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Discussioni: Diari

Mavì De Filippis

Pronto, chi parla?

Pronto, chi parla?

Silenzio.

Ripeto: “Pronto! Chi parla?”

Silenzio. Ne deduco, nessuno. Hanno chiamato, ma non hanno nulla da dire.

Velio si pone un’altra domanda:

“Pronto, a chi sto parlando?”

Chi è o chi sono quelli che mi ascoltano? Forse nessuno ascolta, il rumore assordante non fa arrivare nemmeno la mia voce…

Esordisco in questo modo volutamente scherzoso per dire qualcosa a commento di quello che Velio scrive.

Lo scherzo, ben lungi dal prendere sottogamba quanto egli dice, sta a indicare un disagio, un imbarazzo di fronte agli interrogativi di Velio. Interrogativi condivisibili e condivisi. Ancora una volta ritrovo echi fortiniani. Fortini parlava e scriveva e si incitava a scrivere anche se, come dice in una poesia, non seve a nulla.

Ma parliamo pensando che serva? Non lo sappiamo, lo possiamo solo sperare. I tempi di Fortini, per certi versi, sono lontani, oggi la situazione è di molto peggiorata. Siamo circondati da frastuono assordante, un gran vociare omologato al quale non ci sentiamo di appartenere. Proprio per ciò parliamo, anzi abbiamo il dovere di parlare. Qualcuno ci ascolta? Forse.

Velio distingue tra il suo “parlare” in qualità di insegnante e il suo “parlare” al di fuori di quel ruolo.

La mia esperienza personale mi induce a pensare che parliamo sempre ad “alunni”, non importa se abbiano meno o più della nostra età. Vogliamo coinvolgere l’uditore in qualcosa che ci sta a cuore, che è importante, che può cambiare il mondo.

Da anni ormai non insegno più nelle scuole, ma mi accorgo che quando parlo, per esempio a un amico, lo faccio con lo stesso stile, con lo stesso entusiasmo.

Non voglio “convertire”, convincere, voglio educare.

Sono sempre un docente e quindi sono sempre anche un uomo politico, nel senso alto del termine.

Non ho risposto agli interrogativi di Velio e penso che non si possa farlo, perché quegli interrogativi sono lì e lì restano ad ammonirci contro la voglia di tacere, così come contro la voglia di “predicare”.

P.S. Guido Calogero nel parlare della missione del “docēre” sottolineava sempre che il docente insegna al suo allievo e altresì impara da lui e con lui.

24 settembre 2015

Walter Lorenzoni

Caro Velio,

condivido quello che dici. Sai che il problema del “a chi si parla” è sempre stato un mio assillo, soprattutto quando, insieme, ai tempi della Fondazione Bianciardi, ci siamo occupati di riviste di cultura e del loro coordinamento. Il problema del lettore/interlocutore (da trovare, da costruire ecc.) è stata costantemente una mia preoccupazione nel momento in cui, scrivendo, sentivo di andare ad occupare uno spazio pubblico.

È vero che fuori da un ruolo, che può essere oggi quello dell’insegnante, a cui fai riferimento, ma poteva essere ieri quello di membro della Fondazione o di redattore del “Gabellino”, non ci sono spazi o, il che è lo stesso, ce ne sono di infiniti (la Rete ecc.) che di fatto, però, azzerano ogni possibile uditorio. La possibilità di parlare a tutti e su tutto – al netto dei gruppi specialistici o amicali – stimola spesso forme di esibizionismo narcisistico e autoreferenziale o prese di posizione deresponsabilizzate che dietro l’anonimato del nickname  ridanno agibilità pubblica alle peggiori pulsioni. Tutti elementi che inquinano il dibattito e, per quel che mi riguarda, mi tengono ben lontano dal prendere la parola.

Tra l’afasia scelta e consapevole e il chiacchiericcio scomposto esistono possibilità intermedie? Non lo so con esattezza, ma credo che, al di là dell’efficacia tutta da verificare in tempi a venire, l’unica strada sia quella dei piccoli gruppi, dei contatti de visu, nella speranza che queste molteplici reti relazionali si incontrino e, magari, facendo massa critica, come altre rare e fortunate volte è successo, producano un’aggregazione più ampia e di spessore, in senso lato, politico.

So che è molto poco, ma, al momento, troppe alternative non ne vedo.

23 settembre 2015