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Domani

Domani si dispone lungo una linea mitico-storica che intende fare di un particolare contesto storico-geografico un exemplum di storia generale.
Muovendo dalla sofferenza per la deprivazione del futuro, ovvero dall’avvertimento della frattura politica e antropologica che fa vivere il presente come assoluto, Abati porta il lettore in una realtà scaraventata nel rimosso, rinunciando a condurlo e obbligandolo a entrare direttamente in mezzo alle cose.
Le date estreme, presenti per quanto sempre dissimulate, sono il 1797 e il 1944, lo spazio, appena riconoscibile, è la bassa Toscana, la vicenda un’epopea corale.
I molti personaggi sono sottoposti a due linee di forza imperniate su due comunità confinanti, al cui interno predominano due diverse famiglie. Altre fratture, più classicamente sociali e politiche, complicano i giochi di alleanze e di conflitto. La lotta per la terra, le trasformazioni del primo Novecento, le guerre, le rivolte risorgimentali ed europee, la resistenza, le migrazioni, la religione si dipanano intorno ai destini personali multiformi e fermentanti.

Dalla quarta di copertina

Domani

Due persone diverse che dicono la stessa cosa non dicono la stessa cosa

Franco Fortini

PROLOGO

La conduttura, forse una cloaca, slabbrata affonda come antico relitto. La sabbia s’ammassa all’imbocco. Il mare è distante. S’incendia il sole nel pelago, a sbalordire il giovane affaticato, sospinto da una forza, viva ma ignota, di volti e mani da sempre interrate. Contempla.

L’incendio, ora, è mite. Potenti, terrifici, sconvolsero i continenti e le stelle. Covano appena sotto la coltre; attendono pazienti lo scatto.

Da qualche parte, c’è una cesta di vimini, forse indiana. Conserva nel turbinio distratto di figure in bianco e nero, immagino ingiallite, un ritratto, nitido nella memoria. Aveva una voce profonda e roca, un nido irsuto di pensieri e ricci neri. Parlava di Badaloni e di Bruno, senza fretta, trasognato, come se li avesse salutati di corsa un’ora prima. Ma i giorni e le stagioni passavano, facili come i minuti, senza riprendere la strada.

“S’ammassa” ho appena detto, non più d’un battito d’ali è passato: l’onda è salita, l’urlo ha strappato la sabbia, già morde la costa e la roccia. Dove noi ragionammo insieme, impazienti e svagati, del mattino che incombeva pregno – vicino passava, curvo sotto il cielo in festa, nostro fratello, il servo del vescovo Brando – non c’è nient’altro che acqua. Forse un pesce, inseguendo una sua preda o sfuggendone il destino, ne indovinerà, in qualche pietra residua, la traccia. Confido al martin pescatore, che rapido trabatte le canne, come ancora fosse il medesimo, la strategia della maturità del comunismo.

So la brevità del giorno. Né m’interessa il fuoco dell’ambra dove resterò, come mummia, visibile. Mia, invece, sento la felicità comune e la sofferenza. Cerco una tua parte. Per questo sono forte e tremulo al viaggio, che davanti e alle spalle si perde, e detto la mia legge ironica al brusio delle foglie.