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Questa notte - Lettori

Sandra Angiolini

Grazie Velio,

ho letto le tue poesie e mi hanno commossa. Hanno toccato la mia anima con la stessa delicatezza che un suonatore d'arpa mette quando sfiora le corde del suo strumento. Grazie, perché in un mondo come questo così ostile, freddo, inospitale, in un periodo storico così frammentato e buio la tua poesia per me è speranza.

con stima e affetto

Sandra

20 febbraio 2018

Piero Bevilacqua

Caro Velio,

come ben sai leggere poesia non è come leggere racconti o romanzi. Si fa con modalità di lettura davvero oggi insolita. La temporalità è diversa. Nel racconto vai lungo un tempo lineare che ha un inizio e un termine, come in un sentiero. Con la poesia vai e vieni, ritorni, rivai: è il tempo umano della riflessione, un tempo che non corre a consumare il suo oggetto, ma lo rimastica di continuo. Perché la poesia non si disvela tutta e subito, ma nasconde il suo fondo che va disseppellito poco per volta, a sprazzi. È il tempo che abbiamo perduto noi consumatori frettolosi di merce obsolescente.

Mi piacciono le tue poesie e mi ci ritrovo: devo dire soprattutto quelle in cui esprimi le relazioni umane, l'amore, ma anche l'amicizia. Quelle ad esempio, dedicate a De Francesco. O anche quelle in cui c'è di mezzo la lotta come tensione collettiva: “Penso al piacere di decidere insieme/ di vedere negli occhi dell'altro/ lo specchio della nostra speranza/ il lume al nostro sconforto”. Dove il motivo politico che serpeggia sotterraneo in tutta la ‘ballata elettorale’ non indulge in esortazioni impegnate, ma si fa fraternamente umano.

Ma mi piacciono gli sprazzi lirici frequentissimi, secondo me pienamente riusciti e davvero poetici, perché narrano di una natura che tu ben conosci e senti profondamente. Qualche esempio: “( e insiste il vento/nella conca di mare, brucia / il tramonto il cielo che affonda/ a riva/oscilla una canna)”. Chi ti ha visitato non può non sentire l'aria dell'Uccellina. Oppure :”Nel tempo che la primavera in mare/ le verdi acque move e i pesci chiama/ e nelle siepi il pruno fra pur rare/ foglie forza e costringe a breve trama” che ha echi pascoliani quasi esibiti. Oppure ancora, nei versi più tuoi, per linguaggio e aderenza agli oggetti: “Oggi è di nuovo tramontana/ i colombacci sventagliano bassi/tra i lecci. Breve giorno di gloria”.

Mi pare che la tua poesia ti rappresenti bene, non saprei dire se più pienamente del romanzo, ma certamente fa emergere un mondo che è tutto tuo, ricco di umori, di realtà terrestre, ma anche di amara, sommessa consapevolezza della storia che quotidianamente ci dà qualche speranza e più spesso ci ferisce.

Un abbraccio,

Piero

 

 

Recensione uscita su "QN La Nazione" il 18 febbraio 2018, "Agenda Grosseto", p.19.v.a.

La potente spinta al dialogo del canzoniere Questa notte

Dopo il romanzo corale, Domani, esce ora, sempre con l'editore Manni di Lecce, un’opera di poesia: Questa notte. La prima sorpresa del lettore non è tanto legata alla diversità di registro tra narrativa e poesia, quanto forse alla opposizione temporale già indicata dai titoli: al futuro del romanzo fa riscontro il presente dell'opera lirica. Anzi, il sottotitolo, canzoniere, quasi provocatoriamente esibisce uno sguardo volto al passato più illustre e antico della tradizione italiana. Abati, noto nella nostra città per l'attività culturale -è tra i fondatori della Fondazione Luciano Bianciardi che ha diretta per quindici anni - e di critico letterario, si presenta dunque con una veste rimasta fin ora più in ombra. E certamente nella sua opera letteraria il tempo è un tema centrale di meditazione. Del suo romanzo ebbe a indicare che la sua scrittura partiva da una condizione che, disse con Dante, "tant'è amara che poco è più morte".

Da quel punto estremo, di smarrimento e disperazione, partiva l'ampia ricerca rasoterra di ragioni e condizioni del nostro tempo, caparbiamente volta a ricordarci del futuro. Dallo stesso punto esistenziale e storico muove Questa notte, solo che l’energia che ne proviene non è indirizzata, come nella narrativa, a costruire un mondo, si consuma piuttosto in una accensione esplosiva, in cui passato, presente e futuro si condensano misteriosamente nelle loro reciproche lacerazioni, mancanze, utopie.

Il sottotitolo, Canzoniere, indica la volontà, posteriore forse, di ricondurre le accensioni apparentemente occasionali e incomponibili alla trama di una vita che, mentre si presenta privatissima, spera d’indicare il senso possibile del destino comune di un’epoca. I titoli delle sezioni conducono il lettore proprio su questa strada: dalle poesie giovanili del Mattino, alle ultime della sezione che dà il nome alla raccolta. In mezzo, gli amori, l’impegno civile, il figlio, il colloquio con gli autori più cari. La varietà dei temi è assecondata da un’altrettanta varietà di ritmi e metri, che vanno dal versolibero ai metri più antichi della lirica italiana: dal sonetto, alla sestina, all’ottava… C’è, in questo canzoniere lirico, che sovente muove da un chiuso solitario di stanze, una potente spinta al dialogo, come testimoniano i numerosi casi di dediche e, più sotterraneamente, l’allusività di movenze ritmiche, di complicità tematiche e stilistiche con autori della tradizione e contemporanei. Elemento magistralmente indicato dalla poesia inedita di un importante autore della letteratura italiana, Camillo Pennati, A e per Velio, che l’autore ha posto a mo’ di prefazione.

Elisabetta Francioni

Caro Velio,

in generale di Questa notte mi sono piaciute le poesie più "liriche", e meno quelle più impegnate o politiche (che immagino siano invece quelle che tu più ami); le tematiche le riconosco anche come mie, ma evidentemente mi hanno parlato meno, non saprei dirti il perché. Ho trovato molto carine e originali le Poesie dei mesi, quasi delle giocose istantanee in versi, inoltre Tu sai già – pigolio di baci, trottola per il bambino Guido; poi ancora, mi sono piaciute Nel tempo che la primavera in mare (omaggio all'8 marzo?), i bei nuptialia a p. 38-39 (declamati davvero per qualche coppia di sposi?) e infine C’è qualcosa di nuovo oggi, per terra; Oggi è di nuovo tramontana; Bruno; Non è vero; Le nostre notizie sono ora.

Mi hanno colpito le stagioni, la terra, il mare, gli olivi, che ricorrono spesso e che rimandano forse a delle radici contadine di cui non so, ma che sicuramente c'entrano molto col tuo fare poesia (anche quella politica, e non a caso).

Ti ringrazio ancora per questo volumetto, che ha preso posto nella mia libreria tra i "Libri di Amici e Familiari". 

Un cordialissimo saluto,

Elisabetta

14 febbraio 2018

Recensione di Di Francesco uscita sul Manifesto nella data odierna. 10 febbraio 2018. v.a.

Tommaso Di Francesco

Se la terra è desolata non resta che l'attesa e il sostegno della veglia

I versi che Velio Abati propone nella raccolta Questa notte (Manni, pp. 80, euro 12) porta non a caso il sottotitolo impegnativo di «Canzoniere», e sembra così suggerire che a tentare la costruzione di senso e forma del presente buio, nella voragine affluente, tocca ancora ai poeti.

Per farlo Velio Abati sembra stavolta abbandonarsi ben oltre la ragione e la memoria, per cogliere l’istante pieno di luce. Spiando in allarme l’incedere del giorno dalle finestre appena socchiuse. E da lì partire con una lunga interrogazione in versi. Con una novità: che Abati situa le domande dentro la natura che sta intorno testimone, con la «biondità del grano», della presenza umana. Dai colli dell’Uccellina al profumo di gelsomino di quelli di Algeri, inseguendo «il taglio che unisce/ l’oggetto e la finzione/ il concetto/ che non s’impronta ma copiando inventa».

Così nella poesia Legàmi, prorompono le domande inevase sulla distanza tra mondi separati, ma globalizzati e dipendenti: «Maligno/ ci si accalora/ è il seme dell’uomo./ Ma che cosa/ mi chiedo/ unisce la curva/ di lapis sul foglio/ alla mano malese/ che tesse/ in un millimetro quadrato il silicio?»; per concludere: «Qual è/ mi chiedo/ il sottile legame che stringe/ la parola che convince/ a quella che vince?».

Il dipanarsi dei punti interrogativi è una trama di pericoli che restano minacciosi e al buio, con una sola certezza, come nella conclusione della poesia Interno: che è di questa notte generale che atterrisce e dalla quale non è possibile volgere lo sguardo di fuga altrove, che bisogna parlare: «Ma ho paura di questa notte/ di questo budello cieco/ del ticchettio dell’orologio/ degli oggetti sparsi/ degli scuri chiusi./ Dei nomi che hanno perso la cosa».

Tanto che viene da rimproverare ogni «imperdonabile» rinuncia al canto con una invettiva perfino contro Majakovskij ricondotto ad una frequentazione quasi familiare: «Smettetela Vladimir, siete impazzito?/ O forse scopriste che l’inchiostro non basta/ a dissetare la classe?/ (…)/ O credeste che questa specie animale/ quasi/ immortale/ non meritasse più le saettanti/ vostre parole?».

È in una «pluralità di movenze ritmiche»  c’è il verso libero l’endecasillabo, fino alla ballata e la tentata ottava rima, il distico, l’epigramma e il poemetto, come per i versi della Campagna elettorale quasi ad evocare La matita copiativa di Massimo Ferretti  che si propone dentro l’albeggiare incerto dei giorni, dentro «l’ora che brontola» e la convivialità di cerimonie e saluti che si muove questa poesia d’occasione che, stavolta dal generale al particolare infinitesimo, interroga con l’ossessione del punto interrogativo il mondo. Dando voce alla natura altrimenti nascosta e massacrata. Dove «solo quest’urlo continuo di daino/ al culmine di una estate sempre ritornante».

Ma è la stagione privata che irrompe, aprendo stanze finora irraggiungibili, come quelle del figlio al quale dedica uno sferzante e amoroso calendario di mesi – quasi un lascito testamentario essenziale per le semine a venire  dove ottobre è «La foglia/ che perde/ tutto il verde/ sonno invoglia» e gennaio diventa «La brezza/ che spezza/ pur la scorza/ la rinforza».

L’intenzione, riuscita, della raccolta Questa notte è annunciare il valore dell’attesa, che l’autore chiama «il sostegno della veglia». Perché la terra non può restare solamente desolata. Pur consapevoli che «(…) le carte rimangono bianche./ Forse il sole verrà in un giorno solo/ tra gli acidi che chiamano effetto serra/ guarderemo i germogli fiorire».

Quanto agli umani: «Non è ancora, fratello, il tempo dell’abbraccio/ se mio è il porto dei tuoi affogati se/ la voce stessa ora ti è straniera». Tocca al verso  «sterco» da riciclare  riconnettere nel profondo, coscienti per chi prende la parola che l’ascolto è negato: «Ora so che nessuno/ busserà alla porta/ ma non mi rassegno».

In macerie la ragione, prende valore la tessitura del canto, che non si risparmia nel sondare il tumulto presente: «Il sonno non è più completo. Forse/ una voce, un grido, una corsa./ Abbi, ripeto, la forza dell’attesa. Senti,/ la luce presto squarcerà la piazza». Tocca ai poeti dunque consistere. Ed ecco la descrizione di chi sono i poeti, quasi a conclusione di tutte le domande rivolte al tempo: «Fin dove arriva lo sguardo/ dalle cose nessun’eco si leva./ È notte alta./ Severi, tenerissimi impugnano/ incerti/ la penna».