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PROPOSITI E INVITO

È l’accordo degli strumenti che fa il concerto, come solo dall’unione nasce la forza. Ma so bene che il male forse non minore del nostro tempo triste è la mancanza d’ascolto, spesso vissuta sotto forma di presunzione della parola, parossismo della parola. Ma da dove nascerebbe l’esibizione del corpo, l’autolesionismo disperato sia di chi annienta la propria matericità, sia di chi la sacrifica ai canoni presunti del bel corpo, se non dalla convinzione definitiva che la propria parola non vale nulla e che nessuno ha più orecchie per lui. Quando le parole si svuotano, rimane il grido. Ma l’unica differenza tra le grida è lo sforzo con cui si lanciano e una volta raggiunto il grado più alto, rimane solo il gesto muto, senza luce.
Fosse solo questione d’insipienza, ci si potrebbe rimettere nelle mani dei saggi di Platone. È invece una condizione materiale che accomuna l’umanità, globalizzata dalla medesima formazione economica. In ogni area del mondo si assiste, in forme specifiche, al medesimo doppio movimento ossimorico, prima ancora che contraddittorio: sempre più persone sanno e prendono parola, ma il sasso alzato ricade sulle loro teste, non ha eco, non propaga, non accumula come l’onda nel mare. C’è chi con forti ragioni ha osservato che movimenti anche forti, radicati, protratti nel tempo vivono e agiscono come fossero soli al mondo; magari cercano e talora trovano altri gruppi fratelli ma si fermano al gradino dell’addizione, non sanno vedere le cause comuni, le connessioni profonde. Fatto davvero paradossale perché oggi più che mai intuiamo che l’umanità soggiace a un unico dominio, a un’unica logica. Sento ancora feconde le pagine del Manifesto del 1848, là dove si esalta la forza sovvertitrice del capitalismo che tutto mette in moto e travolge: basta guardare le rivolte dei milioni di scaraventati ai margini nei quattro angoli del mondo nell’ultimo decennio, per trovarne conferma. Eppure quei rivoltosi quanto più analfabeti sono rispetto ai loro padri, quanto più ‘popolo’ e persino plebe si mostrano.
Allora, nel tumulto e nella disperazione rassegnata che ci trasporta, ha senso la ricerca modesta ma assidua della coerenza umanamente possibile tra parola e gesto. Ha senso il colloquio diretto e verificabile. Ha senso “la flemma de studià”, l’ascolto pacato, la meditazione paziente. Ha senso indagare la mediazione tra le cose per trovare quella tra le persone, cercare nel futuro sperato, voluto il senso del nostro passato, la direzione del nostro presente.
Questo blog, che per forza subìta parla molto di me, vorrebbe farlo per quell’onesta necessità di comprendere chi ci parla. Da questo angolo, con questo scoprire le carte cerco prima di tutto di distinguere il rumore che mi circonda, apparecchio una sosta, chiedo un colloquio.