persico e Bagdad”, annota il poeta, che nel 1991 “ammazzò centinaia di migliaia di persone, aprendo una nuova era nelle relazioni internazionali”. I testi vivono in un equilibrio davvero miracoloso tra ironia e angoscia dell’impotenza, tra gioco metrico citazionale spinto fino alla nenia infantile e devastazione del più potente esercito del mondo. In questa sezione troviamo anche il sonetto Gli imperatori, norma aurea appena infranta da una rima imperfetta al terzo verso. Ma culmine della straordinaria tensione che riesce a tenere sotto controllo e proprio per questo a comunicare rabbia e disperazione mi pare la Canzonetta in distici di senari doppi a rima baciata.

Un intero capitolo dovrebbe essere dedicato a commento. Ma una notazione non possiamo omettere, lo facciamo con le parole di Elwert: “il dodecasillabo, o senario doppio, con cesura mediana, fu impiegato dal Manzoni per il bell’effetto ritmico che se ne otteneva (e di certo ad imitazione del verso de arte mayor spagnolo), ma esso non attecchì: «Dagli atri muscosi, dai fori cadenti»”[6].

 

Dopo la discesa al cuore del libro, i cinque componimenti lunghi della Salita per un verso si lasciano alle spalle la cantabilità e l’ironia, per l’altro mantengono la misura argomentativa e narrativa. Tornano gli espliciti rinvii alla maniera del falsetto, l’interlocuzione con compagni, intellettuali ecc. Su di un piano metrico-stilistico ci si avvicina alla chiusura già indicata dell’ultima sezione.

 

I due componimenti liminari sono, come si premura di sottolineare l’autore in nota, gli unici “in corsivo e senza titolo”, dunque con esplicita funzione di soglia. Nel primo l’appello ai lettori è ovvio omaggio alla tradizione lirica occidentale, a principiare dal petrarchesco “Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono”:

                 Per quanto cerchi di dividere

                 con voi dal vero le parole,

ma il monostico a chiusura della prima parte del componimento ricorda piuttosto l’incipit della raccolta che forse più di altre inaugura la lirica moderna, Les fleurs du mal, là dove Baudelaire squarcia la tradizionale complicità con il proprio lettore “-Hypocrite lecteure, - mon semblable, - mon frère!”:

                 o incerti amici, o incerte prove

Alla discreta compostezza del componimento introduttivo – due parti di tre distici di novenari chiusi da un monostico di diversa lunghezza – risponde un congedo ben più drammatico e complesso, come già la nota autoriale avverte: “piuttosto che una sequenza di versi mi pare una epitome autobiografica: «E questo è il sonno» sono le prime parole del primo verso di Foglio di via, lo scrissi cinquant’anni fa”. Questo testo contiene tra l’altro tra virgolette le parole presunte– citiamo ancora la nota – del “commissario politico che, insieme ai «ventotto» eroi di Panfilov, fino alla propria morte volontaria contrastò vittoriosamente fanterie e carri armati tedeschi all’incrocio fra lo stradale di Volokolamsk e quello di Duboskovo, nel giorno e nel luogo dell’estrema vicinanza della Wehrmacht alla capitale sovietica. Pare avesse detto «La Russia è grande ma non abbiamo più dove ritirarci perché dietro di noi c’è Mosca»”. Il congedo chiude l’ultima raccolta fortiniana, appena tre anni prima della morte con questo verso:

                Proteggete le nostre verità.

Quel “voi” siamo noi. Quel verso non significa, come apparentemente dice, che la sua verità è la nostra, che il futuro nasce dalla memoria. No. Non lo dice, perché la mediazione su cui si regge la parola poetica di Fortini apre la porta alla negazione dell’assolutezza dell’esistente, fa spazio a un possibile, non ne indica i contorni. Fortini, in compagnia di molti altri, sa con chiarezza che è il futuro che abbiamo in mente a determinare la memoria. Tutta l’opera poetica, saggistica, intellettuale e politica di Fortini ci dichiara che il consunto detto ‘non c’è futuro senza memoria’ va rovesciato: non c’è memoria senza futuro. Per questo quel verso testamentario ci addita trepido che solo se e nella misura in cui noi sappiamo far valere le nostre verità, anche la sua strenua lotta fisica e mentale, per affermare la mediazione, diventerà vera.

 

[1]Franco Fortini, «Fermezza, ardore, gravità», in Un dialogo ininterrotto. Interviste 1952-1994, a cura di Velio Abati, Torino, Boringhieri, 2003, p.375.

[2] Franco Fortini, Le catene che danno le ali, in Un dialogo ininterrotto, cit., p.301.

[3] W.T.Elwert, Versificazione italiana dalle origini ai giorni nostri, Firenze, Le Monnier, 1979, p.53.

[4] W.T.Elwert, Versificazione italiana dalle origini ai giorni nostri, cit., p.75.

[5] Tra i numerosi luoghi si veda: “La poesia e l’arte, che sono «forma», si presentano come l’emanazione diretta della classe avversaria, cioè di quel gruppo di uomini, o di quella parte di ciascuno di noi, che è invece, o crede di essere, nell’essenza, e non soltanto nell’esistenza, che è o crede di essere proprietaria (proprietaria del proprio destino, proprietaria del sapere, proprietaria di «Dio»”, Franco Fortini, Il mestiere di poeta, in Un dialogo ininterrotto, cit., p.77.

[6] W.T.Elwert, Versificazione italiana dalle origini ai giorni nostri, cit., p.80, corsivi dell’Autore.

5 maggio 2016

 

 

 

Ricordavo bene Giacinto

 

Ricordavo bene Giacinto. Era un uomo riservato. Parlava con voce leggermente nasale, meglio, di gola, con gli occhi fermi in terra, o se alzava la fronte te li teneva di lato, dietro la spalla. Per questo, forse, non risultava simpatico. Però Giacinto non era uno qualunque. L’ho conosciuto un po’ tardi, perché in quel tempo io di rado attraversavo le piazze della nostra cittadina, rapido e guardingo come un gatto fugato. Altri erano i pesi del mattino e il sonno torpido. Oltretutto, scoprii poi, egli apparteneva a un mondo d’interessi e poteri, di amicizie, di sguardi sulle cose e sugli uomini che né mai era stato mio, né, soprattutto, allorché cominciai meglio a capirmi, sentivo amico. Certo nella foga degl’inizi non potevo sapere le sofferenze e i meriti antichi di quella parte e nemmeno m’interessava indagarne. Vedevo però con nettezza, con l’istinto millenario della mia gente che ora, per me, per noi era un muro e ne scrissi, ricordo. Una paginetta veemente consegnata a un foglio locale, che per un attimo – venni a sapere – provocò sorpresa, per il tono e per la firma ignota.

Benché oggi risulti incomprensibile, tanto che persino io devo obbligarmi a uno sforzo per rientrare nei panni di allora figuriamoci uno qualunque dei miei stessi allievi, in quel tempo non era difficile trovare qualcuno che come te guardasse con allarmata speranza al destino comune, con ragionata passione alla concreta condizione di quanti la sorte ci ha dato d'incontrare. Su questo, sulla risposta in cui ognuno impegnava se stesso si stringevano lotte e accordi, si decideva il futuro. Giacinto lo incontravo dunque di rado. Sapevo che nella nostra cittadina, dove la forza delle cose e l'allora inconsapevole obbedienza all'onestà con la prima radice mi avevano riportato una volta per sempre, egli già aveva fondato e dirigeva la sezione locale di un'istituzione gloriosa, per quanto volta a una strada più modesta e persino umiliata, fino all'inganno. Così noi pensavamo e ancor oggi nella sostanza seguito a giudicare. Le nostre discussioni allora erano rare, si può dire occasionali, non cercate. Nei miei ricordi, mi vedo con un libro in mano, Giacinto di là dalla lunga fila di libri. Si avvicinava a volte, più per il confronto che per il pur legittimo interesse a vendere: una discussione rapida, qualche battuta guardinga mentre intorno e alle spalle sciamavano volti e scambi serrati o distratti.

Ma la stagione in cui più regolare è stata la nostra frequentazione è venuta dopo. I rapidi rivolgimenti che hanno segnato i brevi decenni declinanti del secolo scorso avevano convinto lui a cambiar strada. Dico, e mi accorgo invece che forse si trattava d’altro. Ho già detto che era di poche parole. La voce, per quanto bassa, gli usciva sempre di testa, come se la gola dovesse sforzarsi per un qualche nodo, l’incarnato del volto, rossastro, ti dava l’impressione della fatica della parola, ma certo le pause, i silenzi cercavano la misura giusta. Se Giacinto era parco, di sé poi in tutti quegli anni non mi ha praticamente detto nulla. Avvertivo comunque negli sguardi il diniego di seguire certi sovvertimenti, per la necessità di un altro, superiore dovere, che ne aveva segnato la messa ai margini, di cui percepivo la furia della solitudine e del rancore. D’altra parte era iniziata la stagione che un mio amico – mite persona, resa dalla malvagità dei tempi risentito poeta - chiamava del disamore. Qualcosa di potente aveva preso energia, era cresciuto, nei corpi, nelle menti, nel tessuto minimo delle ore, talmente inavvertito che solo a fatto concluso hai potuto scorgere, sbigottito, con quanta velocità e quanto in profondo aveva slogato i legami, frantumato lo spazio, bruciati i giorni come attimi.

Io invece a quel tempo sembravo vivere un’altra stagione. Una sfasatura, seppi poi. I suoi silenzi mi parlavano. Avvertivo nelle sue impuntature, nei suoi scarti urticati un moto fraterno che mai poteva essere detto, né diversamente alluso. Passavo da lui, ogni tanto, sempre per una necessità pratica. Il libro frugato nelle babeli elettroniche, il volume inseguito negli scantinati del mercato potevano certo essere da me trovati e comprati direttamente, come infatti faceva da tempo un mio amico, risparmiando, diceva, soldi e tempo. Ma io andavo da Giacinto.

Pur conoscendo che io non acquistavo mai quello che c’era, non era impaziente vedendomi, perché condivideva, anche se non ne abbiamo mai parlato, il mio sprezzo per la moda: carota del bastone di comando. Lasciava qualunque altro impegno e si tuffava con qualche brontolio in ricerche a volte affannose da cui usciva ogni volta con un breve sorriso compiaciuto. In quel tempo aveva principiato a portare dei baffetti corti, vagamente biondi ma oramai quasi bianchi, che meglio facevano risaltare i piccoli occhi chiari, quando si ricordavano di guardarti. Nelle presentazioni dei libri – mi è capitato di farne, sempre proposte da me – avviate in primissima serata, appena dopo l’orario di chiusura, ascoltava con grande attenzione. E interveniva, nel caso incurante di ogni riguardo di venditore, solo seguendo le ragioni del suo animo.

Giacinto scomparve così, da un giorno all’altro.

Le saracinesche chiuse del piccolo edificio liberty ad angolo intristivano ancor più le modeste stradette della nostra cittadina. Ogni tanto ci passavo, non capivo. Di domandare avevo timore. Alla fine qualcuno disse che era partito. Anzi, per essere precisi, la persona che mi parlava, dopo essersi avvicinata e aver abbassato la voce, “scappato”, mi disse.

- E dove? Perché?

Scosse la fronte, nessuno sapeva.

Sarei insincero se non ammettessi che a volte soffro il peso dei silenzi. Uscire in bicicletta alla prima luce del febbraio che s’allarga nei campi e sulle case di periferia, fin quasi ai piedi dei colli distanti ancora glauchi mi rincuora. Guardo quel sorriso amico, respiro pieno i profumi antichi, meglio se i raggi bassi mi chiudono la vista. Ho tutto il giorno davanti, schizzo via veloce, mai scalo il cambio alla bicicletta. Eppure proprio in quel culmine intimo, per uno scatto inavvertito, nativo forse, ma nutrito da studi e attenzioni tocco con mano come quella costanza che mi circonda, che mi fa festa sia in realtà quasi al culmine d’un precipizio che travolgerà noi, causa prima, e altra catena innumere di esseri.

Lavoro, con la passione della mia vita, sull’ottusità programmata, nutrita fino al punto d’essere naturale forza delle cose. Cerco, con la fatica paziente che accolgo dai millenni della mia gente della terra, sentieri divenuti anfratti, dove le voci parlano come di eremiti. Fuochi dispersi nella notte, mi disse una volta un mio maestro. So che la verità non è, se non ha un luogo, se non svela il nome dei servi e del padrone. Ho imparato subito dalla mano forte di mio padre che la verità non è, se non viene comunicata, se non la si scambia come il pane caldo di forno, anche quando taglia come una spada, quando ti annichilisce. Per questo sprofondo talvolta nel buio, dispero della mia pazienza.

Nel percorso che da parecchio compio quotidianamente per campare, c’è un breve tratto serpentino, dentro un palmizio che scende fino a toccarti la testa e s’allontana inusitato dalla strada del traffico, con buffa pretesa d’esotico. Lì, correndo sui pedali, vedo alla svolta camminare una figura nota che saluto. Freno di colpo subito dopo. Quasi cado, più che scendere. Torno indietro.

- Giacinto!

Portava una barbetta arsiccia, un cappelletto rotondo in capo, forse a nascondere la calvizie, di foggia credo orientale. L’abbraccio d’impeto. Mi dice che è di passaggio, per due o tre giorni, l’indomani sarebbe ripartito. Parla fluido, con voce chiara. Sono contento, dice guardandomi diritto, di aver rivisto qualcheduno e in particolare te. Gli occhi gli tremano un poco. Non aveva niente con sé, camminava solo, forse stava solamente guardando le case, gli alberi, il cielo. Mi ha fatto piacere, riprende, ritrovare il profumo di questa terra, la dolcezza del mare. Improvvisamente, come un’amnesia ostinata che si sciolga imprevista, comprendo l’oscuro groviglio del suo intervento aggressivo nell’ultima presentazione, persa nel tempo. Per la serata, avevo fatto invitare un poeta schivo fino alla fobia. Il cerimoniale complesso e, pensavo, persino ostentato di azioni, pillole, tic di cui questi s’armava ogni volta che parlasse in pubblico, la lentezza sussurrata della voce non ingannavano nessuno sulla salda sicurezza di sé e delle proprie affermazioni. Giacinto fu tra i primi a prendere la parola, dal fondo della corta fila di sedie. S’appigliò a non so più quale concetto o verso, aggredì senza argine l’ospite e qualche parte della mia breve presentazione, si disperse in epoche che, s’intravedeva, erano state della sua vita, s’accalorava con la voce strozzata su ognuna di esse, come a volerle insieme difendere e seppellire. I suoi piccoli occhi tondi si muovevano in basso o a mezz’aria, ma quando fissava qualcuno dei presenti vi si rivelava l’ira repressa, che il colorirsi del volto sul breve collo e il flusso tumultuoso della voce rendevano palpabile. Ce ne andammo in silenzio, né per la strada del ritorno seppi trovare risposte alle lamentele irritate e velenose del poeta.

Continuo a guardare i suoi abiti austeri e comodi da viaggio, gli chiedo dove sia andato, dove viva. Mi risponde d’essere vissuto alcuni anni in un Paese dell’estremo oriente, poi d’essersi trasferito in uno limitrofo. Ora, dice, sta per partire per un altro ancora. A sessant’anni passati, mi sorride, bisogna sapere che non hai altro tempo. Non ho il coraggio di chiedere di più, della moglie, dei figli, della famiglia. Rivolgo una domanda obliqua. Solo, mi risponde sereno, queste cose si fanno soli, con la propria anima. Mentre continuo a guardarlo, penso alle foreste dense, ai colori e ai profumi che non ho mai visto, ai cieli senza fine, agli spazi dove l’occhio si perde senz’alcuna presenza umana.

Nel salutarlo, mi accorgo che reggo la bicicletta restata tra me e lui. Bonne chance, gli dico. Giacinto giunge le mani, sorride, piega leggermente il tronco verso di me e pronuncia poche parole, mi sembrano indiane.

Sì, lo conoscevo bene, Giacinto.

​25 aprile 2016

 

 

 

La discussione avviata da Walter Lorenzoni – qui sotto -, proseguita con un intervento mio e con un altro di Mario Marchionne, si arricchisce di un nuovo contributo. v.a.

Claudia Musolesi

Aperti al futuro

Buongiorno caro Velio.

Intanto grazie per aver condiviso con me questa informazione che, immagino, riapra in te emozioni e ricordi di momenti passati.

Come sai, io da tempo non frequento più gli ambienti politici e pseudo-intellettuali grossetani. Approfitto qui per dirti che i due articoli/saggi (tuo e di Walter) nel Mattinale, li ho trovati interessati, precisi e aperti al futuro. Dico aperti al futuro perché, a mio avviso, le analisi giuste e non opportunistiche sono i punti di partenza per nuove costruzioni. Di idee e di relazioni.

Ben ha fatto Walter, a ricordare l'improvvisazione di alcune scelte politiche che con un colpo di spugna cancellarono anni di lavoro e orizzonti possibili di reale cambiamento.

Nei miei seminari, io utilizzo come uno dei punti di riferimento Lacan. Lacan sostenne (e questo rappresenta un punto forte del suo pensiero) che se ciascun* di noi non ritorna alla ferita esistenziale e lì risignifica il proprio agire, finirà per reiterare sempre il gesto del/la bambin* fragile che risponde alla vita in modo vendicativo. È nel ritorno alla ferita esistenziale (che Lacan individua nel compimento di un gesto concreto, volontario o no, che ha come effetto quello di umiliare/disconoscere/ferire il bambino o la bambina), è nel nominarla, nell'accettarla e nel trasformarla che l'uomo e la donna adulta trovano la loro soggettività. Un percorso lungo e faticoso, mai dato una volta per tutte.

Grosseto è una terra difficile. In questo momento in cui me ne sto allontanando, sto riscoprendo i profumi, i suoni ed i colori della terra dove sono cresciuta. Hanno contribuito a fare di me quella che sono. Ma è una terra periferica che (certo non per sua scelta o per vocazione naturale) si presta a colonizzazioni semplificatorie e di basso profilo.

Sono convinta che il ruolo della Fondazione Luciano Bianciardi sia stato pregnante e nutriente per questa città. Ma come ricordi tu, il Novecento si è chiuso. E con quel secolo, si è chiusa l'idea di soggettività che affondava le sue radici sul rispetto delle differenze e sul valore dell'unicità di ciascun soggetto.

Ho scritto di getto. Perdona la poco fluidità del discorso. Ma ho tenuto a scriverti subito.

Buon Natale. Un caro abbraccio

​24 dicembre 2015

 

Accolgo qui una riflessione inviatami dall’autore sulla discussione avviata da Walter Lorenzoni – qui sotto – e proseguita con il mio intervento. v.a.

Mario Marchionne

Le esperienze durevoli

Carissimo compagno Velio (mi permetto di esibire una simile espressione visto che ci avviciniamo al santo natale!),

ho trovato lo scritto di Walter Lorenzoni molto interessante ed anche di una grande tristezza, non per quello che dice, totalmente condivisibile, ma per il fatto che non siamo stati capaci di avere la capacità di intuire la portata pratica del craxismo e del conseguente berlusconismo, ora del renzismo. Ciò mi sgomenta ma credo anche, nonostante tutto, che ci siano le energie per trovare una nuova via.

L'esperienza della Fondazione Luciano Bianciardi credo che sia stata fondamentale e non lo dico così, ma perché ha costruito un percorso culturale attivo, sia come analisi culturale che come apertura verso l'esterno. Sono convinto sempre più che le specificità conoscitive siano necessarie, così come, tanto più in questi tempi, l'apertura verso nuove esperienze e forme di comunicazione.

Per quanto riguarda la parte relativa alle vicende editoriali so poco, o meglio, so quello che a suo tempo mi avevi detto e che trovo interessante in due punti essenziali: marginalità in risorse e fare rivista, due momenti complicatissimi e, tuttavia, necessari. Tutto ciò si inscrive in un quadro, da quanto ho capito, anche di rapporto con le istituzioni. Avete sperimentato il voltafaccia dei berlusconiani di sinistra che hanno fatto cose peggiori del grande padre. Di solito gli epigoni sono patetici, ma a me sembra che, ultimamente, patetici siamo noi che non riusciamo a sconfiggere questi individui che ormai sono diventati senso comune (Gramsci).

Un'esperienza come la vostra non può essere altro che un punto di riferimento per nuove avventure, tutte da inventare. Sono convinto che le esperienze durevoli sono quelle strutturate dalle conoscenze personali, condivisibili o meno.

I partititi di notabili e comitati elettorali mi stanno perseguitando e trovo la questione di uno squallore infinito. È vero e dobbiamo metterci in testa che i sindaci al comando, i consigli comunali ruote di scorta, le leggi e le definizioni della realtà a beneficio del potere sono ormai pervasivi. Fortunatamente esistono ancora le persone ed anche, in diversi casi, le capacità dialettiche e di lotta per relazionarsi con la realtà. Quando penso ai giovani (anche ai nostri figli) che avranno pensioni miserrime di cui godranno con la badante, mi sembra che manchi il senso della dimensione del futuro e questo è quello che più mi angoscia. Trovare paradigmi di comprensione del reale è possibile ma va fatto in tempi rapidi e, soprattutto, va condiviso e reso attuabile.

24 dicembre 2015

Simulacri e nuovi germogli

​Pubblico anche qui l'intervento di un dibattito nato nella rivista di Ennio Abate, "Poliscritture"

http://www.poliscritture.it/tag/velio-abati/

La parabola della rivista “Il Gabellino” descritta perfettamente da Walter Lorenzoni qui sotto è parte della vicenda della Fondazione Luciano Bianciardi. Una piccola storia, di un’area geografica e sociale marginale come la provincia di Grosseto. Tuttavia può ammaestrare sull’epoca.

Sono convinto che la sofferenza più grande nel nostro tempo sia la ferita dell’impotenza. E dico ferita nel senso di strappo interiore, silenzioso, oscuro. Impotenza: dell’agire, certo; ma anche del comprendere, del vedere il domani.

Quante volte, ascoltando la parola istituzionale rimbalzata contemporaneamente da quindici diversi canali comunicativi, sentiamo insopportabile l’offesa della falsificazione spudorata, sbalordiamo di fronte alla faccia tosta dei più impensati capovolgimenti di senso? Un’esperienza quotidiana da così tanto tempo, che ho dovuto chiedermi perché quella tal distanza della propaganda dalla realtà non spinga al riso, invece che alla rabbia. Tutto nasce dalla differenza verticale, incolmabile tra il singolo grido - eppur si muove! – che non ha eco e quel rimbombo istituzionale.

C’è un passo di Pierre Bourdieu che insegna come il corteo di una manifestazione costituisca la soglia che fa trapassare una certa richiesta o un certo giudizio da opinione personale a giudizio e richiesta legittima. Quella rabbia e quell’impotenza patite sono appunto la ferita di tale mancanza. Dobbiamo tornare a imparare che senza un progetto e un agire collettivo le nostre ragioni sono destinate a rimanere ridicole perché assurde, che noi abbiamo i capelli rossi perché siamo maliziosi e cattivi.

Grosseto è un incrocio di campagna. Fino alla fine dell’Ottocento d’estate si svuotava per la malaria, fino alla seconda guerra mondiale era quasi tutta compresa dentro la piccola cerchia muraria cinquecentesca, abnorme, perché fuori tempo massimo, struttura militare che – sghignazza Bianciardi – serviva tutt’al più a difendere la campagna dalla città. Giustamente Bianciardi e Cassola ironizzarono impazienti con i cultori di “glorie” locali. Poterono farlo perché i minatori, i braccianti, i contadini trovarono nei sindacati, nelle forze politiche della sinistra – partito comunista e socialista, in particolare – i luoghi per comprendere e dove parlare, gli strumenti per farsi sentire. Non può essere un caso che in quella stagione ricostruttiva del secondo dopoguerra due scrittori importanti vi operarono e uno vi crebbe. Che cosa avrebbe scritto Luciano Bianciardi senza quel clima e quella presenza? Come avrebbe potuto andare a Milano, nel gruppo di redattori con cui Giangiacomo Feltrinelli faceva nascere la casa editrice? Per questa ragione profonda ho sempre ritenuto puerile, quando non ipocrita ogni etichettatura “anarchica” – in realtà anticomunista – di Bianciardi.

Che il transito di Cassola a Grosseto sia stato breve e che Bianciardi sia emigrato a Milano, rientrano nella legge generale che fa del centro l’attrazione delle periferie. Sarebbe semmai da vedere perché nel ventennio italiano del centro-sinistra e dello sviluppo quella spinta a Grosseto si sia dispersa, perché, anzi, le effervescenze della contestazione studentesca e operaia del Sessantotto siano rimaste largamente inefficaci, ovvero non hanno potuto dar vita a novità culturali paragonabili ai due scrittori degli anni Cinquanta. Credo che le ragioni di tale fenomeno siano in parte le medesime che spiegano come proprio con l’avvio della crisi del Pci, principiata con la svolta occhettiana della Bolognina, alcune energie nutrite dai movimenti del Sessantotto abbiano coagulato nella nascita della Fondazione Luciano Bianciardi. Per giudicare l’operato di quel gruppo durato quasi un quindicennio, basta avere la pazienza di andarsi a computare i volumi pubblicati con Editori Riuniti, Giunti e infine Società Editrice Fiorentina, i convegni di studi, le ricerche e le produzioni filmiche, la promozione delle tesi di laurea con un premio nazionale, la chiamata di scrittori e scrittrici della migrazione da aree del Mediterraneo, i lavori con le scuole, la raccolta di carte, carteggi, testimonianze bianciardiane, la produzione delle Concordanze dell’opera in volume di Bianciardi, la bibliografia di Bianciardi, la costruzione del Fondo autori contemporanei, la costruzione del Fondo riviste di cultura, il semestrale “Il Gabellino”, l’organizzazione di seminari, incontri pubblici su un amplissimo raggio di temi.

La differenza fondamentale tra il sodalizio dei due scrittori negli anni Cinquanta e l’operato del gruppo della Fondazione Luciano Bianciardi è stato l’intento esplicito di quest’ultimo di creare a Grosseto un nuovo istituto culturale, che avesse la funzione di sedimentare energie locali non ignare dell’orizzonte complessivo e quindi possedesse la capacità di interloquire e far da filtro. Ma allorché la vecchia organizzazione politica del Pci uscì convulsamente dal suo smarrimento – l’amministrazione comunale grossetana fu la prima vittoria elettorale di Forza Italia nella ‘rossa’ Toscana – e tornò al comando mutata in quello che è oggi, ossia un partito di notabili in lotta per il comando di pezzi di territorio e dello stato, quell’esperienza fu abbattuta con un fuoco di fila a mezzo stampa, che tutto – opere e persone - ha falsificato, lordato, calunniato, ridicolizzato, nel giro di una ventina di giorni condotti senza esclusione di colpi di giornali compiacenti.

Anche a Grosseto, il Novecento è finito: con le forme politiche e sindacali, è consegnata alla storia una certa figura d’intellettuale, di cui il gruppo della Fondazione Luciano Bianciardi ha fatto parte. Le gallerie della vecchia talpa non sono visibili, ma come sono convinto che quanto si erge è in gran parte simulacro, così ho ferma fiducia che tra quanto appare rovina radicano operosi nuovi germogli.

​8 dicembre 2015

Questa volta, contrariamente alla consuetidine di questa rubrica, mi sembra importante lasciare la parola ad altri. Ripubblico dunque qui uno scritto uscito sulla rivista on-line di Ennio Abate, "Poliscritture". v.a.

http://www.poliscritture.it/2015/12/01/cera-una-volta-il-gabellino/ 

​Walter Lorenzoni

​C'era una volta "Il Gabellino"

«Il Gabellino» (1999-2006) nacque come semestrale della Fondazione Luciano Bianciardi di Grosseto ed interpretava l’esigenza di un gruppo culturale, già attivo da diversi anni, di continuare il proprio percorso di lavoro dotandosi di uno strumento che fosse, nel contempo, uno spazio di riflessione e un’occasione di interlocuzione con altri soggetti. Fin da subito, fece proprio il duplice profilo, istituzionale e militante, che caratterizzava la Fondazione, impegnata sia nella conservazione che nella produzione culturale. La rivista, per un verso, gravitava intorno alla figura di Bianciardi e alle varie attività dell’istituzione di riferimento e, per un altro, invece, ricercava un’autonoma proposta intellettuale, nella direzione di uno sguardo «civile» sulla realtà, tentando così di allargare i propri orizzonti culturali al di fuori dell’ambito specifico di competenza. La scommessa fu quella di un periodico che sapesse muoversi tra radicamento nel territorio d’origine – cercando di valorizzarne le risorse presenti e di sviluppare competenze – ed apertura verso l’esterno, in direzione della intellettualità diffusa nata dai processi di scolarizzazione del secondo Novecento e dislocata, prevalentemente, negli ambiti dell’insegnamento, dell’editoria, del giornalismo e dell’informazione in genere; quell’intellettualità di massa strutturalmente divisa tra i ruoli subalterni ad essa imposti dall’industria della comunicazione e l’urgenza di liberarsi da questa posizione subordinata. L’obiettivo, neanche troppo sottinteso, era dunque di creare, in una realtà fortemente periferica, un luogo di aggregazione e di dibattito culturale che sapesse interpretare e stare dentro la stagione dei grandi movimenti del tempo, impegnati contro la guerra e nella critica alla globalizzazione neoliberista.

 Il titolo, tratto da un topos bianciardiano presente nel romanzo Aprire il fuoco, alludeva al confine, allo spazio di frontiera, marginale e insidioso, ma, allo stesso tempo, anche capace di guardare oltre e quindi ricco di potenzialità; voleva indicare una sorta di paradigma della condizione in cui la Fondazione Luciano Bianciardi si trovava a riflettere e ad operare. L’idea che la marginalità potesse essere trasformata in risorsa, che costituisse un punto di osservazione in qualche modo privilegiato per portare lo sguardo oltre l’imperante omologazione mediatica e rappresentasse un luogo speciale per cogliere le trasformazioni in atto e per proporre un discorso pubblico alternativo a quello dominante, ricorrerà costantemente – forse, a volte, ripensandoci ora, con qualche ingenuità di troppo –  dal primo all’ultimo numero del «Gabellino». Il profilo istituzionale, per la rivista, risultava, al tempo stesso, limitante e fecondo. Da un lato, infatti, dover dar conto di tutte le questioni legate alla vita della Fondazione portava via tempo ed energie preziose. Spesso, poi, risultavano necessari anche dei compromessi (solitamente di tipo qualitativo), non potendo rifiutare ospitalità a chi si muoveva entro le coordinate istituzionali da noi tracciate e che era nostro compito stimolare e far crescere. Dall’altro lato, però, l’essere istituzione era una sorta di garanzia di credibilità, apriva porte che altrimenti sarebbero rimaste chiuse, permetteva una molteplicità di contatti intellettuali che sarebbe stato difficile avere presentandosi come semplice rivista. Alcuni progetti, ad esempio il Fondo autori contemporanei, prima, e il Fondo riviste di cultura, poi, favorirono una serie di «agganci» che ci consentirono di avviare, all’interno del periodico,  dibattiti e riflessioni che, di volta in volta, riuscivano addirittura a coinvolgere interi blocchi di interlocutori (insegnanti, redattori, autori). Tutto questo rese possibile l’apertura del semestrale a collaborazioni sempre più numerose e a tematiche diverse: la scrittura femminile, l’intercultura, l’editoria, la scuola, il «far rivista», l’intellettualità di massa. Il cuore del «Gabellino», ciò che ne incarnava lo spirito militante, divenne sempre di più il «Dossier» (allegato ad ogni numero) che cresceva o diminuiva a seconda delle partecipazioni e delle iniziative via via intraprese.

 La redazione era composta, principalmente, da insegnanti, ma, per quanto riguarda i più giovani, anche da qualche lavoratore precario del settore intellettuale. Tutti vivevano e operavano nel nostro territorio. L’organizzazione redazionale prevedeva, innanzi tutto, due riunioni collegiali: la prima in fase di progettazione del numero e la seconda al momento della chiusura. L’apertura alle diverse collaborazioni e l’esistenza di rubriche fisse sul «Dossier» faceva sì, tuttavia, che il fascicolo potesse modificarsi significativamente in corso d’opera. Il lavoro più importante, poi, fatto in maniera continuativa (per email, per telefono, o in occasione della riunione settimanale della Fondazione) era svolto da me (direttore editoriale) e da Velio Abati (direttore del comitato scientifico della Fondazione). Gli altri redattori partecipavano, in prevalenza, per le parti loro assegnate inizialmente o per le rubriche fisse di cui si occupavano. Accanto alle attività specificamente legate al semestrale, la redazione si impegnò poi, nel corso degli anni, nel promuovere forme di coordinamento tra le riviste di cultura che presentavano prospettive intellettuali simili e avevano un comune orizzonte di riferimento. L’intenzione era di provare a realizzare un percorso condiviso di crescita in termini organizzativi e di riflessione intorno alla questione del «far rivista», proprio sfruttando la peculiare posizione istituzionale che ci consentiva di diventare un punto stabile di riferimento in un contesto, quello delle riviste di cultura, segnato da frammentarietà, precarietà organizzativa, incertezze economiche e di altra varia natura. Nacquero così numerose iniziative (incontro alla Fiera del libro di Torino, mostra e convegno sulle riviste di cultura a Grosseto, seminari sulle e tra le riviste, spazio del «Dossier» appositamente dedicato al confronto critico tra redattori e riviste), anche se, però – come forse già allora avremmo dovuto prevedere –, proprio per la peculiarità che ci contraddistingueva, la nostra spinta militante fu spesso trasformata dagli interlocutori in semplice aspettativa istituzionale.

 Statisticamente, le riviste di cultura muoiono o per forza d’inerzia, per il graduale esaurirsi delle motivazioni e delle attese iniziali, oppure per conflitti di vario genere (personali, intellettuali, organizzativi) che vengono a crearsi tra i redattori. In ogni caso, a venir meno sono le basi di quella che, al di là delle molteplici differenze, si configura sempre come un’impresa collettiva. Nel caso del «Gabellino», invece, le circostanze furono completamente diverse, perché la sua fine coincise con un momento di maturità e di crescita ed avvenne a causa di un traumatico defenestramento politico che riguardò tutto il gruppo di lavoro della Fondazione. Il paradosso è che la cacciata si verificò in corrispondenza del ritorno del centrosinistra al governo del comune, dopo dieci anni di amministrazione di destra. La Fondazione Luciano Bianciardi era nata nel 1993 su iniziativa della CGIL locale, della famiglia dello scrittore e di altri soggetti economici; ad essa avevano aderito poi, tra gli altri, anche il comune e la provincia di Grosseto, gli enti che garantivano le risorse più significative. Durante il decennio di amministrazione comunale berlusconiana, aveva dovuto sopportare tagli cospicui ed era stata costretta a muoversi con prudenza di fronte ad un assessorato alla cultura che, in certi frangenti, interpretò in maniera molto aggressiva la vulgata allora ricorrente, approdata anche sulla stampa nazionale, della caduta di Grosseto, amministrazione ininterrottamente «rossa» dal 1945 in poi, come testa di ponte per la futura conquista dell’intera Toscana. Nonostante tutto ciò, a nessuno venne mai in mente, però, di occupare e smantellare la Fondazione per farne una propria piazzaforte. La bella idea, purtroppo, ce l’ebbe la nuova giunta di centrosinistra che, sfruttando il malumore di alcuni componenti della famiglia Bianciardi per un’attività, a loro giudizio, troppo debordante rispetto al tranquillo orticello bianciardiano, trovò una sponda per lanciare, sui compiacenti giornali locali, una diffamatoria campagna di stampa che chiedeva, tout court, l’azzeramento del vecchio gruppo di lavoro. Chi, per ruolo istituzionale, avrebbe potuto bloccare questa deriva, vuoi per insipienza vuoi per opportunismo, o tacque o saltò rapidamente sul carro dei vincitori.

 A bocce ferme, dopo circa tre mesi dagli eventi, Donatello Santarone, sul «Manifesto» (12 ottobre 2006), tratteggiò con rara lucidità quello che era successo, ipotizzando l’aprirsi, a sinistra, di una nuova stagione che, per certi versi, si sta dispiegando completamente sotto i nostri occhi solo oggi:

 La prima, istruttiva, lezione dell’affaire riguarda la natura dei partiti politici trasformati in «puri» comitati elettorali. Il loro comportamento, seppur aggiornato, ricorda l’esperienza ottocentesca dei partiti di notabili. E come in passato mal sopportano non solo conflitti, ma anche voci dissonanti rispetto al loro operato. L’autonomia intellettuale e organizzativa è dunque vista come un’«inefficienza sistemica», mentre l’accentramento dei poteri e dei ruoli è considerato funzionale al controllo delle idee, della «distribuzione razionalizzata» delle risorse e delle conseguenti strategie elettorali. In quest’ottica, non c’è spazio per un lavoro in profondità capace di sedimentare competenze e valorizzare i «giacimenti culturali» e le reti sociali presenti a livello locale. Le fondazioni e le istituzioni culturali devono semmai funzionare come macchine produttrici di eventi che abbiano come «effetto collaterale» variazioni significative sul consenso elettorale. Da questo punto di vista la crisi della Fondazione Luciano Bianciardi può essere interpretata come il fatto che il lascito del berlusconismo sia ancora presente non solo nella società, ma anche nella sinistra politica, incapace di sviluppare un proprio «ordine del discorso» autonomo dalle logiche del mercato, sia quando attestano l’avvento di una generica società dell’informazione o quando annunciano la fine delle «grandi narrazioni».

 L’eliminazione del vecchio gruppo non significò la chiusura della Fondazione, quindi, formalmente, il periodico sarebbe dovuto continuare con i nuovi arrivati. Anche se tentativi in questa direzione ci furono, e lo sappiamo per certo, i fatti, ad ogni buon conto, non andarono così, perché «Il Gabellino» era diventato ormai una macchina complessa, che richiedeva un impegno costante, giornaliero quasi, e non lasciava spazio a improvvisazioni o velleitarismi di sorta. Non si riuscì a proseguire neanche con un semplice bollettino istituzionale, rigorosamente vincolato alla figura di Bianciardi, cosa che poteva rappresentare, comunque, una valida alternativa dopo che erano state allontanate le componenti troppo militanti, sempre nel senso culturale del termine, che costituivano la redazione precedente.

 E noi, i «destituiti», non avremmo potuto provare a continuare con una nuova testata? Certamente non con il cartaceo, per un problema di costi, ma senz’altro con una rivista online, tenuto conto anche che, come qualcuno fece notare, eliminata la «zavorra istituzionale», si sarebbero potute liberare nuove forze ed energie. Da una prima ricognizione, emerse subito, tuttavia, che si sarebbe trattato di una soluzione del tutto diversa, con un prodotto finale molto distante dall’originale. E questo proprio perché la rivista, nella sua cifra specifica, si reggeva, per l’appunto, su quell’equilibrio particolare tra profilo militante e istituzionale che fin dagli inizi era stato, per «Il Gabellino», non un elemento di ambiguità, ma un ingrediente vitale. Tolto uno dei termini della coppia, quella rivista, su cui tanto avevamo scommesso ed investito, non esisteva più. E così si preferì lasciar perdere, facendo poi ognuno scelte individuali differenti.

 A distanza ormai di dieci anni, credo che quell’esperienza possa essere ora maggiormente apprezzata, per il tentativo fatto, in un contesto periferico e di oggettiva marginalità, di costruire un luogo e un gruppo di riflessione capace di interloquire in modo autentico con una molteplicità di soggetti intellettuali distribuiti sull’intero territorio nazionale ed anche oltre. Oggi, anche se il tempo trascorso non è poi molto, appare del tutto impensabile, in una realtà come la nostra – e forse non solo come la nostra – un’avventura come quella del «Gabellino». E segni che qualcosa del genere possa avvenire in un immediato futuro qui non si vedono.

1 dicembre 2015

Diari

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Non c’è bisogno degl’insegnamenti, numerosi e autorevoli, dei secoli: basta una riflessione onesta, per vedere che prima di prender parola si deve rispondere a poche domande non evitabili. Se non altro perché la ‘risposta’ c’è già, anche se non vogliamo saperne. Così, dopo lunga erranza nelle lettere, torno al rendiconto.

In nome di chi parlo? Se scrivo un’analisi didattica per i miei alunni – ne ho prodotte – so di parlare prima di tutto in nome dell’istituzione scolastica che mi ha formato, oggi in profonda disgregazione; poi in nome dell’istituzione letteraria in drammatica perdita di ruolo e di statuto; infine in nome di una parte - minoritaria quanto mai - di quell’istituzione, che cerca di tenere insieme il testo e l’extratesto, il bello e il vero, la storia e l’antropologia, lo storico e il biologico.

Fuori non so più chi sono. Se va bene, scrivo una pagina di diario.

A chi parlo? In un caso so di parlare a giovani che tentano di guadagnarsi un bonus in più da spendere nella roulette del lavoro. So però che chi mi ascolta mi attribuisce più o meno autorità.

Nell’altro non so più niente. So che da qualche parte ancora esiste – immagino che esista – un ceto di severi e competenti studiosi di cose letterarie. So che quel distretto ipotetico, dove si posseggono le lingue della Terra – deve pur esistere, per alcune funzioni indispensabili al comando del mondo –, è lontanissimo dai bisogni e dai valori che la mia vita e gli studi chiamano a non tradire. So allora che chi incontrerà la mia parola, lo farà nelle intermittenze della chiacchiera imbonitoria, dello spettacolo triviale, degli assilli incomponibili del giorno, nelle solitudini affollate, nell’insensato travolgimento della vita.

A che serve ciò che dico? Di fronte ai miei alunni so che, in forza del nome per cui parlo, posso tentare di svegliare in chi ascolta qualche domanda di senso su di sé e sul mondo che ci circonda. So che posso controllare in una certa misura il risultato del mio dire e fare. So che posso attendermi qualche alzata di spalle o qualche domanda ammonitrici.

Altrove posso solo tentare di costruire il diagramma dialettico in cui si delinei e non si disperda l’attrito di forze del mio essere nel mondo tra gli aprili della pagina, la strada che mi attende la mattina per guadagnarmi il pane e le scosse profonde del presente. Scommessa al buio, nella supposizione – supponente? - che qualcuno vi si riconosca o vi si riscontri o vi si contrapponga.

Di qui, la rarità della mia scrittura critica, ispida e condensata, illudendomi che essa sporga il suo inciampo, evochi un soprassalto da verità inattese, inascoltate.

​23 settembre 2015

Giorgio Luzzi, Troppo tardi per Santiago

 

La già corposa produzione luzziana presenta al lettore un nuovo libro importante che include anche la sequenza Rogo alla Thyssen-krupp, composta a seguito dell’orrida morte dei sette operai della fonderia torinese nel dicembre 2007, sequenza musicata da Guarnieri e rappresentata lo scorso autunno al teatro Astra di quella città con la regia di Alberto Jona. La costitutiva preminenza del tutto sulle parti dell’opera d’arte è da Giorgio Luzzi assecondata da un sorvegliato intento costruttivo, evidente a partire dalla titolazione, impiegata per un verso a complicare le fughe semantiche del componimento e per l’altro a strutturare legami d’insieme nella raccolta, per cui il profilo dei testi e delle sezioni precedentemente usciti in forme occasionali acquista ora un significato parzialmente nuovo.

La radice nutritiva di Luzzi, classe 1940 “valtellinese di nascita e torinese d’elezione” come ama precisare, è riconoscibilmente mitteleuropea, con aperture all’area francese, cosicché non sorprende che la sua voce si collochi nell’espressionismo lombardo, sorretta per altro da una forte tensione narrativa. L’energia che la anima è principalmente etica, con esplicite incursioni civili, sostenuta dalla profonda convinzione nella responsabilità della parola e della poesia, cui è assegnato il compito di scavare oltre la falsa chiarezza di ciò che immediatamente appare, oltre l’inganno reiterato della comunicazione alla portata di tutti, arma del potere. Per questo i suoi testi sono slogati da una doppia tensione. Infatti mentre essi assecondano il bisogno di ancorarsi alla determinatezza ora con indicazioni circostanziali, appelli e sollecitazioni al lettore convocato nella scena, ora con continui ricorsi al dato cronachistico tramite inserti di voci in presa diretta e lacerti di dialogo, nel contempo tali agganci alla ruvidezza del principio di realtà sono violentemente virati in una dimensione altra, che dà al materiale denotativo forma spaesante, irriconoscibile. Il modus operandi principe è, insieme con l’elisione operata da un secco procedimento sineddotico, il montaggio. Per questo se la figura chiave è l’analogia, il ritmo è vistosamente segnato da ciò che altra volta ho cercato di riassumere con il termine sintattismo.

Uno dei primi elementi che colpiscono il lettore, perché vi si trama l’intera raccolta, è il tema del viaggio. Numerosi e disseminati sono i nomi di luogo: dall’amata Vienna al Vermont, dalla Francia ai paesi africani, per tacere di altri anonimi paesaggi e passaggi. Eppure a sondar oltre la superficie, si scorge un immorare, un patire che diresti da locus conclusus. Per meglio testare il senso di questa faglia, è necessario però percorrere un’altra strada.

Dicevo del primato etico della parola, della tensione a fare del tessuto poetico, per l’oltranza che gli è propria, il luogo dove vive il senso della vita del poeta e dell’ordine collettivo. Avverti in ogni mossa la nobiltà della parola, sia quando prende movenze da divertissement infantile, sia quando s’impenna nell’invettiva sarcastica. Da questa tensione nascono l’intermittente ricorso alle clausole gnomiche, la predilezione per le giunture analogiche rare, in lessico alto fino all’arcaismo o al neologismo. È insomma convogliata tutta una cerimonialità della parola che più si palesa laddove lo sforzo ultraneo dell’espressionismo diviene più rarefatto, in contrappeso a quell’avvicinamento alla materia storica che altra volta ho intravisto nella recente ricerca luzziana. In quei punti estremi avverti la tensione etica scoprire un uso difensivo della nobiltà della parola. Ferita squadernata dalla sincerità intrepida del poeta che percorre intera la strada scelta, giungendo a mettere a nudo la sua impotenza e sperimentando sulla propria carne la precarietà irrimediabile della propria scommessa: i viaggi forse sono irreali, così come l’onore della lingua diventa forse un gesto autoconsolatorio. Dico “propria”, ma naturalmente è di un’intera cultura che si parla. È una certa figura novecentesca di poeta che guarda smarrita il paesaggio sociale e umano, una cultura e una lingua sfigurati eppure ineludibili: mentre gridano che l’intera fase otto-novecentesca è finita, reclamano altre domande, altri gesti. Ecco, solo da questo ultimo orizzonte diviene chiaro il titolo, bellissimo, della raccolta: Troppo tardi per Santiago. Quasi fraterno e oscuro rinvio a una poesia del viennese Karl Kraus, La domenica dopo la guerra: “Che ora è del giorno? / Troppo tardi”.

2 agosto 2015

Leggendo Fortini

Spettatori

Ben ch’io sappia che oblio

 preme chi troppo all’età propria increbbe

Giacomo Leopardi, La ginestra

 

Sono solo; con le masse

Franco Fortini, 1984

 

1. Ci sono tempi in cui può essere segno d’onore il silenzio, perché l’ultimo modo per non concorrere direttamente o indirettamente all’ipertrofia della chiacchiera pubblica, per non alimentare l’ignoranza presuntuosa che, come già Socrate insegnava, allontana l’inizio della sapienza. Contro tale sopraffazione Franco Fortini ha lottato fino all’ultimo giorno. Si erge, con verità immutata, vent’anni dopo, una manciata di giorni prima della morte, avvenuta il 28 novembre 1994, una lettera che costituisce forse l’ultimo scritto, l’ultimo pensiero. Si rileggano alcune parti:

 

Spero di non dover mai stringere la mano né a Sgarbi né a Ferrara né ai loro equivalenti oggi esistenti anche nelle file dei “progressisti”.

[…] Tommaso d’Aquino, Marx, Pareto, Weber, Croce e Gramsci mi hanno insegnato che la libertà di espressione del pensiero, sempre politica, è sempre stata all’interno della cultura dominante anche quando la combatteva. Tutt’intorno ai suoi confini, però, c’erano, lungo i secoli, miliardi di analfabeti, inquisizioni mistiche o, a scelta, grassi dobermann accademici, reparti speciali di provocatori incaricati di picchiare tipografi e distruggere i manoscritti. Ci sono – puoi ordinarli per posta – manuali per l’uso della calunnia nel management della comunicazione, lupare bianche, colpi alla nuca; o, nel più soave dei casi, la damnatio memoriae.

[…] Chi finge di non vedere il ben coltivato degrado di qualità informativa, di grammatica e persino di tecnica giornalistica nella stampa e sui video, è complice di quelli che lo sanno, gemono e vi si lasciano dirigere. Come lo fu nel 1922 e nel 1925.

Non fascismo. Ma oscura voglia, e disperata, di dimissione e servitù; che è cosa diversa. Sono vecchio abbastanza per ricordare come tanti padri scendevano a patti, allora, in attesa che fossero tutti i padri a ingannare tutti i figli. Cerchiamo almeno di diminuire la quota degli ingannati. Ripuliamo la sintassi e le meningi. Non scriviamo un articolo al giorno ma impariamo a ripeterci, contro la audience e i contratti pubblicitari.

[…] Pagare di persona, secondo le regole del finto mercato che fingiamo di accettare: ossia dimettersi o costringere altrui alle dimissioni, ritirare o apporre le firme e le qualifiche e il proprio passato, affrontare sulla soglia di casa o di redazione le bastonature fisiche o morali già in scadenza.

[…] Scade il primo semestre di chi ha perso il potere, come tanti altri, legalmente, coi voti di un terzo degli elettori, ossia giocando con la manovra della informazione e la debilità culturale ed economica di tanti nostri connazionali e, perché no, la nostra medesima.

 

La breve eco della ricorrenza del ventennale non contraddice la sostanziale assenza dell’opera fortiniana nella cultura odierna. Naturalmente questo fatto ci dice molto di più della natura del nostro tempo che di quella dell’opera di Fortini. Egli, se per certi aspetti della sua convinta e fedele frequentazione del genere saggistico, nonché, e forse soprattutto, per la qualità dialettica della sua prosa ricorda Adorno, il suo marxismo lo portava sì ai margini del milieu politico e culturale, ma sempre in connessione con una soggettività sociale e politica agita. Ha sempre avuto un’acuminata e antinomica consapevolezza di essere al contempo nella cultura dominante e sintomo di “miliardi di analfabeti”. La rivendicazione verso i dirigenti dei partiti della sinistra – rivendicazione accusata da questi ora di essere elitaria, ora piccolo-borghese - del diritto al giudizio politico non era mai disgiunta dal disegno e dalla speranza che l’eco delle rivistine di poche centinaia di copie, in cui spesso ha scelto di scrivere, sarebbe arrivato alle ampie masse militanti di quegli stessi partiti.

 

2. Tre giovani della mia cittadina di provincia, mentre si divertivano a ‘postare’ brevi storie filmate fatte in casa, si sono trovati a ricevere oltre un milione di ‘contatti’ dal mondo, così, con loro sorpresa, si sentono chiamare da una, come si usa dire, importante casa editrice per scriverne un volume. Non troppo tempo fa uno che aveva dignitosamente girato la nazione con la sua arte di saltimbanco, decide di fare un salto più grande, diventare istrione. Grida la sua guerra in quegli stessi nuovi mezzi di comunicazione e fa di un simbolo da guida turistica il primo ‘partito’ italiano. Abbiamo scoperto l’America.

Il quantum di possibilità, che l’informatizzazione di dati e di mezzi comunicativi ha dato al singolo di parlare ‘a tutti’, è insieme la carota e il bastone con cui il capitale ha distrutto prima i luoghi della manifattura poi di riproduzione della vita quotidiana nei quali le classi subalterne avevano in un secolo e mezzo costruito il proprio incontro e la propria azione di resistenza e di contrasto. Lì ci si è conosciuti come interesse comune, come soggettività capace di agire, come produzione di conoscenza, come embrione di un domani tendenzialmente alternativo. Erano i luoghi del sindacato, del partito, dell’associazione vissuti nelle articolazioni diverse del vivere comune. Intendo i luoghi e le forme che hanno storicamente fatto nascere e segnato il grado di democrazia nelle società moderne: dai puritani del Cromwell ai giacobini francesi, dai soviet del 1905-1917 ai partiti, ai sindacati e alle associazioni del secolo breve.

Non si dà democrazia se i senza potere, oltre a riconoscersi come tali, non affermano e fanno vivere forme di volontà comune, progetto comune, visibile e alternativo nelle articolazioni sociali. Fortini ha scritto e agito in un periodo in cui le sue parole e la sua azione risuonavano nei diversi luoghi aggregativi che diversamente le intendevano e diversamente se ne appropriavano, così facendole vivere, magari rifiutandole.

Oggi domina la molecolarità. L’ipertrofia dell’io, che da certa sociologia americana nei tardi anni Ottanta era stata chiamata “società narcisistica”, nel disfacimento della lunghissima crisi attuale si mostra in tutta la sua miseria e impotenza. Il godimento coattivo di quel decennio si è tramutato oggi in urla, quando non in silenti autolesioni. In tale cacofonia del caos dove le classi subalterne sono spesso ridotte al loro puro esistere sociale, deprivate come sono di propri luoghi comuni o, come si usa dire, dei “corpi intermedi”, non c’è spazio per ciò che Fortini marxianamente chiamava la “mediazione”. Tutta l’opera di lui e ogni suo gesto presuppongono un contesto e – quel che più conta – costruiscono un interlocutore che poggi e operi nella mediazione. Mediazione di organizzazioni politiche, come si diceva, e associative che degli “analfabeti al di là dei confini” interpretassero domande e silenzi, operando per una nuova forma sociale, ma mediazione anche nel senso di fatica del concetto per la conoscenza critica della totalità economico-sociale.

Nell’odierna illusione che ognuno possa parlare a tutti – prodotto diretto della convinzione trionfante che, diceva Margaret Thatcher, la “società non esiste” – solo chi possiede ricchezze, potere e strumenti può farsi sentire sopra l’immane brusio. Agli altri non rimane che l’urlo plebeo o l’applauso. Questa comunicazione verticale è fatta di slogan, non di discorsi; è una performance che costruisce una realtà virtuale, non un’argomentazione che si confronti con il principio di realtà; pertiene all’estetica dello spettacolo che comanda l’immedesimazione passiva, non all’etica della responsabilità e alla conoscenza che coltivi il passaggio all’età adulta.

Per tutto questo, dicevo, oggi Franco Fortini è rimosso.

 

Prosa e poesia

La verità di un giudizio politico può essere scritta parlando di Proust, e un consiglio di poetica può nascondersi in una valutazione di dissenso dell’Est

Franco Fortini, 1977

 

La massima “l’uno si divide in due” non era per Fortini né un vezzo dei tempi, né solo un assunto teorico. Era, prima di tutto, un dato esistenziale profondamente vissuto.

 

                                            Mi è stato fatto non so quando un male.

                                            Una ingiustizia strana e indecifrabile

                                            mi ha reso stolto e forte per sempre.

Leggendo una poesia

 

Il doppio registro della sua ricerca, saggistica e poesia, ne è soltanto un esempio. E certo egli ha sofferto del poco rilievo che a lungo la critica ha dato alla sua produzione poetica. Tra le tante sue testimonianze, reco una memoria personale. Giovanissimi studenti universitari lo ascoltavamo a una lezione sui lirici italiani del primo Novecento quando, con la mestizia del Virgilio dantesco, osservò che essere poeti è un onore grande, anche se lo si è di seconda fila.

Eppure, malgrado le cautele, le resistenze, le denegazioni autentiche dello stesso Fortini, ci priveremmo di uno sguardo più profondo, se non vedessimo che proprio l’energia feconda di quel volersi avversario del pensiero dominante senza dismettere la coscienza di esserne parte, rivendicato nell’attività saggistica, è la medesima che nutre il manierismo, il falsetto della sua poesia.

Se in vita ha visto messa in secondo piano la sua opera poetica rispetto alla saggistica, dopo la sua morte assistiamo al recupero della figura poetica a discapito dell’intellettuale militante. Ribaltamento curioso, che conferma proprio quanto sopra si argomentava. Fortini è diventato un classico:

 

Non so che senso abbia turbare quei due defunti [Pasolini e Moravia], già così ben disposti nei loculi dei manuali e delle antologie. Fare l’agente di borsa, diciamo, non è un mestiere da tutti; soprattutto dove una Borsa Valori non c’è, tutt’al più una Sala Corse per tristi bookmakers. Lasciamo che Pasolini e Moravia conversino nei licei, come già fanno da tempo, con i loro nonni D’Annunzio e Svevo, Pascoli e Pirandello, dopo essere vissuti in un mondo fedele alla persuasione che gli uomini di lettere, i poeti e i romanzieri potessero toccare le coscienze. Ormai le parole, o i silenzi, sono altrove.

 

La firma è di Fortini, anno 1992. Il cerchio si chiude, sebbene le parole e i silenzi siano altri da quelli ch’egli stanzi.

 

Il presente

                        Guardavo, ero ma sono.

                        La melma si asciuga fra le radici.

                        Il mio verbo è al presente.

                        Questo mondo residuo d'incendi

                        vuole esistere.

                        Insetti tendono

                        trappole lunghe millenni.

                        Le effimere sfumano. Si sfanno

                         impresse nel dolce vento d'Arcadia.

                         Attraversa il fiume una barca.

                         È un servo del vescovo Baudo.

                         Va tra la paglia d'una capanna

                         sfogliata sotto molte lune.

                         Detto la mia legge ironica

                         alle foglie che ronzano, al trasvolo

                         nervoso del drago-cervo.

                         Confido alle canne false eterne

                         la grande strategia da Yenan allo Hopei.

                         Seguo il segno che una mano armata incide

                         sulla scorza del pino

                         e prepara il fuoco dell'ambra dove starò visibile.

Franco Fortini, Il presente

 

Non scorgo poesia più grande, meditazioni più profonde che al pari di Fortini non abbiano sentito l’assillo, meglio, l’ossessione fino alla ferocia del presente, analoghe in questo alla dura concretezza di milioni di esistenze che lungo i millenni hanno strappato il pane per sé e per gli altri. È un presente però sempre slogato dalla consapevolezza del passato e dalla memoria dello sguardo futuro. “Guardavo, ero ma sono”: la parola “presente” si slabbra da subito verso il passato. “Sono”, nel pensiero fortiniano, ha abbandonato alla sua falsità l’immediatezza che pare affermare, addita invece e attiva in sé stratificazioni che affondano in ere remotissime, fin oltre il biologico: “questo mondo residuo d’incendi”. La soggettività umana, anzi individuale del sum si slarga in direzione sarcasticamente anti-antropocentrica, segnalata da un’antifrasi rattenuta da sottile gioco di spostamento: “Detto la mia legge ironica / alle foglie che ronzano, al trasvolo / nervoso del drago-cervo” ecc. Ad essere “ironica” non è affatto la “legge”, bensì la voce che, pretendendo d’imporre alla natura la propria legge umana, si scopre oggetto di derisione.

Ovvia, in tale dialettica, la proiezione verso il futuro più remoto: l’ “ambra dove starò visibile”. Così messa a nudo la transitorietà del presente, non c’è spazio né per un sentimento di resa, né per una sopravvivenza nichilistica. Le “effimere” (specie di farfalle che vivono un solo giorno) che “sfumano” sono precisamente la falsa irrelatezza del presente o, per dir meglio, della nostra vita individuale. Il presente non è mai solo un punto, l’io individuale non è mai sola impotenza, perché si carica del sapere e del potere di chi gli è prima e di chi gli è accanto; il suo fare non muore mai con lui e mai si ferma ai confini della propria mano. A questa altezza cosmica Fortini consegna a chi, nel nostro tempo della miseria, è buttato da parte un messaggio di forza inesauribile, oscuro però, niente affatto eroico, e arduo, incompatibile con l’accecamento immediato dei plausi o dei fischi.

 

Spettatori?

Indignez-vous!

Stéphan Hessel, 2010

 

Dentro questo autobus che ci trasferisce c’è tale un urlìo

che non permette di parlare

e nemmeno di tacere umanamente

Franco Fortini, Leggendo una poesia

 

Il grido di un vecchio partigiano indomito, Stéphan Hessel, ha d’improvviso scosso le coscienze di milioni di giovani che tutto ignoravano, ma molto sentivano. Un moto imponente, che ha fiorito, adattandone il nome, sulle due sponde dell’Atlantico, invaso il Mediterraneo. La risacca è stata repentina, anche se di certo fruttificherà in forme e luoghi per ora ignoti.

Perché Fortini sosteneva che “non serve indignarsi”? Indignarsi è prima di tutto lo scatto emotivo e morale di chi sente la misura colma. È l’atto di chi a lungo ha immaginato di comprendere, pensandosi estraneo o immune, per alla fine trovarsi di fronte a qualcosa che lo sovrasta, lo sbalordisce e lo ripugna. Vi scorgeva dunque il duplice limite dello sfogo immediato, quando invece si tratta di comprendere, per agire secondo una strategia razionale. Indignarsi si configura come la reazione automatica del crepuscolo della società affluente, la cattiva dialettica di un’epoca che, mentre vede spegnersi tutte le promesse della propria origine in un potente moto regressivo, sta intanto prosciugando i pozzi di chi fino ad allora aveva voluto opporlesi.

Fortini proveniva da una cultura che lo aveva attrezzato – tra, diciamo, l’8 settembre e la conclusione del secolo breve - prima contro le pretese dogmatico-paternaliste, poi contro la mitizzazione della spontaneità di ciò che allora si chiamava ‘base’, oggi virtuosamente trasformata in ‘società civile’. Per questo ha immediatamente colto con sarcasmo la curiosa fusione di paternalismo e spontaneismo, primo annuncio del populismo odierno, che negli anni Ottanta animò la politica dell’“effimero” inaugurata dalle amministrazioni di sinistra. Quelli ch’egli chiamava Assessorati al turismo e allo spettacolo, estendendo il modello del concerto rock, trasformarono i diversi campi culturali in “eventi”: dalla proiezione cinematografica, alla lettura di poesia, alla mostra di pittura. Rammento, dice Fortini, “che nel corso della discussione mi accadde di buttare lì una battuta, che scandalizzò orrendamente i progressisti seduti accanto a me. Dissi: «non esiste il Petrarca per tutti». Vale a dire: il tentativo di rendere accessibili alcune opere, che sono state create in un certo contesto storico e che hanno una definibile funzione che non può valere per tutti”. Parole del 1989, nel pieno svilupparsi di ciò che Fortini chiamò “snobismo di massa”, allorché le trasformazioni economico-sociali e politiche lo avevano costretto a un isolamento crescente. Negli ultimissimi tempi della sua vita, giudicato oramai incongruo e infrequentabile lo spazio pubblico, preferiva ricevere in casa propria piccoli gruppi di giovani.

Già un decennio prima, sul finire degli anni Settanta, indicava nei suoi scritti, senza timore d’apparire provocatorio e addirittura reazionario, il pericolo dell’urlìo camuffato da pratica democratica, guardato invece con simpatia dalla sinistra più radicale del tempo, perché si accompagnava alla diffusione delle cosiddette radio libere, antesignane delle ‘televisioni libere’, ossia della televisione commerciale, che in Italia è stato ed è il duopolio tra la Rai e la berlusconiana Mediaset. “In via di principio – dice Fortini in un’intervista del 1978 – non posso essere contrario a dilatare l’accesso alla comunicazione; a condizione che non si abbia inutile rispetto ‘democratico’ per la imbecillità”.

L’odierno lettore di Fortini si trova nella schizofrenia di osservare per un verso una condizione socio-culturale che conferma e anzi enfatizza le diagnosi fortiniane e per l’altro la crescita simmetrica delle condizioni che ostacolano l’avvicinamento e la comprensione di quelle diagnosi. È in fin dei conti il riproporsi del tema classico della presa di coscienza. Per questa strada incontriamo clamorosamente ciò che sociologi ed economisti hanno di recente chiamato vittoria del capitale sul lavoro, introiezione da parte delle classi subalterne dell’ideologia dominante come dato di natura. Risulta credo più chiaro perché il lascito fortiniano oggi sopravviva ai margini, mentre la sua resistenza a divenire fungibile qui e ora è, per converso, il segno del suo valore critico sul piano euristico e contrastivo in quello politico. Non è morto. Un giorno o l’altro, come certi enzimi, si riattiverà.

Ma noi come possiamo usare l’esperienza fortiniana? Noi, dico, cui è dato vivere in questa notte? Se alla chiamata non declinabile del che fare, che ogni giorno misura il senso del nostro vivere, non so dare la risposta alta che sento necessaria, perché essa non è data nell’ambito dell’azione individuale, trovo nell’ antropologia conquistata da Fortini, insieme con la messa in guardia verso la società dello spettacolo, nutrimenti fecondi. Perché mentre mi addita il limite del mio essere qui e ora, mi dimostra anche che l’alternativa non è mai il nulla e neppure ‘il meglio che niente’. È solo di registro diverso. C’è qui, in Fortini, la meditazione di Marx, a partire dalla quinta e sesta Tesi su Feuerbach, e di moltissimi altri, non ultimo Paolo di Tarso: “quello che di te rimane – dice Fortini a otto mesi dalla morte – è una quantità di modificazioni che la tua vita, come quella degli altri, ha introdotto nei rapporti fra gli uomini”.

2 luglio 2015

Non ho tempo

a D.

Non ho avuto tempo, mi risponde la giovanissima allieva cui ho chiesto la consegna di una breve certificazione. L’inciampo minimo mi ha interrotto mano e pensiero: non era una scusa. I congegni del giorno sono potenti; occorre lo strappo d’un imprevisto, perché il profumo di una vigna o uno sfavillio di celeste irrompa. Non ho tempo è il bruciore improvviso acceso da ogni sporgenza verso il futuro, da ogni necessità nuova che impegni un punto qualsiasi a venire. Il presente occupa compattamente l’esperienza del tempo. La saturazione del presente non è solo delle cose da fare o da pensare. È, prima ancora, della vista, dell’udito. Si può anzi dire che è dell’udito e della vista perché si faccia senza pensare e si pensi senza fare, come c’insegnano i grandi viali coperti, le ampie isole dei centri commerciali. Solo l’eccedenza scuce un lembo, dà un fiato alla sofferenza del sintomo. Non sorprende che la sua forma, in frequenza crescente e in età sempre più precoce, sia il panico.

L’altro, opposto e più confermativo sintomo è lo smarrimento, l’angoscia che dilaga in ogni falla, in ogni lenimento della routine.

Solo la mala fede può far asserire che tale dato è in contrasto con l’esperienza ormai vasta del non lavoro e della precarietà. La saturazione del presente, più ancora che il nascondimento del passato, è la forclusione del futuro. Per questo il presente è diventato il tempo dell’ossessione. La coazione a ripetere che umilia le esistenze individuali è la stessa che ci spiega come tagliare gl’investimenti per pagare il finanziere sia fonte di benessere e come aumentare il consumo dei combustibili fossili non provochi cataclismi climatici.

“Si può sostenere - ha osservato un geografo - che la storia del capitalismo è stata caratterizzata da un’accelerazione nel ritmo della vita, con relativo superamento delle barriere spaziali”, mentre “gli orizzonti temporali si accorciano fino al punto in cui il presente è tutto ciò che c’è” (D. Harvey). La descrizione tanto realistica della fenomenologia del nostro tempo ne mostra anche la Verità, se si rammenta che il salto dalla società feudale al capitalismo è l’inversione dei tempi tra produzione e distribuzione: il capitalista ha dovuto prima pagare i fattori della produzione e poi far produrre. È in quell’originario consumo di un frutto futuro, il motore della presentificazione in figura dell’avvenire, inghiottito dalla dilatazione del presente. È da quella genesi permanente la progressione ossessiva che divora oggi ai nostri figli terra, acqua, ossigeno, che alimenta il buio delle nostre vite.

Non abbiamo tempo.

15 aprile 2015

Piero Bevilacqua, Pasolini. L’insensata modernità

Di fronte all’insensatezza dell’uomo costretto a mero fattore di produzione e alle tragedie di un ecosistema che sempre più violentemente reagisce a chi pretende d’ignorare una sua alterità alla trasformazione tecnologica e al profitto, il pensiero della decrescita promosso da Latouche apre strappi utili nel pensiero dominante. Piero Bevilacqua, in un saggio “di alta divulgazione e di essenzialità”, mette alla prova la figura intellettuale di Pasolini a partire da questo intento, per mostrarci “il critico dei miti della crescita”.

Dopo aver osservato la consonanza con il rifiuto leopardiano delle “magnifiche sorti e progressive”, lo storico, ripercorrendone rapidamente l’opera, conduce il lettore ad una faglia da cui si possono attingere materiali attualissimi di critica all’oggi. Ciò che permane, dice Bevilacqua, nei diversi periodi della produzione pasoliniana è il contrasto radicale tra la nostalgia del mondo contadino e la società industriale, in Italia esplosa nei due decenni successivi alla seconda guerra mondiale. Se è vero, sostiene lo storico, che fino agli anni sessanta tale rifiuto si accompagnava contraddittoriamente a un progressismo derivato dall’adesione al Pci, nella parte finale della sua vita, abbracciata coerentemente una posizione pessimista e intransigente, lo sguardo di Pasolini si fa più penetrante. Quel volgere le spalle alla modernità, quel misurarla con i valori che egli attribuiva al mondo cancellato – indipendentemente dalla verità storica di tale attribuzione – ha portato il poeta, il polemista, il critico a pagine sferzanti e in buona misura anticipatrici della natura della sofferenza odierna. Ai suoi occhi risultava agevole scorgere, appena sotto la superficie dei progressi materiali ridistribuiti dallo sviluppo capitalistico, la mercificazione di tutto, la drammatica riduzione della complessità storico-naturale alla sola misura dell’utile e quindi la cancellazione del senso del vivere umano, lo smarrimento della presenza del ciclo naturale della materia e del vivente.

Almeno un’altra messa in guardia ci viene consegnata dalla ricognizione di Bevilacqua. La mutazione antropologica che Pasolini osservava l’ha portato a scrutare la fisicità dei corpi, denunciando il loro ammutolirsi nell’anonimia della “gente”, così come l’ha fatto soffermare sulla perdita di espressività di una lingua italiana strumentale e pubblicitaria che ha sospinto l’espressività dialettale ai margini. Da ultimo, nella fase forse più nota, il Pasolini ‘corsaro’ ha denunciato con estrema violenza l’irrilevanza della politica, simmetricamente al suo corruttivo, antidemocratico rinserrarsi nel Palazzo.

Lo sguardo partecipe e insieme misurato di Bevilacqua non manca di sottolineare il tono del discorso che va ripercorrendo, la natura sua propria. Chiarito che non è da chiedere a Pasolini ciò che non può dare (“la formula che mondi possa aprirti”, direbbe Montale), perché la sua voce grida “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, lo scrittore, conclude Bevilacqua, è “sovranamente impolitico”, la sua è la figura dell’eroe solitario: “voleva urlare ai suoi lettori la barbarie che vedeva avanzare, lui solo, veggente in mezzo alle tenebre, tra gli applausi che i suoi contemporanei accecati le tributavano”. Si coglie qui un elemento che merita una riflessione, perché aiuta a illuminare una verità attuale. La fortuna di Pasolini dopo la sua morte è tanto vasta e duratura, che non sono sufficienti a spiegarla né l’opera letteraria, né la tragicità e il mistero del suo assassinio, né la rilevanza della sua produzione cinematografica: c’è un di più.

Le ultime pagine del saggio di Bevilacqua, di forte presa sulla realtà politica, sociale e culturale odierna, di vibrante tensione civile, nelle quali la sua voce ‘invera’ il viatico di Pasolini, costituiscono il reale inizio del saggio, tanto che verrebbe voglia d’invitare a leggerlo dalla fine. Qui il lettore trova i tratti dolenti della miseria del presente, allorché il capitalismo, con la propria vittoria mondiale, ha portato al massimo grado quell' “ininterrotta messa in discussione di tutte le condizioni sociali” già diagnosticata nel 1848 dal Manifesto di Marx-Engels, così producendo ciò che Bauman, nelle sue fortunate descrizioni, chiama “società liquida”. È il deserto che sembra abitare una società impoverita e umiliata a nuovo plebeismo, il nulla del pensiero, la vuotezza del gergo quotidiano, la difficoltà ardua di aggregare i rivoli del disagio e della protesta, la sfuggenza dei centri reali di comando, l’arrogante refrattarietà di chi dice di detenere il governo, che fanno sentire più vicino, meglio comprensibile chi in altre epoche si è trovato a gridare da solo nel deserto, ha fatto ricorso alla “poesia, fondo dell’alterità … in rivolta contro l’ottundimento del conformismo, l’assoggettamento della soggettività agli automatismi massificati”. Per questo, Pasolini è più nostro che del suo tempo.

9 aprile 2015

Notizie

Accestisce qui l'erba ch'affolta da oltre vent'anni

imprevisto alle trame affiora un ronzio di sciame.

E' tiepida stamani la luce.

 

Ma è profondo dicembre

vuoto il cielo di voli, né

più alcuna mano è nei campi.

 

Tu sai che nella terra precipita

la corsa breve e gli slanci

delle stagioni. Immobile rimane

per niente materna.

 

Ma senti, nascosti tra i roghi

altri sguardi in attesa:

niente, di vero e di falso, andrà perduto. Irromperà

lo squillo del picchio.

 

Nota

"Roghi", l'uso dialettale è tutt'altro dal significato italiano. Ma "rovi" sarebbe riuscito troppo falso.

1 gennaio 2015

C’era una volta una piccola città

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A Velso: contadino, mio padre

C’era una volta una piccola città che era abitata dai Bassi e dagli Alti. Come tutte le città del piccolo pianeta, aveva difetti, tanto più che i suoi abitanti non avevano grande esperienza di democrazia o, se ce l’avevano avuta, era stato in tempi così antichi che nessuno se la ricordava più. Eppure, approfittando di un certo periodo di crescita e di benessere, i Bassi avevano saputo trovare la forza e il gusto di discutere, di stare insieme per le strade e per le botteghe della piccola città, anche fino a notte fonda. In breve, avevano saputo contare di più. Forse, in questo, aveva la sua parte il fatto che gli Alti, da tempi immemorabili notabili della piccola città, nei loro traffici con i concorrenti avevano sempre figurato come i guitti, gli arraffoni estemporanei, che esibivano come patacche – non avresti saputo dire se tragiche o comiche - i blasoni di glorie antichissime. Insomma, la loro ricchezza era più dovuta alla condizione di plebe dei Bassi, all’uso spregiudicato del proprio comando, per il quale trasformavano ogni diritto dei loro sottoposti in favore da concedere o da negare, piuttosto che alla propria capacità imprenditoriale, alla propria virtù di governo. Alcuni storici scrivono che le speranze fiorite in quel certo periodo di crescita, l’allegria breve che aveva fermentato tra i Bassi e contagiato persino alcune famiglie degli Alti, tanto che la piccola città si era guadagnata qualche risonanza fra le altre, erano state possibili proprio per la relativa debolezza degli Alti.
La piccola città aveva due sole scuole: una per gli Alti e una per i Bassi. Naturalmente diversi erano gl’insegnanti e gli studenti, diversi erano i fini e le materie, diversi il ruolo e il prestigio. Ma a un certo punto del breve periodo di crescita che si diceva i Bassi cominciarono a interrogarsi. Non tutti, certo, ciò non accade mai. Però i dubbi si erano insinuati, le domande giuste: se i padri e i nonni dei Bassi lo erano stati di nome e di fatto, perché i loro figli, per la circostanza che così si chiamavano, dovevano continuare a seguire le scuole basse? Nessuna scienza, nessuna morale, nessuna Verità poteva negare che capaci e meritevoli nascessero fra i Bassi come fra gli Alti. Era stato scritto che tutti i cittadini erano uguali di fronte alla legge, ma si comprese subito che non era vero. Così si arrivò addirittura a proclamare sui muri della piazza, perché tutti potessero leggerlo e rivendicarlo, che era compito – proprio così, “compito” - della repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto, la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese.
Per un certo periodo, le conquiste, i progressi, lo slancio creativo crescevano, cento fiori fiorivano. Qualcuno proclamò, con argomenti pratici, che fare parti uguali tra disuguali era la peggiore delle ingiustizie, perché se giustizia è rendere uguali, proprio chi aveva di meno doveva invece avere di più. Che è un modo diverso di dire che se sono le circostanze a formare l’uomo, si tratta di umanizzare le circostanze. I più sensibili, i più impegnati portarono alla luce, con opere e scritti, che non si dà vera felicità se questa non è condivisa, che la spada ferisce sempre da due parti: chi è colpito e chi colpisce. In breve, si era venuto corrodendo il pensiero comune –rivelatosi allora tenace quanto erroneo – che gli Alti si chiamavano così, perché questa era la loro natura. Molti scoprirono con sorpresa che la felicità comune poteva prendere avvio proprio da chi fino ad allora era stato e veniva considerato basso. Fu certo per questo motivo che sulla torretta chiamata dei diavoli, forse antico fortilizio dei Bassi della piccola città, notte tempo una mano ignota scolpì “vivas foelix”.
Tutto questo sommovimento scombussolò antiche consuetudini e relazioni, solide convinzioni comunemente ritenute vere proprio perché tramandate. Le due scuole, pur serbando in parte la loro vecchia natura, si mescolarono. Sfortunatamente, il processo in questo modo avviato presto si arrestò.
Alcuni storici sostengono che fenomeni analoghi erano apparsi nello stesso tempo in numerose altre città del piccolo pianeta, provocando lo scandalo e, peggio ancora, il danno immediato delle confraternite degli Alti di quelle stesse città. Tali storici dicono anche che la reazione non fu immediata, né uniforme, che si ebbero resistenze, parziali avanzate, ritardi. Sembra che i più generosi, o semplicemente i più lungimiranti, tra chi sosteneva le ragioni dei Bassi, andassero affermando che se piccolo danno avveniva per alcuni Alti nell’immediato, nel medio periodo invece grande e comune sarebbe stato il vantaggio. Si rispose loro che di questo non si curavano, perché a quel tempo sarebbero stati tutti morti.
Fatto sta che gli Alti della piccola città non seppero né approfittare della spinta comune per crescere in acume, inventiva imprenditoriale sui concorrenti della altre città del piccolo pianeta; né riuscirono davvero a spazzar via la pretesa dei Bassi. Così fecero ciò che da secoli oramai ripetevano: mettersi a disposizione dei loro concorrenti più forti delle altre città, ora facendo i buffoni, ora concedendo qualche pezzo della piccola città, ora rubacchiando al banco degli affari. Tra sé si dicevano furbi, lasciavano correre le risatine, i colpi di gomito o le vere e sonore risate, perché ciò che loro premeva era dirsi, con i Bassi, costretti a fare ciò che facevano o a lasciare che altri facessero.
Certi storici sostengono – perché non tutti sono concordi - che i concorrenti degli Alti, in lotta e in combutta in tutto il piccolo pianeta, avevano trovato un rimedio straordinario per semplicità ed efficacia. C’è addirittura chi sostiene, ma la cosa non è mai stata provata, che l’idea sia stata messa in pratica da una vera e propria commissione che, per il tavolo bizzarro impiegato nell’occasione, fosse stata chiamata trilaterale. L’idea, dicono dunque certuni tra gli studiosi di cose passate, partiva da questa semplice constatazione: se i Bassi della piccola città e di tutto il piccolo pianeta hanno cominciato a mettere in discussione la loro naturale condizione, al punto da far breccia anche tra gli Alti; se a ciò hanno aggiunto l’operato concreto di gruppi e di singoli che vogliono la repubblica o comunque lo stato strumento di rimescolamento delle condizioni; basta affermare la superiorità della libera iniziativa sui vincoli delle burocrazie, la sanità naturale della concorrenza tra gl’individui contro l’artificiosità di chi approfitta del proprio comando dello stato per imporre il proprio interesse. Qualcuno di quegli storici arriva ad affermare – ma dovrebbe esibire le prove – che in quell’epoca fosse stata addirittura creata la parola d’ordine “più mercato meno stato”.
Sia come sia, con discreta rapidità i governi della piccola città cominciarono a scoprire che il debito dello stato era troppo alto, che quello, come una famiglia, non può alla lunga vivere con i debiti, che la cura era abbattere il parassitismo delle burocrazie pubbliche e fare sacrifici per i figli. E non solo i governi, si capisce, ma anche i gazzettieri, le botteghe, i caffè e le famiglie medesime si ripetevano la verità comune e del tutto ovvia. Così fu presto una corsa a vendere ciò che era pubblico, a togliere le spese comuni, perché i soldi tornassero nelle tasche private, perché si favorissero i guadagni e gl’investimenti privati, la produzione, l’occupazione, insomma il benessere di tutti. La concorrenza, si diceva, era l’anima dell’efficienza perché dava spazio ai migliori, della democrazia perché toglieva le rendite di chi approfittava del posto, della moralità perché dava di più a chi sapeva più conquistarselo. Così si elogiava e si praticava il risparmio nelle attività rimaste pubbliche per un duplice vantaggio: faceva diminuire le spese comuni e riconduceva quelle che fossero sopravvissute alla virtù dell’impresa privata, grazie anche a investimenti economici in quelle da parte di chi poteva.
Fu così che la scuola degli Alti e la scuola dei Bassi tornarono a farsi concorrenza: non per coerenza con il proprio nome – chi ci credeva più alle ideologie? – ma per togliere all’altra iscritti e per attirare investimenti di chi aveva. Raccontano gli storici che le assemblee degl’insegnanti e del personale tutto s’impegnarono con fervore a cercare i modi più fantasiosi per rendere appetibile l’iscrizione, per attirare investimenti, non tanto dalla piccola città (non è che mancassero i soldi, il fatto è che qui gli Alti non sapevano che farsene di ricerca e istruzione, avendo già deciso che la loro strada era la truffa, la cortigianeria, l’improvvisazione) quanto di altre leghe e città del piccolo pianeta. Alcuni storici asseriscono che insegnanti e personale migliore, quello che si era formato in quel certo periodo di crescita - migliore perché più motivato, più aperto alle trasformazioni, persino più competente – si erano buttati anima e corpo nel sostenere le ragioni della propria scuola e quindi della concorrenza. Lo facevano, scrivono, senza alcun sospetto, in completa innocenza.
Gli storici ci dicono che i legami e le comunicazioni tra tutte le città del piccolo pianeta si erano assai intensificate rispetto alle epoche passate, cosicché le migrazioni per ragioni più diverse sempre presenti si fecero più naturali e necessarie, per fuggire dalla miseria, dalle persecuzioni, dalle guerre. Visto che tali legami avvenivano sotto il segno della concorrenza, ciò non significò affatto diminuzione dei conflitti tra economie, religioni, lingue: ridisegnò invece i confini, sociali e geografici, tra gli Alti e i Bassi del piccolo pianeta, aggravò la loro differenza. Gli Alti della piccola città capirono subito che la lingua ora dominante nel piccolo pianeta, loro ovvio patrimonio per i propri traffici, sarebbe stata utile per rendere più facile la migrazione dei Bassi acculturati, migrazione quanto mai necessaria vista la condizione subalterna in cui avevano riconfermato la piccola città. Così incoraggiarono la preparazione di giovani in quella lingua. Non mancò, dicono certuni storici, chi sostenne che si trattava di una scelta miope, perché rischiava d’impoverire l’antico, glorioso fra tutti, patrimonio linguistico della piccola città in campi vitali del sapere come le scienze, la storia, la tecnologia, l’intero vasto campo dell’industria della comunicazione. Queste rare voci ripetevano che nella storia la vitalità di una lingua – e a maggior ragione in campi prestigiosi del sapere – era stata condizione della vitalità di qualsiasi città. Di certo lo era stato per la piccola città, che solo grazie alla letteratura grande che vi era fiorita poté dirsi per secoli città e poi diventarlo davvero, invece che villaggi dispersi.
Pare che – se si vuol credere a uno o due cultori di cose passate - in una delle due scuole della piccola città fosse stato deciso un percorso di studi nel quale titoli degl’insegnanti, programmi insegnati, nonché i relativi esami fossero interamente decisi, controllati non dal governo della piccola città, come sarebbe stato legittimo dovere, nemmeno si dice da uno di un’altra del piccolo pianeta, bensì da un’impresa privata di altra città. Il medesimo insegnamento delle varie materie, naturalmente, doveva avvenire nella lingua straniera di quella. Essendo l’impresa di comando privata, non investiva alcunché, anzi chiedeva essa stessa di essere pagata, cosa che poteva avvenire solo da parte delle famiglie. Sembra che ci si chiedesse come selezionare gl’iscritti, nel caso le domande fossero state troppe. Alcuni proposero degli esami di merito, altri suggerirono di anticipare corsi ed esami agli anni precedenti, qualche spiritoso osservò che bastava aumentare le tasse d’iscrizione.
È davvero meritevole d’attenzione constatare che l’affermazione visionaria e vagamente catastrofica di taluni scrittori del breve periodo di crescita, ovvero che ogni istituzione – la scuola, l’ospedale, lo stato – avrebbe di mira se stessa e non l’utente per il quale è stata istituita, apparisse allora, tale affermazione, pienamente vera. L’utile per lo studente coincide con l’utile della scuola solo se non si è più in grado di vedere il presupposto del comando scritto ancora sulla piazza della piccola città, ‘non è vero che siamo tutti uguali’, in forza del quale si era prescritto “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto, la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Certo invita a riflettere sulle condizioni dell’esistenza umana osservare in quale modo gli Alti della piccola città, con la loro arroganza con i deboli e la loro cupidigia di servilismo con i forti loro concorrenti, avessero condotto a un grado tanto alto di miseria e di pericolo comune.
Forse, se e quando i Bassi sapranno riprendere le fila del loro riscatto, essi dovranno trovare altre strade, ma non diversi scopi alla loro liberazione umana.

19 giugno 2014 - 14 dicembre 2014

Non è vero

                                                                        Ora so che nessuno
                                                                        busserà alla porta
                                                                        ma non mi rassegno.

                                                                        L’aria è del tutto immobile
                                                                        l’autunno permane tiepido.
                                                                        Accolgo paziente le notizie del giorno,
                                                                        i giornali sono accessibili.

                                                                        Da ieri e per qualche volta ancora
                                                                        parleranno di te, perché tace
                                                                        -sperano per sempre
                                                                        la nostra parte
                                                                        e il sangue.

Nota
Parleranno di te: “Lasciamo che Pasolini e Moravia conversino nei licei, come già fanno da tempo, con i loro nonni D’Annunzio e Svevo, Pascoli e Pirandello, dopo essere vissuti in un mondo fedele alla persuasione che gli uomini di lettere, i romanzieri e i poeti potessero toccare le coscienze. Ormai le parole, o i silenzi, sono altrove”, F. Fortini, 1992.

1 dicembre 2014

Lettere

Insegniamo letteratura? È vero che la Repubblica (quella della Costituzione, non il quotidiano) non s’interroga più sulla funzione dell’insegnamento, ma ciascuno di noi continua, seppur incertamente, ad essere pensante, quindi non posso far a meno di chiedermelo, per mio conto. Agl’inizi del secolo scorso il liceo, scriveva Fortini, nutriva nelle fanciulle della piccola borghesia la speranza di un buon partito.
Dico letteratura quasi arrossendo. Vedo lo smantellamento universitario delle materie umanistiche, il destino sociale dei non più giovani laureati… Non è stato un lapsus quello dell’ultima ministra dell’istruzione, ma limpida coerenza, quando ha suggerito di abolire nella prova di stato l’analisi del testo letterario. Così come non è semplice difetto d’età e di cultura, se presso i miei giovanissimi alunni non beneficio – quando propongo loro i testi alti della letteratura - del naturale pregiudizio per il quale l’insegnante ‘è supposto sapere’. Voglio dire che la logica economico-sociale che ha svalutato l’istruzione e l’insegnante, che ha trivializzato il prodotto televisivo e la comunicazione sociale è il medesimo che ha travolto la distinzione tra cultura alta e cultura bassa. Non perché non esistano differenze di valore letterario o perché oggi non si coltivi un’alta, anzi altissima cultura e istruzione, solo che quelle vette, come l’iperborghesia (lo 0,015 della popolazione mondiale) che ci comanda, vivono in un mondo parallelo al nostro. Tutti noi ci nutriamo della medesima pappetta sintetica. Se le cose sono grosso modo così, mi spiego meglio la sfasatura sbalorditiva tra quella realtà possente e la pretesa – valida fino a ieri sera – d’insegnare la letteratura come uno dei valori della civiltà di un popolo e strumento ricco per la crescita personale.
Che fare? Con presuntuosissima modestia sono andato solitariamente compilando una mia guida al mestiere. Alle lettere pertiene, inscindibile, un altissimo tasso di educazione linguistica. La lingua comune, la lingua delle scienze, la lingua dei testi letterari sono un tessuto fecondo, sedimento storico vivente e affinamento del sé: educazione intellettiva e sentimentale; sperimentazione della storicità individuale e collettiva; strumento di comprensione e di trasformazione; consapevolezza dei diritti e capacità di farli valere. Tanto più la comunicazione sociale gronda di trivialità, i luoghi della socializzazione primaria sono desertificati, il mondo delle merci educa alla strumentalità immediata di sé e degli altri, assuefà all’addestramento, la lingua italiana s’impidocchia di anglismi intraducibili, tanto più il compito della scuola è letteralmente insostituibile. Qualunque genitore sa che nessun padre o madre può surrogarne la funzione.
Per questo vado da tempo assegnando letture per un percorso diverso da quello strettamente scolastico, ‘più libero’, per accennare e magari invogliare alla consuetudine della lettura personale, non pratica per imparare una tecnica specifica, ma per sperimentare che la lettura è un’esperienza specifica. Con il tempo ho appreso che una delle cose – apparirà un paradosso – più difficili da far capire ai giovanissimi è che dalla lettura bisogna lasciarsi vincere, attività ben diversa dal consumare un prodotto. La risposta comune è l’esclamazione euforica o il rifiuto egotico: la prima è la coazione del consumatore soggiogato; la seconda del pregiudizio infantile. In nessuno dei due casi l’interiorità del lettore ha fatto spazio all’esperienza del mondo narrato: l’esperienza è vivere le sfumature, i contrasti, le intermittenze; dall’esperienza si prendono distanze, con l’esperienza ci si confronta, si pronunciano giudizi. Per dirla in termini tecnici, la meta educativa più difficile è il ricorso consapevole sia alla pratica del lettore implicito che a quella del lettore storico, nonché il passaggio motivato dall’una all’altra. Per questo non chiedo compilazioni di schede, ma diari di lettura. Scrittura personale meditata e lettura sono una la faccia dell’altra, crescono insieme.
Saggistica, storia, economia, psicologia, scienza, letteratura e altro ancora si ampliano e sovrappongono nel tempo, secondo le domande del lavoro didattico, le curiosità degli allievi, le intimazioni del presente.
Malgrado il brusio osceno che ci sovrasta, è sempre dalla porta del mattino che ci aspetta la domanda non rinviabile e che rischia d’annichilirci.
Ciò che può fa – scriveva nei suoi giudizi il maestro Manzi – ciò che non può non fa.
Non è poco.

20 novembre 2014

Franco Fortini

Ai miei alunni

“Chi finge di non vedere il ben coltivato degrado di qualità informativa, di grammatica e persino di tecnica giornalistica nella stampa e sui video, è complice di quelli che lo sanno, gemono e vi si lasciano dirigere. Come lo fu nel 1922 e nel 1925.
Non fascismo. Ma oscura voglia, e disperata, di dimissione e servitù; che è cosa diversa. Sono vecchio abbastanza per ricordare come tanti padri scendevano a patti, allora, in attesa che fossero tutti i padri a ingannare tutti i figli. Cerchiamo almeno di diminuire la quota degli ingannati. Ripuliamo la sintassi e le meningi […] impariamo a ripeterci”, 5 novembre 1994.
Il santo furore di Fortini sul letto di morte (cesserà di vivere il 28) non perde purtroppo un lisco di ragioni dopo vent’anni. Registra anzi quella scomparsa dello scandalo che Brecht indica nel moltiplicarsi delle stragi. Eppure la cupidigia di servilismo, il tornaconto, o il disperato e sempre più frequente ricatto su chi deve pur campare non sono sufficienti, da soli, a spiegare la devastazione. Se è vero che per sentenza di legge e di coscienza la responsabilità è solo personale, non c’è bisogno di Marx per capire che avvenimenti collettivi hanno cause diverse dalla somma di volontà singole, che gl’individui sottostanno “all’effetto di campo” e sono piegati, per taluni aspetti, a strumento. La responsabilità di essi allora è non fuggire il principio di realtà, il primo grado di libero arbitrio è non aderire.
Si dice, e io stesso dico, che è la legge della messa a profitto immediato di ogni manufatto, gesto, parola, corpo, bioma a generare in ciascuno l’utile e il dannoso, il bello e il brutto, il vero e il falso. Il telos del profitto innerva fin la minima fibra della nostra società, a principiare dall’informazione, dal godimento estetico e dalle conoscenze, carne e sangue queste del comando, perché oggi nessun dominio, persino quello del fuoco militare, vive senza consenso. È per questo che il giornalista, dal video delle nostre case, avalla con un sorriso le più aberranti asserzioni del governo in carica quel giorno, l’autore televisivo disegna il più triviale degli spettacoli, senza che arrivi la velina del capostruttura. È l’auditel il faro. L’auditel è l’anatomia dell’arte, dell’istruzione, del lavoro, della vita e della morte: delle nostre società. Solo il cretino o il sovversivo abbisognano dell’imposizione esterna. Il padre è nostro.
Eppure basta allungare di due secoli lo sguardo, per scorgere che l’identico imperativo del profitto ha generato dal nulla oltre quattromila sottoscrittori all’Encyclopédie, ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers; in una manciata d’anni ha spazzato via dai salotti di corte e dai banchi delle fiere la polvere dei cicisbei e delle maschere fisse; con il suo “nudo interesse, lo spietato «pagamento in contanti»” la borghesia, dice una volta per tutte il Manifesto del 1848, “ha creato ben altre meraviglie che le piramidi d’Egitto, gli acquedotti romani e le cattedrali gotiche; essa ha fatto ben altre spedizioni che le migrazioni dei popoli e le Crociate”. È quei blasoni appunto, quando la troppa violenza dei fatti strappa la trama, che l’addetto di turno innalza, proclamando che con essi è avvenuto il compimento del tempo. Se dunque ci si sottrae alla medusa del presente, se si avrà la pazienza di reggere la forza del futuro e la generosità d’ascoltare il suo fascino, gli dei del mattino torneranno a dirci che la verità è sempre storica, nell’alba mostreranno che il terrore dell’Oggi è solo delirio del morente: il suo utile, il suo profitto.

5 novembre 2014

Altri sismografi

Un secolo fa, quando Umberto Eco teneva sotto pseudonimo una rubrica sul “Manifesto” intitolata, se non ricordo male, Ammazza l’uccellino, osservò che se un insegnante avesse vietato la lettura dei Promessi sposi e quindi indotto gli alunni a leggerli sottobanco, il romanzo manzoniano sarebbe stato amato. Per questo m’appassiono al sottotesto dei banchi e dei muri delle mie classi. Territorio costitutivamente ambiguo, nascosto eppure palese, anonimo ma non apocrifo, ribelle eppure istituzionale. Senza queste ruvidità, l’imbiancatura dell’aula sarebbe sepolcrale.
Segnacci neri che sporcano mani e vesti marchiano pesantemente un banco: “A scuola i professori spiegano / io guardo fuori di là dai vetri / sognando i milioni”. Perplesso, chiedo l’età alla probabile scrivana. Provo a spiegare la mia pena perché i sogni di una quindicenne si chiudono nei milioni. È la miseria del presente – mi accaloro – che tu tramuti in tuo sogno. Voci e sguardi intorno, di disapprovazione verso l’insegnante, poi una parola si fa strada, affiora limpida:
“Perché lei, a quindici anni, sognava di diventare un professore delle medie di una cittadina di provincia?”.

26 ottobre 2014

Sismografi

Nelle civiltà odierne, la scuola dei vari ordini, più ancora della formazione universitaria, è il sismografo della direzione che la classe dominante imprime sul medio periodo all’insieme sociale. Dico “classe dominante” includendovi anche le controspinte, di resistenza e di sovversione, che la dinamica della totalità comporta. Il problema, eminentemente politico, è la comprensione delle curve che essa ci squaderna. Per esempio, La lettera a una professoressa della scuola di Barbiana, con la sua scabrità con la sua insofferenza anticotestamentarie, recava la rabbia d’una sottomissione oramai insopportabile, la sua pagina additava l’energia e l’entusiasmo di un mondo nuovo che si afferma. Lì si leggono in figura i cattivi maestri che i benpensanti avevano deriso e punito, lì si trova in incubazione una generazione di subalterni che per prima è riuscita a lavarsi le mani dalla merda.
Qualche sera fa, Sergio Rizzo, giornalista del “Corriere della Sera”, per comprovare il dannoso anacronismo dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, in una trasmissione televisiva ha graziosamente dichiarato: “Ho chiesto ai miei due figli, lei di 19 anni lui di 24. Non sapevano che cosa fosse”. L’intervistatore assentiva sorridente. Non ci hanno detto che entrambi mangiano brioche. E certo per un sodo meccanismo retorico noto all’intervistatore – di sicuro in quel momento candido come la sua coscienza – il comune ascoltatore con quel sorriso ha dimenticato lo scarso pane della propria credenza.
Vicino, la giovane ragazza, studiosa e appassionata, decide alla fine che il suo destino non sarà la ricerca e lo studio, ma un breve corso professionalizzante. Nella civile Toscana dov’io nacqui e parlo ancora la lingua di Dante, l’abbandono scolastico è oggi al 17,6 per cento dei ragazzi in età scolare. Ma le cifre sono tante.
Anzi troppe. C’è il telegiornale che trionfa allegro il “boom dei giovani” negli alberghieri. Bene o male, un rudimento d’inglese per qualche oltrefrontiera lo impareranno.

7 ottobre 2014

Sulle domande del lettore

A Davide B.

Sembra che Eugenio Montale, al critico che gli sottoponesse un’interpretazione di suoi testi più oscuri, persino la meno probabile, rispondesse divertito ‘può essere’. Franco Fortini si diceva pronto a difendere con forza i suoi scritti critici, ma di non poter che alzare le mani di fronte alle critiche, anche feroci, verso le sue poesie. C’è dell’esagerazione in entrambi. Il primo enfatizza la sprezzatura aristocratica dell’autore a fronte della fatica del critico; il secondo esaspera la chiamata politico-morale del saggista. Dico esagerazione, perché ogni opera – saggistica o letteraria che sia – tende all’organicità, dunque a una polisemia dei suoi elementi, ovvero a un di più che non necessariamente obbedisce all’intenzione del suo autore. A questo allude l’espressione comune ‘l’opera ha una vita propria’.

Tuttavia la forzatura dei due intellettuali scaturisce da un dato innegabile: nell’opera d’arte agisce un grado maggiore – nella condizione e nell’espressione umana, si tratta sempre di gradi, come ha notato Freud a proposito di salute/patologia – d’inconsapevolezza, rispetto alla produzione saggistica. Che un personaggio, un intreccio, una situazione mostrino una loro energia intrinseca, refrattaria alla volontà dell’autore è testimoniato da scrittori di ogni epoca: dal “fŭrŏr” divino dell’epoca classica, al dantesco “Amor m’ispira […] e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando”, fino ai sei personaggi di Pirandello. Di conseguenza l’autore non gode alcuna posizione di vantaggio rispetto a qualsiasi altro fruitore. Anzi, la memoria in lui dell’intenzione, che ha preceduto e accompagnato la composizione e di cui il fruitore è invece scevro, può potentemente ingannarlo, proprio quando l’istinto comune gli attribuisce un’ingannevole autorevolezza. Ogni autore minimamente avvertito sa di questo proprio paradosso, quindi non per malignità verso il fruitore, ma per consapevole rispetto dell’opera – qualunque sia il valore di questa – se ne vieta l’interpretazione.

Se poi mi si chiedesse da dove proviene l’“inconsapevolezza” di cui ho parlato, indicherei una molteplicità di fonti. Una certamente, venuta alla luce per merito della psicoanalisi, è la carica del rimosso, individuale e sociale. Un’altra, forse più importante, è il complesso sistema di significati, relazioni, valori socialmente determinati che ogni persona, gesto, oggetto, sguardo, azione, parola porta con sé. Si tratta di un sistema quantitativamente rilevantissimo, in massima parte implicito come l’altra faccia della luna, eppure connaturato a ogni elemento del vivere umano, al punto che nessuno di tali elementi è letteralmente comprensibile se si amputa di quell’implicito; così come, per converso, sarebbe impronunciabile qualunque proposizione che volesse esplicitare l’intero suo non detto: dato un enunciato, dice Peirce, se ne può sempre trovare un altro più preciso. C’è infine da segnalare almeno un’altra fonte, ovvero le strutture formali storicamente determinate dell’opera, le istituzioni in cui essa si produce – dal genere, alla corrente culturale, ai canali in cui circola, ecc. – sono a loro volta portatrici di un proprio significato, con il gioco complesso di obbedienze e scarti attuato dall’opera in questione.

Per questo, Davide, non ho risposte alle tue domande. In realtà, esse sono rivolte all’opera. Dico meglio: non so se sempre, ma certo nella nostra epoca di sfruttamento e di alienazione il valore dell’arte non è nel dare risposte, ma nel germogliare domande; più le domande che radica sono urgenti e nascoste, più alto è il suo valore. D’altra parte tu medesimo avverti tale fatto, se nei libri, come dici, cerchi te stesso. Si cerca ciò che non c’è, che ci sfugge, che ci è sottratto, si cerca perché è una nostra menomazione.

Non posso invece che gioire dentro di me e ringraziarti apertamente di due implicazioni presenti nel tuo commento. Proprio in apertura affermi d’aver ascoltato le mie pagine come le canzoni di Velso, mio padre, e allo stesso modo ne hai compreso le parole. Questo significherebbe che non è stata tradita la parte che rivendico mia, che il mondo vivente nell’opera ha una sua verità. Un altro aspetto, più personale e privato, trattengo commosso dalle tue parole. Babbo, persona assai rispettosa delle scelte altrui, solo un paio di volte si è rammaricato che non ho seguito la sua passione musicale. Eppure le sue suonate sono il ritmo della mia infanzia. Mi dà piacere pensare che quelle dolcezze, quelle geometrie ora ardite, ora fonde, ora lievi che ordivano le sue dita indurite dalla terra siano trasfuse e nutrite nella mia sintassi.

Del tutto diversa, si capisce, è invece la questione di ciò che precede, accompagna e soprattutto segue il testo. Per me l’arte è sempre un invito al dialogo, non tanto – malgrado tutte le apparenze di cui si adorna l’opera e malgrado gli strabordanti narcisismi dell’autore - su di lei, quanto sul fuori di lei, sul nostro tempo. In quel dialogo mi sento impegnato. Anzi, sono convinto che uno dei modi più oppressivi - perché pervasivo, perché nasce dall’abbrutimento della mente e lo moltiplica - dell’odierna restaurazione antidemocratica è proprio la mancanza di dialogo. Non mi riferisco solo allo stato dell’industria della comunicazione, alla sua opera di censura della realtà, di cui credo di conoscere i motivi di profitto e di potere. Mi colpisce di più l’autoinibizione al dialogo tenacemente praticata nei nuovi mezzi generati da Internet, curvati al monologo. Persino là dove si presentano con la veste del confronto – penso alle rubriche “commento” – trasmutano in puri conati d’esistenza: urlo, quindi sono. Tralascio la questione, nota solo in parte peraltro, che quel vasto campo apparentemente libero è ricondotto al profitto da potenti soggetti economici. No, quello che mi colpisce di più, perché mostra davvero la subordinazione all’ideologia dominante, la forza di questa nella sottomissione, è il fatto che là dove i subalterni possono e comunque credono di parlare con la propria testa, sono umiliati alla coazione senza saperlo.

Per entrare nel merito di ciò che sta oltre l’opera, una cosa mi preme discutere con te, Davide. Conclusivamente mi ringrazi di aver dato vita, dici, a un passato di cui sentirsi orgogliosi. Come ho ampiamente affermato, non so pronunciarmi sul valore di quel passato, ossia di Domani, ma certo sono convinto che il mondo storico a cui esso rimanda non è affatto passato. Mi spiego meglio. Un’assai ampia dimensione del dominio e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo di quel mondo vive e fruttifica fra noi. Un’altra vasta strutturazione storica, specifica questa della società italiana, è più che mai attiva nelle sofferenze odierne, nelle sue violente coartazioni. Un insieme di modi del vivere quotidiano, dei rapporti tra le persone travolti dall’industrializzazione novecentesca ritornano oggi non come schegge archeologiche, ma come potenzialità soppresse, enzimi vitali; ce lo dicono menti attente, giovani intraprendenti e non rassegnati. C’è infine tutta la dimensione del vivere con le stagioni, con le piante, con gli animali, che il prometeismo industriale supponeva d’aver cancellato e che invece torna nell’incubo delle nostre terre franose, dei disgeli oceanici. Voglio dire che dobbiamo sottrarci all’illusione o all’incubo che la storia sia solo un grande cimitero, che il passato sia solo un ricordo: non è la vita dell’individuo la misura del tempo, esattamente come la società umana non è una somma d’individui, per quanto il cinismo sprezzante del neoliberismo ce lo inculchi da quarant’anni. Si deve dunque sapere che il domani sperato nella nostra mente riaccende sempre dal passato energie che credevamo ormai spente o che ignoravamo del tutto.

Questa sorgente di forza è nostra.

29 agosto 2014

Di Zanzotto e di Fortini
Contro la società verticale

Zanzotto su Fortini :http://lapresenzadierato.com/2014/07/30/andrea-zanzotto-su-franco-fortini/

Qualunque lettore di critica sa la differenza tra il gusto collezionistico dell’erudito e la forza del critico che ti coinvolge con nuove domande, se non con le risposte. Il primo è fisso al passato, il secondo non cessa di parlare al futuro, per quanto distante e imprevisto esso sia. Un italianista statunitense ebbe a osservarmi, a proposito di una raccolta di scritti su Manzoni, tra cui uno di Fortini: non c’è bisogno di leggere la firma, il critico vero non ti fa distrarre, addita sempre te nella sua pagina. Se è vero per la critica, non lo è meno per l’opera letteraria, perché ciò attiene alla misteriosa, difficile e pericolosa qualità di ogni azione umana. È insieme nell’hic et nunc, ne subisce la genesi, la natura, ed è eterna. Anzi, tanto più è vera, ossia porta limpida la radice della propria profonda storicità, tanto più essa è di ogni uomo, di ogni tempo. Dunque esiste un criterio sicuro di rilevanza d’un testo come di un’azione comune, è il suo quantum che ci riguarda. Nel confrontarci con l’intervento zanzottiano su Franco Fortini, partiremo dunque da questo semplice metro immediato.
Diciannove anni dopo, chiuso con ogni evidenza il periodo storico del Novecento (intendo valori culturali, condizioni civili e istituzionali, associazioni sindacali e politiche, forme degli assilli, delle attese e delle relazioni della vita quotidiana), insomma catapultati in un altro mondo, al punto che l’ordine del discorso di Zanzotto potrebbe apparire non più distante da noi di un qualunque altro secolo trascorso, quali piaghe odierne mette a nudo, a quali mete sollecita l’attenzione?
Nell’immediata relazione con il testo, qualunque lettore di media consapevolezza e sufficiente attitudine al disinganno non sfuggirà ad almeno tre punti d’attrito. Non ha importanza, in prima approssimazione, distinguere quanto pertiene alla voce del soggetto e quanto a quella dell’oggetto critico. Chiara è comunque la sottolineatura di alcune urgenze. Nel mettere in guardia da fraintendimenti, Zanzotto addita l’energia, la fecondità creativa della “totalizzante fede in un senso del mondo”. Lasciamo agl’imbonitori e ai gazzettieri la trivialità di leggere nell’espressione un bisogno generico, quindi innocuo dell’uomo senza tempo. Nella realtà storico-concreta delle nostre strade, delle case dove consumiamo la vita tra alternative senza speranza, assiepate nel giorno come marruche e sterpi, quell’appello a un senso del mondo irrompe con la forza di un urlo d’allarme, di un palpito di speranza. Si proclama “totalizzante”. Non è una parte, nemmeno una somma; è una relazione, un insieme di relazioni, dove tutto si tiene. Di quel tutto noi stessi siamo parte, ogni nostro agire e dire e pensare. Ecco perché le impotenze e le umiliazioni che ci assalgono non sono né naturali né opera di un dio nascosto, ma prodotto storico-umano. Ecco perché esse non sono mai completamente tali, senza l’acquiescenza del nostro consenso. Zanzotto dà a quel senso il nome di “fede”, perché c’è ma si nasconde, va costretto a disvelarsi, meglio ancora a prodursi con il sudore della nostra fronte.
Zanzotto proclama inoltre l’urgenza di non porre in ombra il fondamento di “ogni atto culturale”, che è, dice, “etico-politico”. Il richiamo trova giustificazione nella già indicata totalità di senso, ma ciò che esso più scuote dell’odierno consenso è l’ovvietà che la politica sia tecnica e non etica; che l’etica sia un dato naturale o astorico, non scelta politica, dunque storica e di parte.
Dato che ogni atto culturale è etico-politico, qual è il senso della scelta linguistica di un poeta? Il segnale del pericolo di “parlare in lingua mortua cum mortuis” è, prima di tutto e ancora una volta, un avvertimento a tener desto l’occhio sul molto di scarto, di falsa-vita, magari incipriata dalla moda che affolla il bla bla soffocante dei nostri giorni. Un avvertimento a evitare di appagarci con il narcisismo della nostra irrilevanza. Poi è, più in concreto, un sorprendente squarcio sulla realtà linguistica italiana, sul suo quasi inerme cedere alle pressioni – oggi lo vediamo bene – della neo-lingua angloamericana, al suo impidocchiarsi di locuzioni intraducibili, storture sintattiche, tanto da esporsi al contraccolpo della riemersione dei forti sostrati antichi, traboccanti fino all’idiotismo. Colpi dal basso e dall’alto, dunque, oggi autorevolmente assecondati dall’esibizione di interi percorsi universitari italiani in lingua inglese. Questo frangersi che appare senza scampo, ci avverte ancora Zanzotto, non è un fatto esclusivamente linguistico: è il prodursi stesso della “disgregazione italiana”. Compagni, ripeterebbe ancor oggi Bertolt Brecht, come già fece al Congresso internazionale degli scrittori in difesa della cultura del 1935, parliamo dei rapporti di proprietà; dunque dell’odierno finanz-capitalismo e, in esso, del ruolo subalterno della classe dominante italiana, disposta a tutto sperperare e tutti ridurre a plebe, pur di conservare il proprio comando e ricchezza.
Registrati gli urti, si tratta di rispondere alla domanda fondamentale: chi è che ci parla? Perché solo con la sua risposta possiamo comprendere le circostanze da cui quegli urti ci giungono, il sottointeso di cui si caricano: natura di cose - cioè fatti storico-umani, spiega una volta per tutte Vico – altro non è che nascimento di esse in certi tempi e con certe guise. E comprendere la determinazione storica di chi ci parla è il dé-tournement necessario per intendere noi nella nostra. L’articolo zanzottiano per la solennità della circostanza, il rilievo della figura e la forza della frequentazione si presenta come uno specimen altamente emblematico per indicarci il timbro fondamentale dell’autore, la nervatura del suo discorso, le strategie su cui si muove. Nel contempo, la natura seconda dello scritto obbliga a intrecciare ad esso l’ulteriore détournement su Franco Fortini.
Clamorosa – per chi conosca l’imponente rilievo politico e saggistico di Fortini nel suo tempo – è la scelta zanzottiana di mettere in primo piano Fortini poeta, quando la critica coeva non era mai stata su questo generosa. Saremmo tuttavia assai lontani dal vero, se vedessimo quella scelta dettata dalla svolta post-ideologica affermatasi alla fine del secolo breve, che ha portato un’intera generazione di uomini della politica, della cultura o della militanza politico-sindacale intermedia all’esplicito misconoscimento del proprio passato, con franca adesione all’antisocialismo e all’antimarxismo. Quell’avvio della restaurazione liberista e antidemocratica ha prodotto, tra i suoi effetti, il ritorno a una visione della poesia “pura” da implicazioni diverse da se stessa, fino ad asserirla, in certe aree, fatto assolutamente privato. Che la strada di Zanzotto sia diversa – e, per chi lo conosce, in intima coerenza con sé – è chiaro fin dall’abbrivio, dove si riconosce con parole nette, condividendola, la complessità della figura intellettuale di Fortini. Ma, più cogentemente, è l’intero sviluppo del ragionamento a connettere lo sguardo sulla poesia con l’insieme dell’attività saggistica, secondo l’ottica della totalità.
Zanzotto poeta e critico, come ho cercato di mostrare altrove, muove da un’originaria, potente spinta orfica che presto ha accettato di confrontarsi con le ragioni altrettanto perentorie della storia. Egli ha saputo acutamente far di questo suo dualismo costitutivo chiave d’accesso al proprio tempo. Per un verso ha ricondotto l’urto deflgrante dei suoi demoni interiori - che costantemente lo risucchiavano ben oltre il paesaggio, verso la cancellazione di ogni cultura umana e di sé medesimo - alla disciplina insieme funambolica e iperraziocinante della psicoanalisi lacaniana; per l’altro ha coltivato la sua compromissione con la storia, passata a contrappelo dall’ostentata marginalità solighese, mettendo via via a frutto tanto il socialismo resistenziale, quanto una vitalissima radice sensista e materialista di derivazione e natura indubitabilmente colta, ma in parte consonante con l’universo rurale cui è rimasto fedele.
Credo che le ragioni del primato che, “tra le figure dell’umano”, egli assegna al poeta si trovino sia nell’orfismo che su per li rami lo collega alla grande stagione romantica europea, sia nel ricorso al surrealismo lacaniano. Un primato che però mai ha ceduto alla presunzione di sufficienza e di esclusione dalla totalità storico-umana, come anche nell’articolo in questione ben si conferma. Totalità non ricomposta, si capisce: strenuamente inseguita, ora raggiunta, ora dileguante, ora semplicemente segnata da una béance sanguinante. Zanzotto ha saputo portarsi all’altezza del proprio tempo proprio facendo circuitare la personale ferita originaria con il fermentante conflitto sociale, politico e culturale che ha caratterizzato il trentennio del secondo dopoguerra. Conflitto tra capitale e lavoro, donne e uomini, movimenti sociali e istituzioni, creatività e conservazione. Un conflitto assai aspro, anche cruento, che ha però prodotto nel mondo e in Italia una decisa democratizzazione.
Come accade a un pensiero forte e ai poeti autentici, Zanzotto impiega il proprio metro anche nella lettura degli altri, tanto più penetrante quanto più affini gli autori, né sorprenderà che in quella qui in questione muova sul filo del ricordo personale. Come ogni pensiero, sgorga con la sua lingua. Il lettore non tarderà ad accorgersi che la nota dominante dell’articolo è il contrasto, ora nei modi sintattici più distesi dell’antitesi, ora nell’ossimoro, per quanto esso qui figuri nella giuntura attenuata da congiunzione: “Bellicoso e contemporaneamente rattratto in sé”; sentir “peccaminoso” il “degustare, porsi al servizio”; “nell’estremamente futile” una “verità”; “le sue insicurezze diventavano cogenti”; ecc. La frequenza e la concentrazione nell’ossimoro del procedimento si accentuano via via che l’avvicinamento all’oggetto si fa maggiore, insieme con la condivisione: “generoso e intransigente”; “raggiunto e risparmiato”; “verificarsi e vanificarsi”; “un vagito” che “sa di essere un rantolo”; ecc. È appena il caso di notare che l’antitesi non è a somma zero, ma affina lo sguardo su elementi realmente confliggenti, innescando al contempo l’insofferenza contro ogni acquetamento.
Anche la scelta lessicale è mossa da un’energia che mentre cerca ora la precisione tecnica – principalmente della psicoanalisi, ma anche delle scienze, come “clonato”, o del linguaggio sportivo, “sprint”-; ora di ben determinati campi della cultura – dal dantesco “dittar dentro”, alle “nuge” dei neoteroi latini, fino al latino biblico, all’immancabile francese surrealista e al classicismo filosofico della “cosa in sé” -; tale energia sempre pone quegli appoggi specialistici al servizio di una più ampia connessione e del sapere e dei tempi storici. Da qui la sorvegliatezza del registro, la complessità e le impuntature della sintassi, in perfetta coerenza e quasi in reazione all’allarme sullo sfaldamento dell’italiano.
Zanzotto, come da sua premessa, articola il breve percorso, che in verità abbraccia l’intero quarantennio della frequentazione, intorno alla questione della poesia. Tralasciando i riconoscimenti ricevuti sulla propria poesia, portati a riprova della coerenza fortiniana tra poetica e prassi critica, risultano con nettezza il terreno comune e la diversa ‘traduzione’ che nei due intellettuali esso riceve. Se sotto l’aspetto delle genealogie culturali la consonanza tra i due affonda nel condiviso magistero del romanticismo europeo, sul piano più strettamente storico-sociale loro coevo identica è l’acutezza di sguardo su ciò che Fortini ha chiamato fine del mandato degli intellettuali, di cui il poeta è forma particolare.
Per Fortini la poesia e in genere l’opera d’arte nella società capitalistico-borghese soffre di una doppia mistificazione, che acceca il lettore così come il suo autore. In quanto totalità realizzata ‘in figura’ e in forza del suo costitutivo imperativo al fruitore – sii come me - la forma artistica dà l’illusione di attuare quella pienezza di senso del mondo cui solo una riappropriazione reale del destino comune e di ciascuno può effettivamente approssimarsi. Una mistificazione assai palese e talvolta – come in D’Annunzio – cinica di tale condizione è nell’equiparazione di arte e vita compiuta dall’estetismo primo novecentesco. La seconda mistificazione deriva dalla più ampia condizione della lingua e della cultura. In Fortini ferma è la convinzione marxista che ogni produzione culturale e, prima ancora, ogni enunciato semiotico prende significato dal contesto in cui nasce e vive, compreso quindi il suo medesimo fruitore: due persone diverse che dicono la stessa cosa non dicono la stessa cosa, indica icastico. Tale condizione paradossale, che in verità è diretto portato della socialità dell’uomo, della sua capacità di produrre la storia del proprio genere, incide nella pretesa autosufficienza dell’opera d’arte una seconda ferita, per quanto nascosta dal godimento estetico.
Si tratta di una condizione storica insuperabile in una società basata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo; una contraddizione reale che solo la consapevolezza dello sfruttamento e dell’alienazione rende possibile all’autore e al fruitore di vivere alla sua altezza, cioè in uno stato di negazione e insieme di rifiuto di quell’impotenza. Tale condizione da Fortini è rappresentata con due diverse espressioni: il significato delle parole lo decide chi comanda; la poesia è sempre poesia dei padroni. Per questo, in compagnia di grandi e diversi marxisti, da Lenin a Benjamin fino a Gramsci, sia rammenta a se stesso il comandamento qui ricordato da Zanzotto: non serve a niente, ma scrivi; sia, ricorda ancora il solighese, per lui il poeta non occupa il primo posto. Se solo sul terreno reale, ossia esterno alla totalità dell’opera d’arte, è possibile rendere effettivo l’orizzonte di senso che essa propone e mistifica; è però altrettanto vero che nel tout-se-tien della sua opera fermenta quel bisogno di riappropriazione comune della vita che, dice Fortini, costringeva Lenin a interrompere furioso l’ascolto di Beetoven.
Esattamente questo snodo costitutivo Zanzotto mette a fuoco, perché esso rifrange la propria medesima croce, tradotto, come dicevo, “iuxta propria principia”. La fortiniana lingua dei padroni diventa la lingua dell’inconscio. Il salto tra poeta e saggista, cui Fortini fa fronte con, come con acuta sensibilità dice Zanzotto, “quel tipo di presicurezza insonne che lo travagliava […] una stretta, una tenaglia, un invito ad un’ordalia non evitabile”, mentre Zanzotto, sopraffatto piuttosto dal suo “rapporto col nulla”, cede all’acedia.
Entrambi gli autori, dunque, hanno saputo guardare oltre la superficie dell’impetuosa crescita del dopoguerra, il cui slancio in parte mascherava e rendeva più tollerabili contraddizioni sociali, sopraffazioni umane e alienazioni, sperimentate a partire dalla propria condizione di poeti e di intellettuali, mostrandone nel proprio diverso linguaggio la perdita di ruolo, gli smarrimenti di senso. Comune è anche l’apparentemente opposta marginalità: Fortini, al centro della scena culturale ma in posizione di cattivo maestro delle minoranze, guardato con sufficienza dagli stati maggiori della poesia italiana; Zanzotto, ai margini della marca trevigiana, senza influenza nello scontro intellettuale, ma subito accolto dai poeti più influenti della poesia italiana. Condizione e prezzo, la collocazione ai margini, di chi si ostinava ad ascoltare il vuoto (nella condizione quotidiana, nel cuore euroamericano, nei terzi e quarti mondi) e pretendeva, come aveva insegnato il grande pensiero critico otto-novecentesco, che esso non fosse un residuo, un’incompletezza non ancora raggiunta dalle magnifiche sorti, ma costituisse il prodotto costante e il nutrimento indispensabile del “pieno” che otturava la vista. In entrambi l’orizzonte di senso prendeva insomma la forma della totalità. Per Fortini, essa era una costruzione storica da produrre in una formazione economico-sociale futura, per cui all’intellettuale critico spettava il compito di porsi al massimo livello dello sviluppo intellettuale per mostrarne la contraddizione negativa che ne teneva aperta la dialettica – l’uno, diceva in quegli anni Mao, si divide sempre in due. Trova qui ragione fondativa la raffinata e potente pratica manierista della poesia fortiniana. Per Zanzotto, la totalità è un regno perduto – ma nella sua maggiore consapevolezza, si rammenti, al di là di qualunque dimensione storica, ossia di tentazione nostalgica – da tentare instancabilmente nel dispiegarsi più ampio della storia, di qui la ricorrenza del suo “rapporto col nulla”, le ricadute nell’acedia, di qui l’opposizione simmetrica tra l’impossibilità originaria della parola e la paradossale “verbalizzazione del mondo” (anche in senso tecnico, si pensi alla fertilissima disponibilità plurilinguista zanzottiana), di qui, infine, la centralità, nella sua pagina, dell’ossimoro.
Oggi la restaurazione di una feroce società verticale sotto il dominio triste del finanz-capitalismo ha così potentemente esteso le condizioni della marginalità, non solo del ruolo intellettuale, da farle apparire naturali e se le forme possibili dell’agire contro lo stato di cose presenti sono anch’esse mutate, scendendo ancor più rasoterra, più acuta che mai è divenuta la necessità di un orizzonte di senso che sappia riconnettere le parti del vivere comune e ne mostri la verità storica.
 

16 agosto 2014

I Padroni del Mondo

Mario Alighiero Manacorda, Perché non posso non dirmi comunista. Una grande utopia che non può morire, prefazione di Donatello Santarone, Roma, Editori Riuniti, 2014.

«Se siamo al passaggio dal capitalismo industriale a una forma totalizzante e diffusa di capitalismo finanziario, allora è qui che dobbiamo guardare per capire qualcosa. Oggi, anche grazie alle possibilità dell’informatica e della rete, il vero dominatore del mondo non è più il padrone delle fabbriche che producono beni materiali, ma sono quei manager-azionisti che dalle banche e dalle borse, senza essere formalmente né padroni né, tantomeno, gestori tecnici delle aziende, conoscendo il valore dei titoli e le loro oscillazioni, possono comprarle e venderle speculando per sé e impoverendo gli altri, a cominciare da quei “colletti bianchi” che, vivendo alla loro ombra credevano di tutto sapere e tutto poter guadagnare. E questo tanto più che, essendo questi manager spesso anche politici (ecco il conflitto d’interessi!), con una sola parola possono far salire o scendere ad libitum i valori delle azioni, vendendole quando valgono e ricomprandole quando saranno precipitate. Così hanno fatto e fanno i Bush e compari in Usa e, poniamo, i Tronchetti Provera tra noi, e anche qualche nostrano politico minore, non solo della destra, purtroppo. Ci vuol tanto a capire che chi potrà decidere di fare o non fare la guerra, o anche solo di annunciarla, farà salire e scendere le azioni dei fabbricanti d’armi e di medicinali e dei padroni del petrolio e potrà giocarsele a piacimento? E intanto spingere il mondo alle guerre in nome della democrazia?

[…] Oggi la sola speranza è l’affiorare di una coscienza nuova tra i popoli emarginati e tra i giovani di tutto il mondo, che non ha più il nome impossibile di comunismo, e non ha altro nome che una negazione, in cui esprime la contraddizione al processo dominante, afferma una diversa universalizzazione della convivenza umana e può parlare di pace senza ipocrisie. […] Non mi divide certo da lui il fatto di pensare a questo o a quel dio o a nessun dio, perché questo rientra, per me e per lui, in quella mentisi libertas in cui è la beatitudo; mi può invece unire a lui il comportamento umano (umanitario, umanistico?) e la comune ricerca del massimo bene possibile per il massimo numero degli uomini, anzi dei viventi».

27 luglio 2014

Esercizi cinesi

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Se, come avviene oggi, 400 individui sono proprietari del 40% delle ricchezze dell'intero genere umano, non meraviglierà scoprirci numeri di una società verticale. Tuttavia - è un dato psicologico e politico risaputo - quasi mai l'ovvio è anche consapevolezza.

Invito chi mi legge al semplice esperimento mentale che io, per circostanze fortuite, ho proposto a me stesso con questa domanda: nella mia vita attuale, quali sono i luoghi fisici, quali le occasioni del giorno o del mese, quali le persone con cui avviene il mio confronto su di me e sul mondo? Con "confronto" intendo conoscenza dei dati di fatto, formazione di un giudizio, costruzione di relazioni, in modo tale che esso sia quegli elementi costruisca e verifichi, sia immetta a una risposta pratica, individuale e collettiva, alle attese aperte. Temo che la gran parte di voi giunga alla stessa risposta data a me stesso: pressoché nessun confronto. Le conoscenze me le procuro in modo non dissimile nella sostanza dalle mie escursioni al supermercato. Tengo d'occhio il foglietto che mi porto dietro, controllo quello che trovo, cerco di scegliere quello che meno mi è estraneo (per pregiudizio? Per precedenti e dimenticati imbonimenti pubblicitari? Per seduzione momentanea?), metto nel carrello e alla fine passo alla cassa. Raramente guardo a gesti analoghi di chi mi passa accanto, praticamente mai chiedo informazioni o pareri. Così guardo le immagini del telegiornale o del talk show, sfoglio qualche videata di Internet, dove non infrequentemente capita che qualcuno si senta vivo perché vi digita un urlio o una qualche parola bassa.

Questo, intendo, è società verticale.

Mi rendo però conto che, per quanto disumano sia il divario tra chi ha e chi non ha, esso da solo non basta a spiegare il fenomeno per cui si parla con una lingua via via più povera, poco più che bambinesca, articolazione di parole frasi, eppure autorevolissima per i luoghi di potere da cui parla, senza contrasto di sostanza ma solo - e acerrimo - per chi ricopra il medesimo posto con la medesima funzione. C'è dunque un di più, sì intimamente connesso a quel divario materiale, ma di natura diversa.

Lo scarto con cui il capitale è passato negli ultimi trent'anni al finanz-capitalismo - in ciò aiutato dal fallimento dei socialismi storici - ha sbaraccato, insieme con il compromesso keynesiano, ogni strumento di analisi critica del presente. Prove empiriche abbondano da ogni lato. Mi limito a un dato, sociologico, che riguarda la pratica di terra bruciata in atto nel campo della cultura di base. Tutti i rilievi statistici a disposizione segnalano la precipitosa regressione dalla scolarizzazione di massa, conquistata nel trentennio del secondo dopoguerra: abbandoni scolastici, analfabetismo funzionale, inutilità dei titoli ottenuti, ostacoli senza fine - disciplinari ed economici - per chi voglia percorrere gli alti studi. Tutti fenomeni troppo convergenti e massivi, perché siano dovuti al caso. Così, nel pensiero comune, ossia nelle idee dominanti, il capitalismo è tornato a essere ciò che da sempre vuole apparire: un dato naturale.

La nostra è divenuta una società senza pensiero.

E' per questo secondo fatto, disumano quanto il suo volto materiale, che le classi subalterne sono tornate plebe, poveri e le persone fantasmi, "gente" si dice in lingua italiana. In questo cascame, se la cosa - come accade - non trova la sua parola, allora la sofferenza della dignità calpestata, delle vite strozzate nella giovinezza, della povertà che fa sanguinare i corpi, diventa solo un gesto, terra e sterco.

Bisogna sudare la fatica del concetto. Per farlo, in questo tempo della miseria, occorre la sapienza cinese di partire dalla quotidiana ginnastica della mente, delle emozioni, della morale, del linguaggio, perché i nostri gesti siano meno distanti possibile dalle nostre parole, perché quella parte di plebe, di cecità, di disperazione che è in noi cessi quanto più di essere serva, ometta, per quanto difficile possa risultare, ininfluente possa apparire, di portare la nostra fascina al rogo, affinché i legami interrati che, benché battuti e umiliati, tuttavia sussistono, possano con pazienza fruttificare più in alto nel nostro domani.

8 aprile 2014

Dia-loghi

Ho riflettuto a lungo sugli echi che dalle opere mi giungono qui, come falò notturni, da chi legge.

Sebbene sappia che l'opera d'arte parla con una voce che solo in parte è quella del suo atuore, né di essa mi sento irresponsabile, né al suo cammino sono indifferente: nelle età della miseria, il cerimoniale dell'opera d'arte s'istalla proprio come speranza contro la speranza. Per questo guardo con fiducia i segnali che incrinano la notte. Vi devo una risposta. Parziale, certo, e obliqua, come ho detto.

Nelle varie e personali sottolineature - ognuna con una sua sorprendente acutezza - delle opere, scorgo una nervatura comune che desidero mettere in risalto. "L'opera tua ha già preso il volo, per dare voci ad altre voci...Mi chiedo: dispiace ad un autore essere letto così 'liberamente'?". Il gesto di cortesia, la scusa garbata che Daniela Marretti (3/1/2014) porge nella domanda non mette in discussione la certezza del fatto che la precede. La mia risposta, dal posto decentrato che all'autore compete, è diretta: no. Anzi, leggo rinfrancato la medesima spinta in tutti gli altri interventi. "Accendere una luce nella mente", scrive filorosso (7/12/2013), con rinvio ai dormienti eraclitei; "Voglia di poter vivere in prima persona" testimonia Tiziana Peri (17/12/2013); "Grazie" dice Mavì (1/1/2014) "della forza dell'attesa"; "Ritengo che ogni considerazione" scrive Anonimo (1/1/2014) "nasca da una sedimentazione nel nostro cuore e nella nostra mente"; "Spetta a noi" conclude Natalino Pacca (7/1/2014) "acquisire la consapevolezza di come le vicende passate possano illuminare la nostra lettura del presente e guidarci nel cammino verso il domani".

La forza attiva che filtra dai lettori, se posso dirlo, mi fa fiero. E' in ogni modo ciò che con convinzione attendo da ogni opera d'arte, perché ben prima di questa e molto più di questa cresce, rasoterra, la necessità del dialogo. il logos che si alimenta solo scambiandocelo.

18 gennaio 2014

Ai miei sei lettori, anzi lettrici


«Come la parola prende vita nel dialogo, così l’opera letteraria vive nel giungere da altro e nel trasformarsi in altro. Un testo, malgrado le apparenze e le sue pretese, non è mai anaerobico. Per quanto misteriose siano le vie che segue, l’arte, come ogni esperienza di vita, interroga, invita a una forma, sollecita al dialogo ben oltre se stessa: più mezzo che fine, sebbene non cessi di fermentare. Per questo ho contestualmente aperto un sito a cui sei invitato».
Così scrivo in un cartoncino che, a segnalibro, allego ai volumi del mio romanzo, Domani, quando mi capita di darlo direttamente al lettore. Mi sembrano le parole più adatte a ricordare lo spirito di tutto quello che, qui, state leggendo, ragione per cui apprezzo tantissimo i messaggi che mi avete lasciato, care lettrici.
Questa mattina, mi capitava di far notare ai miei giovanissimi allievi la necessità inalienabile e vitalissima della comunicazione, ricordando l’esperienza eroica di quello statista sudamericano che, costretto per un decennio all’isolamento più aberrante, si è salvato dalla pazzia parlando con gl’insetti della sua grotta. Ma avrei parimenti potuto parlare loro delle osservazioni minute e curiose del carcerato Gramsci Antonio sul passerotto che teneva in cella.
La prima riflessione che dai vostri messaggi mi viene è – se posso dirlo – di genere. È assolutamente notevole, e certo non casuale, che le firme siano tutte femminili. Ebbene? – dice una mia voce erudita – anche il Decameron si affidava alle donne. Ma credo invece che ci sia qualcosa di più, di meglio. Vi scorgo il segno, visibile nelle nostre aule e in mille altri luoghi anche se non nelle gerarchie della nostra società, di uno scatto in avanti compiuto dalla donna nel secolo scorso. Qualcuno addirittura, lo storico Hobsbawm tra essi, afferma che l’emancipazione del genere femminile è stata forse la più duratura rivoluzione del Novecento. Sia chiaro, emancipazione non vuol dire liberazione, ma certo segnala la crisi del ruolo maschile, ben avvertibile sotto l’inturgidirsi ridicolo e malfermo, da dominio decrepito, delle nostre società tardo capitalistiche.
La seconda riflessione nasce dalle notazioni di più d’una di voi. «Intimidita dalla bellezza delle tue parole», scrivi esattamente, am. Si tratta di un punto assai importante, ben oltre le nostre piccole cose. Qualche tempo fa, a una mia classe quinta, per spiegare il senso profondo che scorgo nell’arte dannunziana, usavo queste parole. D’Annunzio, con le sue poesie, conduce il proprio lettore in una stanza meravigliosamente arredata di gioielli, pietre preziose, oggetti luccicanti e dice: «Guardate, tutto questo è mio, non potrà mai essere vostro».
Di questo genere di bellezza, di questo uso terroristico della bellezza non so che farci. Lascio che i morti seppelliscano i morti.
Vuol forse dire questo che la bellezza, la verità, l’autentico è l’informale, lo sciatto, il brutto, il triviale? La verità è quella dell’iper-vero della vita in diretta, delle liti a pagamento, dei talk show, del microfono aperto, della spazzatura che soffoca le nostre vite?
C’è invece, provvisoria quanto si vuole, incerta quanto il crepuscolo, ma vitale come l’alba che preme, un’altra strada. Affinare lo sguardo e la voce, far maturare il silenzio: scusate se sono stato lungo, scrive il filosofo, ma non avevo tempo. Se la parola che in questo modo esce è ardua, lo sarà solo per la promessa che indica necessaria. Perché ci fa toccar con mano la bellezza che ci si sottrae, ma che ci appartiene quale nostro bene più intimo. La sofferenza che allora ci stringe è la verità della nostra condizione, la spinta a ribaltarla il principio di guarigione.


18 novembre 2013

La merce è libertà

Nelle paginette del Manifesto del 1848, sempre pronte sul mio comodino, si dice con insuperabile chiarezza che con il capitalismo la libertà diventa merce. Quel disvelamento ha segnato la mia vita, come di altri milioni prima e accanto a me.
Questa mattina, durante l’intervallo una mia giovanissima allieva mi chiede a bruciapelo: «È vero che lei ha pubblicato un romanzo?». Colto così, sul fatto, non ho saputo mentire. Ne è nata una breve fila di domande e risposte. A un certo punto, un’altra osserva: «Ora, chissà quanti soldi farà». Sorridendo, ho solo osservato che non sono né calciatore, né comico, né presentatore televisivo. La discussione si è fatta più interessante.
Suonata la campanella, sulla via dell’uscita, nel fiume che scorreva chiassoso, l’amico fidato mi parlava della notizia del giorno: la prostituzione protoadolescenziale in scuole del Nord, del Sud e nella capitale. Insieme con l’orrore, ci siamo detti il muro salito in questi ultimi decenni tra la verità a fatica conquistata e le parole che vorrebbero pronunciarla. Ci siamo guardati smarriti, fino al saluto nell’aria tiepida del falso settembre.
Abbiamo seguitato a meditare l’oscenità che quei fatti e mille altri, anonimi, gridano, senza essere intesi. La mercificazione dei corpi, delle menti, dell’aria, dell’acqua, dei sogni e del domani è talmente ovvia e triviale che il bambino e l’accademico accolgono pacifici la Verità autoevidente: non è vero che la libertà è merce; astruseria non meno falsa di chi affermasse che l’aria è respiro, come se il respiro fosse in funzione dell’aria. No, è proprio la merce che è libertà.


8 novembre 2013

L'onestà di un poeta

Luciano Morandini

Ho conosciuto Luciano Morandini solo per telefono. Ci siamo scambiati alcune lettere per qualche lavoro comune. La sua era una parola pacata e generosa, che ascoltavo con piacere e profitto. Quando una turbolenta vicenda – sciagurata, invero, ma per niente eccezionale nell’indegna gestione della cosa pubblica in cui precipita da anni il nostro Paese – travolse il gruppo culturale con cui collaboravo, ricevemmo un’importante lettera di solidarietà e di protesta. Pochi anni dopo, nel 2009, apprendemmo con dolore la notizia della sua scomparsa improvvisa.
Ora, una scelta postuma di suoi scritti militanti mi raggiunge come un nuovo dono. Morandini, nato nel 1928, è una figura assai interessante del secondo Novecento. Formatosi sull’opera del personalismo cattolico di Emmanuel Mounier, aderisce al socialismo. I suoi esordi poetici (Terra d’amore, Fino all’arco dei monti, Monrupino) e intellettuali avvengono nella temperie del neorealismo. Infaticabile la sua attività culturale, dai programmi per la Rai del Friuli Venezia Giulia e per Radio Koper-Capodistria, a direttore delle riviste friulane “Zeta” e “Diverse Lingue”. Sue opere sono state tradotte in sloveno, serbo-croato, tedesco, inglese e spagnolo.
Il volume, L’onestà del poeta, a cura di Giuseppe Marini, (Udine, Forum, 2013, pp.227) reca un titolo preso in prestito da Umberto Saba. Vi si raccoglie una scelta di scritti per la rivista “Il Nuovo Friuli”, dal 2001 all’anno della morte. Certo in coerenza con la testata, emerge assai chiara l’organicità profonda dell’autore alla terra natale, come già era accaduto, per restare entro le coordinate geografiche, a molti suoi maggiori o coetanei, da Saba, a Biagio Marin, a Amedeo Giacomini fino alla matria solighese di Andrea Zanzotto, per altro mai nominato in queste pagine. Del resto, come ha insegnato a suo tempo Carlo Dionisotti, è l’intera letteratura italiana - dunque la lingua, la cultura e la vita sociale - a portare impresso il segno della pluralità regionale.
L’inaugurale neorealismo di Morandini ne costituisce appunto una specifica coloritura generazionale e personale, con la carica libertaria e contestativa che, fino agli anni Sessanta, la rivendicazione delle particolarità locali e dal basso comportava. Ma gl’interventi ora raccolti sono tutti nati in piena rivoluzione passiva berlusconiana e nella travolgente globalizzazione neoliberista. Tra i tanti nomi che hanno ribaltato il loro significato, nel cuore del leghismo incontriamo naturalmente la spinta contro il centralismo, tanto più che anche la vicina pluralità eterodossa della Repubblica Jugoslava è tornata ad essere, come prima del “secolo breve”, piaga sanguinante d’Europa. Così, il sarcasmo di Morandini si scaglia contro il “Padrone della Casa” che nell’edizione dell’Elogio della pazzia di Erasmo da Rotterdam, preso dalla furia imbonitrice, si fa a propria insaputa prefatore dell’autoritratto: “credete che mi ricordi ancora di quel che ho detto? […] Dicevano gli antichi: odio il commensale che ha buona memoria. E i moderni: odio l’uditore che ha buona memoria […] addio, dunque: applaudite, state sani, bevete”. Per la medesima buona ragione Morandini prende le distanze dal leghismo: “mi chiedevo […] se non sia artificiosa e retorica ogni pretesa che si richiami alla diversità friulana”.
Gli scritti pongono dunque con energia l’accento su quelle linee d’apertura che il Friuli, terra di confine quanto forse poche altre, porta nel proprio seno: dall’area mitteleuropea, alle nuove regioni ex jugoslave, fino alle antiche migrazioni contadine verso il Nord e verso le Americhe. Tuttavia gli scritti si portano un nodo irrisolto, tra la rivendicazione di queste aperture e l’attaccamento all’‘identità’: “se la destra più rozza si schiera tutt’oggi acriticamente, fino alla xenofobia, sulla linea dell’etnocentrismo, per la sinistra l’identità è qualcosa di diverso, non è autoaffermazione che esclude, ma senso di un’appartenenza che si coniuga, democraticamente, con il rispetto di tutte le identità, nel nome dei diritti universali e della collaborazione fra le culture di varia appartenenza, locali o nazionali che siano”. La risposta al razzismo e all’accecamento corporativo consisterebbe insomma in una diversa disposizione morale: abbandonare l’esclusione per l’accoglimento. È altamente significativo dell’impotenza che attanaglia le nostre vite e offusca il domani il fatto che la fedeltà di Morandini all’originario socialismo umanitario – sua “onestà” e suo onore - approdi alle medesime posizioni dei nuovi movimenti mondiali: radicati sì nel loro specifico e magari radicali, ma incapaci di cogliere e praticare, o rivendicare ciò che unifica, solo invocando il processo per addizione.

3 novembre 2013

Orfani per inganno
Maria Vittoria De Filippis, Copé hai il nonoso?

 

Inavvertito, come lo sguardo casuale d’una passante, il postino ha lasciato furtivo il volumetto di Maria Vittoria De Filippis, Mavì per tutti gli amici e per lei stessa. Une mémoire lieve come il volo d’una farfalla, un libretto d’altri tempi. La scrittrice lavora con tenacia a levare. Entra nelle pieghe straziate della propria vita e nei palpiti dell’altrui con discrezione settecentesca, dove il sorriso e le nuance mai fanno velo alla sincerità.
Il lettore risale agli sconvolgimenti della seconda guerra mondiale per poi discendere fino agli sbigottimenti della nostra epoca triste. I paesaggi vanno dagli esilî antifascisti della provincia francese alla Firenze dell’Italietta mussoliniana, fino all’amata Roma degli studi, del teatro, della politica e poi allo sguardo europeo della Milano di Fortini. Ma non manca la provincia italiana delle vacanze, dei sodalizi intellettuali, dell’amore: la Ciociaria, l’Amiata, Bocca di Magra, la Sardegna, fra le altre. La voce narrante si abbandona alla percussività della memoria, ma non sfugge al lettore avvertito la forza sotterranea che la muove, lo strazio del misconoscimento paterno e, ancor più ferrigno, quello materno e familiare, l’originaria messa in questione radicale del proprio sé, tenuto così in sospeso tra l’abisso del vuoto di verità e la nausea della menzogna. Una vertigine che nessuna confessione tardiva riuscirà a sanare, né lunghi anni d’analisi.
Accanto e sopra questo filo intimo, si dipana la trama degl’incontri ricca, sorprendente nella quale l’olimpica impertinenza di bambina accosta Giorgio Napolitano al contadino Basilio, Guido Calogero alla balia ciociara… Così il lettore, guidato dalla voce confidente nella stanza delle cucine, si trova, senz’avvedersene, per effetto di una magia intimamente femminile, a percorrere un tratto importante della cultura e della politica del Novecento: da Franco Fortini a Ugo La Malfa, da Luigi Cancrini a Vittorio Gassman, da Edoarda Masi a Jean-Marie Straub, da Giulio Einaudi a Tullio Gregory.
Chiuso il volumetto, mi soffermo sul volto di una Mavì di pochi mesi in braccia alla madre, dove calamita incredibilmente severo – come presago - lo sguardo sulla donna di spalle.
La foto del retro si stacca sull’intenso chiaroscuro d’un mare al tramonto che gira fino alla prima di copertina, senza indicazioni della casa editrice. Apro la pagina del colophon: “libro pubblicato dall’autore, ilmiolibro.it , 2013”

http://ilmiolibro.kataweb.it/categorie.asp?act=ricerca&genere=tutte&searchInput=cop%E9+hai+il+nonoso%3F&scelgoricerca=nel_sito .


17 ottobre 2013

Il pane quotidiano

Certo, di fronte ai lancinanti resoconti di Tullio de Mauro, autorevoli quanto inascoltati, sull’analfabetismo in Italia (“solo il 20 per cento della popolazione adulta italiana è in grado di orientarsi nella società contemporanea”, 2012) e dopo la lettura a caldo dell’ultima inchiesta Ocse, che nelle competenze alfabetiche conferma l’Italia, con 250 punti (il massimo essendo 500), lontana dalla media Ocse del 273 http://skills.oecd.org/OECD_Skills_Outlook_2013.pdf  potrebbe apparire quasi frivolo parlare delle storture nell’industria editoriale. Ma di frivolo, anzi, di osceno, c’è solo il succedersi delle dichiarazioni dei ministri competenti, meglio, responsabili: “bamboccioni” (Padoa-Schioppa, ministro dell’Economia 2006-8), “choosy” (Fornero, ministra del Welfare 2011-12), “poco occupabili” (Giovannini, ministro del Lavoro in carica). La mia collega di matematica mi mostrava con vergogna e sensi di colpa i dati. Le ho risposto che negli ultimi trent’anni la scuola – insieme con tutti i servizi dello stato sociale con i quali si è tentato di dare attuazione al secondo comma dell’articolo 3 della nostra Carta costituzionale – sono stati nient’altro che terreno di devastazione e di rapina, da parte di coloro ai quali abbiamo permesso di governarci.
Su un solo punto l’ultimo ministro ha ragione: oggi più che mai l’istruzione è pane. È futuro, personale e collettivo. Quello che il ministro finge di non vedere è che l’espropriazione delle conoscenze fondamentali ai danni dei più è ferocemente programmata, perseguita dalle nostre classi dominanti. Quello che lui ed esse non vedono è che nel medio periodo tale riduzione a terra coloniale porta l’intera nostra collettività alla rovina: ma nel medio periodo, pensano, saremo tutti morti.
Pur tuttavia, in tale affamamento delle conoscenze di base, la rovina dell’industria editoriale non è estranea, ne è un’articolazione necessaria.

L’articolo di Riccardo De Gennaro, veloce ma informato, può aiutare a conoscere e ragionare.

http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/ricerca/nocache/1/manip2n1/20131009/manip2pg/15/manip2pz/346921/manip2r1/riccardo%20gennaro/

Anche da questi temi passa il nostro pane quotidiano.

10 ottobre 2013

(Anniversario della nascita di Andrea Zanzotto)

 

 

A una giovane


1. “Non ho idea di cosa farò, non riesco ancora a trovare la mia passione, ma solo un grande buco nero e questo un pochino, sinceramente, mi spaventa”. La frase m’interpella, anzi, c’interpella, nel più inclusivo senso della parola “noi”, ciascuno con le nostre distinte responsabilità, con i nostri differenti poteri. Dice infatti il pedagogista Mario Alighiero Manacorda: nella relazione l’uomo acquista “oltre a capacità di vita impensabili nell’isolamento di un ipotetico stato di natura, anche tutto il bagaglio culturale che gli consente di inserirsi a pari titolo con gli altri nella società dei suoi simili: di essere insomma, per usare l’espressione di Gramsci, un contemporaneo della sua epoca” (Storia illustrata dell’educazione, Firenze, Giunti, 1992).
2. A sud, in un giorno qualsiasi, i morti si ammassano, gridano come gabbiani, per poco ancora moribondi avanti di affogare lerci di petrolio. Altri già bruciano. Sospinti dal silenzio di migliaia di strazi e salme, increspano per due giorni il brusio quotidiano, prima di ricomporsi.
3. Si tratta di conoscere le cause generali che hanno generato e protraggono l’attuale sistema di smarrimenti solitari, di miserie economiche e ideali: la nostra condizione materiale d’esistenza. Di chi è il vantaggio? di chi la sudditanza? “Quello che non sai di tua scienza / in realtà non lo sai. / Verifica il conto: / sei tu che lo paghi”, si ostina Bertold Brecht. Fili rossi, indizi solidi puoi di nuovo trovare, se ben cerchi nel profluvio del tritume, in testi come quelli di Luciano Gallino Finanzcapitalismo (Torino, Einaudi, 2011), La lotta di classe dopo la lotta di classe (Bari-Roma, Laterza, 2012) o in siti come www.sbilanciamoci.org. Altri possono meglio contribuire, perché il meglio si produce, non è un dato.
4. “Preferirei i rapporti diretti, le parole e il loro suono, il commento anche a braccio, lo scambio nel tempo limitato”, mi scrive il viandante di via Latina “magari per inviti umani […] il concreto scambio eguale, il sentire comune e l'occasione”. Conosco bene questa ragione antica e sempre viva, anzi oggi più che mai vera. Se tutti, se il 99% - per usare un’espressione odierna - siamo moltitudine, non è arbitrario partire da qui. Nel tempo della povertà, conta l’essenziale; la pochezza non può essere alibi all’inerzia. Che faccio la mattina quando mi alzo? A chi concedo e a chi rifiuto il saluto? I miei sì e i miei no sono distinti? In che rapporto sono la mia parola e la mia mano?
L’ho imparato dall’ultimo Fortini: la scrittura saggistica medesima trasmuta in pagina di diario.
5. Per questo ho resistito al primo impulso, dopo la lettura dell’articolo del “Sole 24 Ore” su Franco Fortini: “se i suoi discorsi sono ipotecati dal mito di un Futuro Rivoluzionario, la sua dote peculiare sta poi nell’affiancare al mito una sensibilità straordinaria per la complessità presente dell’individuo e delle sue espressioni estetiche, difese da ogni politicismo volgare. Certo, il suo destino Fortini se lo è in parte cercato: ostinandosi a tenere acrobaticamente insieme marxismo e alta cultura, mentre le loro sorti si separavano in modo irreparabile” (Matteo Marchesini, Versi alle ideologie, Domenica 29 settembre 2013). È insopportabile il sussiego sprezzante con cui – epurato Fortini del futuro – gli si concede la pace nel cimitero dei classici.
6. No, si deve fare altro. Ascoltare nella vicinanza il dolore muto perché diventi un grimaldello, una luce che apra la parola, la conoscenza che sfondi il “buco nero”, spalanchi il futuro. E dirlo a tutti, a tutti, a tutti, perché tutti prendano parola e l’ascoltino.

6 ottobre 2013