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Domani - Lettori

    ​Ripropongo qui l'intervento di Roberto Bugliani uscito in "Poliscritture": http://www.poliscritture.it/2016/10/14/domani-di-velio-abati-noterelle-di-lettura/

    v.a.

    17 ottobre 2016

    ROBERTO BUGLIANI

    Domani di Velio Abati: noterelle di lettura

     

    Se non il quadro in sé, un acquerello dipinto da Paul Klee nel 1920 e titolato Angelus Novus, è nota la lettura allegorica fatta da Walter Benjamin di questo "angelo che sembra in atto d'allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L'angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l'infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso è questa tempesta" (Sul concetto di storia, tesi IX, nella traduzione di Renato Solmi, Angelus Novus, Einaudi 1962, pp. 76-77).

    Benjamin scrive le tesi nel 1940, quando l'attesa messianica della storia, della redenzione sociale, del futuro come salvezza e riscatto dal tempo presente, era forte, e contrastava drammaticamente col senso di sconfitta che gravava sulla sua generazione. "Nella conclusione di una versione precedente della tesi [la XI] il pessimismo storico nei confronti del presente è scritto chiaramente: se una generazione lo deve sapere è la nostra: ciò che possiamo attenderci dai posteri non è la gratitudine per le nostre imprese, bensì che vi sia memoria di noi che siamo stati battuti", annota Beniamin nel suo ultimo scritto prima del suicidio avvenuto nel settembre 1940 a Portbou, al confine tra Francia e Spagna, per non cadere nelle mani della Gestapo.

    All'angelo della storia ravvisato da Benjiamin nel dipinto di Klee, angelo che per un ventennio "ebbe un ruolo di grande importanza nelle sue riflessioni", informa il suo amico e interprete Gershom Scholem, non è dato "destare i morti e ricomporre l'infranto", ma viene trascinato in avanti dalla tempesta del progresso, quello stesso progresso dal decorso temporale "rettilineo e vuoto" che, in forma di sviluppo tecnico, ha fornito alla classe operaia tedesca, sostiene Benjamin nella tesi XI, "l'illusione che il lavoro di fabbrica, trovandosi nella direzione del progresso tecnico, fosse già un'azione politica".

    Lo sguardo del romanzo di Velio Abati, Domani (Manni editore, 2013), è pur esso volto all'indietro, ai trascorsi d'un mondo contadino (collocato nella fattispecie in un territorio immaginario della bassa Toscana corrispondente nella realtà a quello maremmano e dell'Amiata, e identificato nei paesi di Petra e Paiese, il cuore d'una campagna dove "non arrivano né treni né corriere"; p. 159) di cui la seconda metà del XX secolo in Italia ha registrato il definitivo superamento e di cui oggi resta, per chi sa ancora vederlo, "un cumulo di rovine", peraltro sempre più invisibile alle nuove generazioni, mentre il titolo parrebbe proiettare tale sguardo verso il futuro, alludendo, benché in modo aleatorio, a una speranza, una promessa o una conferma. Ma non è il futuro semplice, o prossimo, a conferire un avvenire a Domani; ad articolarlo è semmai una forma singolare di futuro, il "futuro anteriore", quello paradossale "di essere un futuro e tuttavia anche un passato", come nota Peter Szondi nel suo "Speranza nel passato. Su Walter Benjamin" (in aut aut 189-190, 1982, p. 18). 

    L'avverbio temporale domani è, dunque, parola di memoria, non già di premonizione. Esso non allude ad alcun domani effettivo, storicamente inteso, della società contadina, ma è del tutto interno al suo mondo e, in quanto tale, è misura temporale della continuità scandita per cicli lavorativi (le stagioni della semina, del raccolto, della preparazione dei campi) e passaggi generazionali ("non meno rigoglioso - scrive Abati al termine della sua nota "Al lettore" -, a ogni stagione, accestisce l'intrico delle diverse generazioni"; p. 5).

    E non potrebbe essere diversamente per una società come quella contadina deprivata del proprio domani dal modo capitalistico di produzione. Non è difatti un caso che la cronologia della narrazione, al netto del suo iter spiraliforme, s'arresti all'"autunno del [millenovecento]quarantaquattro" (p. 155), ossia alla vigilia di quel secondo dopoguerra che ha portato al disgregamento ultimo della secolare società contadina, costringendo i suoi componenti a migrare al Nord, nelle città del famoso "triangolo industriale" italiano, dove la figura dell'ex contadino si trasformerà in operaio di fabbrica e, nei tardi anni Sessanta, nel proletario urbano dell'operaio-massa (ricordo, per restare in ambito letterario, il protagonista "collettivo" radicalizzato del romanzo Vogliamo tutto - 1971 - di Nanni Balestrini, la cui "estraneità ideologica al lavoro" segna il punto di rottura con l'alienazione lavorativa operaia o contadina che sia). Non solo, ma la distanza della società contadina di Domani dall'odierno suo lettore è ancora più marcata a considerare il declino, verificatosi in Italia negli anni a cavallo tra il XX e XXI secolo, della classe operaia stessa, cui la vulgata marxista aveva conferito il ruolo di centralità rivoluzionaria, e, congiuntamente a ciò, lo smarcamento dalla sua tradizionale identità politica, con successiva dissoluzione della coscienza di classe, fino a venire egemonizzata dalla destra politica, in un contesto lavorativo non più soccorso dai diritti acquisiti con le lotte sindacali del secolo scorso e definito da forme selvagge, "globalizzate", di precarietà e flessibilità e da tassi di disoccupazione senza precedenti (a considerare le serie storiche). E' questo il nuovo "cumulo di rovine" su cui l'angelo della storia, il viso volto all'indietro, dovrà fissare lo sguardo, mentre la tempesta lo sta sospingendo a forza verso un futuro (un domani) del quale nessuno, né lo stesso angelo né noi, può avere al momento una pur minima e opaca "visione".

    Nell'affresco di 396 pagine delle comunità confinanti di Petra e di Paiese, compreso in un arco temporale che abbraccia due secoli di storia, le cui vicende riconosciute e gli eventi cronologizzati vanno dal 1797, ma soprattutto dal 1845 al 1944 (ma alla seconda guerra mondiale, per la ragione suddetta, sono riservate poche scene), è tratteggiata la "saga" genealogica di quattro famiglie: quella di Lorenzo, i "Mosè", i marchesi Ildibrandi e gli Stracci e, a complemento, qualche pennellata è riservata alla presenza in loco della famiglia straniera dei de Saint-Phalle ("Mercanti arricchiti. Presuntuosi. Francesi"; così li apostroferà il marchese Ildibrandino Ildibrandi; p. 68). Contadini, proprietari terrieri, "capoccia" e fattori che il romanzo modella dando conto delle metamorfosi generazionali, delle fortune e dei rovesci familiari, dei contrasti di classe ("finora i padroni avevano fatto il loro comodo": p. 252) e delle lotte (l'occupazione delle terre, la cui atmosfera impregna e condiziona la vita della comunità contadina di buona parte del capitolo I) ricorrendo a una narrazione, come s'è detto, cronologicamente spezzata o frammentaria, dove l'irruzione improvvisa d'un sintagma tipo: "Scampaste la guerra d'Africa e ora vi evitate anche questa contro gli austriaci" (p. 131) contestualizza temporalmente il narrare, o dove basta un consueto "a capo", un semplice rigo bianco per saltare anni o interi decenni di cronaca, repentine "fughe prospettiche" (Abati) sulle cui vicende il romanzo ritornerà pagine dopo o lascerà definitivamente in sospeso, ad libitum, nodi irrisolti a punteggiare la continuità di scrittura (gli scarti temporali degli eventi sono, per così dire, compensati dal fluire stilisticamente omogeneo della narrazione).

    A questo proposito, la stessa conclusione del romanzo (ovvero le ultime pagine del capitolo IV, "La Sapienza"), se da un lato non si differenzia da una delle sue innumeri sospensioni, dall'altro rimanda tematicamente alle pagine iniziali del capitolo I, "La Forza dell'Ira", saldandosi a queste e arricchendole di alcuni particolari retrospettivi (come le turbe psichiche di Petra, cognata di quel Sergio che avrà un ruolo di primo piano nell'occupazione delle terre successiva alla prima guerra mondiale e nella nascita della cooperativa agricola), componendo in tal modo una struttura circolare, o più propriamente a spirale della narrazione, che rimette in ciclo anche il domani, consegnandolo all'ambito temporale che gli è proprio. 

    Le ragioni di siffatta discontinuità temporale sono da Abati esplicitate nell'avvertenza "Al lettore" posta all'incipit del libro, nella quale scrive: "Il mondo che vedi prender vita nelle pagine seguenti, oltre alla lingua e alla misura, ha generato anche il propro ordine del tempo. Ispido, lo riconosco, e persino sprezzante di tante abitudini diventate ovvie, ma esso è di tale intima necessità, di cause forse e di effetti, da non sopportare dall'autore intromissioni semplificatrici - una paroletta esterna, un rigo bianco - senza innescare rovinosi processi di rigetto" (p. 5).

    Ora, la "necessità" d'un tale ordine temporale fondato sul disordine cronologico degli enunciati (tutto parrebbe avvenire in simultanea) è tuttavia anche la più rilevante difficoltà di lettura del romanzo, come ha già rilevato Ennio Abate in "Dieci appunti su 'Domani' di Velio Abati" (in poliscritture.it, articolo dell'1/5/2014): "Ci sono però – attori anch’essi, scomodi e mai trascurabili – i lettori. Mettendomi, sia pur criticamente dalla loro parte (e perciò senza concedere nulla alle pigrizie più spicciole e immotivate, alla cecità coatta o all’ignoranza tronfia di sé), sono stato tentato di accusare Abati di aver sottovalutato le difficoltà che i lettori di Domani incontrano. Il narratore non ha forse doppia responsabilità: una verso la materia che lo agita e un’altra rispetto ai destinatari (impliciti o espliciti) della sua impresa narrativa?". E ancora: "Anche Domani di Abati comprova quanto sia difficile trovare un archimedico punto intermedio equilibrato tra stare come scrittore addosso alla materia e mettersi nei panni dei lettori, che non l’hanno 'macinata' e sono 'distratti' (non sempre scioccamente). Il che rende lo scarto tra autore e lettori ancora più problematico e drammatico, una reale contraddizione".

    Ai fini della sua comprensione Domani abbisogna d'una lettura lenta, minuziosa, integrale, che possa tener testa e alla cripticità della narrazione, e al dettaglio quale sua cifra compositiva: nessun lessema, nessun sintagma, nessun rigo vanno trascurati. Una lettura, per dirla col Barthes del Piacere del testo, che "non fa passare niente; pesa, aderisce al testo, legge, se così posso dire, con applicazione e trasporto" (Einaudi, 1975, pp. 11-2). Ma è anche una lettura storicamente contraddittoria col proprio tempo letterario quella a cui è chiamato il lettore, essendo la scrittura di Domani tributaria d'un impianto formale di tipo classicheggiante, il quale suggerirebbe, secondo Barthes, un ritmo di lettura "disinvolto, poco rispettoso verso l'integrità del testo" perché "non leggiamo tutto con la stessa intensità di lettura": "si è mai letto Proust, Balzac, Guerra e Pace, parola per parola?" (op. cit., pp. 10-11). Le stesse, minuziosissime descrizioni dell'alimentazione contadina (il modo di preparazione dei cibi, il tipo di cibo cucinato a seconda che si tratti di ricorrenze speciali o situazioni ordinarie: "se era importante cucinare bene, perché, diceva [la nonna], è un lavoro nobile, tanto più lo era per quella festa [di San Pietro e Paolo]" p. 76; o delle feste popolari e religiose che scandiscono il tempo della vita sociale del mondo agricolo vanno a supporto d'una tale classicità, che trova in brani siffatti, trascegliendo a caso, il proprio modulo narrativo: "Lasciata la pecorareccia e i castri, lo stradello scendeva per un po' tra gli olivi e i filari delle vigne. Il cielo era pieno di stelle. Il fattore aveva fatto trebbiare fino a quando, tramontato il sole, i balzi avvencati dall'umido avevano bloccato la trebbia" (p. 178). Mentre in un certo qual senso la modulazione stessa, il respiro largo della narrazione fa venire in mente l'oralità tipica del mondo arcaico, che non conosce confini geografici né viene impedita da latitudini e longitudini, qui richiamata, non a caso, dalla figura dello Storiaio, personaggio che si sposta di paese in paese per recare alle famiglie contadine almanacchi ("la copertina verde, familiare del Barbanera che alla fine comparve dal sacco sorprese tutti"; p. 99) e raccontare storie: "queste sono storie fresche. Sentite. Sono storie vere [...] Si mise ora a leggere, ora a cantare, finché le donne non dovettero portare a letto i piccoli che piangevano e dormivano, finché al lume cominciò a mancare l'olio" (pp. 99-100). Personaggio, lo Storiaio, che nella sua funzione di memoria delle comunità arcaiche (contadine, in questo caso), rammenta la figura del hablador dell'omonimo romanzo di Mario Vargas Llosa, che, sotto forma di racconti orali, porta agli abitanti dei villaggi indigeni dell'Amazzonia peruviana le novità di quanto succede o degli eventi principali accaduti nella regione.

    Un'altra difficoltà di lettura è data dal cospicuo utilizzo di dialettalismi o comunque di termini propri della cultura contadina, la cui sapienza, al netto del progresso tecnologico relativo all'incremento delle coltivazioni e all'aumento delle rese (com'è descritto alle pagg. 384-5), è "di poco variata dagli antichissimi albori, quando gli esili branchi intrepidi e ombrosi, dei prischi padri, bruciavano intera la costa e la piana selvosa, controllando alla meglio, con i bastoni e le rame, le fiamme, perché potessero, stepidita la cenere, smuovere la crosta e sotterare il seme" (pag. 384). Tali parole non solo soltanto il risultato della scrupolosissima ricerca documentale effettuata da Abati - per inciso: la disseminazione di queste "parole travolte dalla dimenticanza" (come lo stesso Abati riconosce) avrebbe peraltro reso opportuno la presenza di un vocabolario in appendice -, ma già risuonavano, almeno in parte, nella memoria ancestrale dell'autore.

    Scrivendo il "suo" Domani Abati ha anche inteso fare i conti con la propria origine familiare (parimenti sua potrebbe essere la questione postasi da Romano Luperini, autore del romanzo generazionale La rancura, 2016: "Per quali travasi del sangue io sono io?") pur essendo consapevole - come lui stesso avverte - di non potere in alcun modo saldarne il debito. Debito "non di sole parole", si potrebbe aggiungere citando il Sereni del poemetto Un posto di vacanza, accumulato sia da Abati, sia, più in generale, dalla generazione del secondo dopoguerra nel momento in cui s'è trasferita nelle città dell'industria e dei servizi conseguendo un nuovo status sociale (erano gli anni del cosiddetto boom economico e della scolarizzazione di massa). "Dedico dunque il romanzo - scrive Abati a p. 396 - alle persone nominate: è la narrazione a chiarirci quali fra esse. Aggiungo di farlo con la consapevolezza che nessun autore può pagare tale debito. Solo il lettore futuro potrà, se vorrà, renderne giustizia".

    La scrittura di Domani è, come ho prima detto, in sintonia con una scelta stilistica debitrice della tradizione narrativa otto-novecentesca (il romanzo rivela l'influenza non solo di scrittori quali Manzoni e Verga, come ha rilevato Ennio Abate nel suo articolo sopra citato, ma anche degli scrittori toscani del primo novecento, e penso in primo luogo a Bilenchi), consona a un romanzo che parla per l'appunto di tradizione (la cui continuità, per citare ancora Benjamin, è l'idea regolativa della tradizione degli oppressi) e di genealogia, e che ha per misura compositiva la commistione di "linguaggi diversi: il popolare, il lirico, il tecnico delle culture materiali ed anche il curiale e il cancelleresco. Essi sono compresenti, fusi insieme secondo le esigenze narrative, dominati con perizia così da non apparire mai letterari o artificiosi", ha scritto Maria Vittoria De Filippis nell'articolo "'Domani' di Velio Abati", apparso sulla rivista on line "L'ospite ingrato" il 24/1/2014. Questa diversità di linguaggi, tuttavia, non è solo un impasto d'ordine naturalistico, per così dire, che rispecchia i milieu sociali di provenienza dei locutori, ma l'un linguaggio è in aperto contrasto con l'altro, riverberando in modo emblematico il conflitto esistente tra le classi sociali.

    Esempi significativi mi paiono, da un lato, la raffinata disquisizione, condita con una dovizia di citazioni e riferimenti colti, sul nome della propria casata fatta dal marchese Ildibrandino Ildibrandi, vera e propria riflessione filologica che per ben quattro pagine spazia dal latino al francese antico, dal provenziale al greco, dal ligure alle radici tedesche del cognome nobiliare, distinguendolo dall'altro, quello degli Aldobrandeschi: "Eccovela, alla fine, la dimostrazione: il nostro, Ildibrandi, è il casato originario; l'altro, Aldobrandeschi, il ramo corrotto" (p. 67). Questione, quella del nome, essenziale per la vanagloria del marchese Ildibrandino, ma che possiede tratti inequivocabili di comicità (certamente involontaria da parte del marchese) e di spiccata surrealtà propria dei discorsi nobiliari fuori dal tempo (anche se il tempo nel quale il marchese parla è quello dell'epoca fascista, e malgrado il fatto che gli Ildibrandi, da antichi proprietari terrieri, si siano opportunamente saputi riciclare in banchieri). Ora, siffatte frivolezze linguistiche hanno il loro contrappunto conflittuale nel linguaggio, a titolo esemplificativo (e giovandomi nell'interpretazione degli stessi scarti temporali che compongono l'ossatura del romanzo), di Mosè, figlio di Antonio e appartenente all'omonima famiglia, cacciato dal collegio religioso perché simpatizzante dei "rivoltosi anticristo", in cui matura la coscienza di classe in questi termini: "I libri gli avevano affinato il corpo e l'occhio. Non poteva più mentire a se stesso. Era tempo di tagliare i ponti, di testimoniare con la parola e con l'opera la calma verità che gli appariva quando ragionava con gli altri, quando si sedeva a tavola o quando si coricava" (p. 319). E in cui la cultura (i "libri") possiede una ben diversa funzione rispetto a quella esemplificata nel discorso del marchese: "Ho consumato questi anni dietro la medesima fatica. Ho scavato uno a uno i libri dell'intera biblioteca e l'ho pesato con il vostro [del padre] insegnamento. E' vero, babbo, il pane non casca dal cielo. Raccolgo da voi l'orgoglio di nonno, scampato dall'oppressione degli ozi e dei saccheggi. Il coraggio semplice di chi, nel tempo lungo dei servi, sapeva d'avere solo in sé la forza, non si raccomandava a Franza o Spagna. Per questo sono con te, padtre, quando eccedi, irridi e volti il culo al papa e al re. Qui, credimi, mi riconosco e ti ringrazio. Ma c'è un utile, che non è affatto il vostro utile. Di qui, le parole si dividono e gli uomini e il futuro. La mia verità non è la vostra" (pp. 319-20). 

     

     

    Mi è sembrato servizio utile caricare in questa pagina - propriamente dedicata alle riflessioni dei lettori di Domani - una mia considerazione sulle reazioni al romanzo sollecitata dall’amico Ennio Abate. In ragione della sua genesi, la presente riflessione è ripresa da “Poliscritture” diretta appunto da E. Abate: http://www.poliscritture.it/2016/09/19/sulle-prode-di-domani/

    19 settembre 2016

    SULLE PRODE DI DOMANI

    Note di viaggio

    All’origine è l’invito di Ennio Abate per “Poliscritture”. Una cronistoria abbastanza vivace del viaggio del romanzo - mi scrive - alcune reazioni dei lettori, qualche rilettura di capitoli o brani.

    Mi metto, grato, in cammino. Ma nella scrittura si è sempre sulla strada per Tebe, ben poco, malgrado i vaticini presi con cura, è programmabile, perfino la meta soffre l’incertezza. Ci si affida, senza saperlo, a ciò che fino ad allora si è stati, ci si getta alla cieca secondo il coraggio del momento.

    Negli stradelli della mia erranza triangolerò, al bisogno, con i materiali visibili a tutti di Domani e altri futuri. Avevo sufficiente esperienza del mondo, per capire che la domanda di dialogo di Domani non avrebbe trovato facili rispondenze. Così nell’attesa dell’uscita tipografica, da neofita per ragioni anagrafiche, mi sono buttato nella costruzione di un sito, che salvasse dalla dispersione, costruisse qualche eco, raccogliesse i frammenti di dialogo, aprisse uno spazio dove sostare per prender parola.

    Avverto dunque in anticipo chi mi accompagnerà, che gli’incontri nominati e i riferimenti tra virgolette –  qualche comunicazione privata, le citazioni di Calvino, Fortini, Benjamin e Harvey – rinviano tutti alle due sottodivisioni (Incontri e letture; Lettori) della pagina Domani ​del presente sito.

    Non occorre essere scrittori

    Non occorre essere scrittori o poeti per vedere che è il tempo dello sfaldamento. Non è privilegio di chi è figlio della grande trasformazione del secondo dopoguerra comprendere che le forme assunte nel secolo scorso dal bisogno di giustizia, di dignità umana e – usiamo la parola settecentesca – di felicità imputridiscono intorno a noi. Non c’è bisogno di essere temerari estremisti del pensiero, per comprendere che nel travolgimento dei vecchi assetti delle istituzioni e del vivere comune, chi oggi impone un insopportabile ritorno all’ordine non ha nulla da promettere, non ha lena per reggere un decennio, spargendo così, a sua insaputa, semi d’ira che radicano, non visti, fra le due terre.

    Si scandalizzino pure gli eleganti

    Per me la parola è sempre l’ultima carta contro le mani legate, scrivo se non posso dire. Sono dunque riconoscente a Donatello Santarone che nella bella discussione avvenuta alla "Casa della Memoria" di Roma osserva “è la storia di una violenza, di una ferita profonda”. Si comprenderà allora perché seguo fin che posso il romanzo, lo incito, mi metto in mezzo, mi butto sui marciapiedi, lo leggerei anche in capo ai tignosi. Non temo il ridicolo.

    La prima lettura pubblica è stata dal manoscritto. Chiara Riondino mi aveva invitato con i miei genitori, che cantavano e suonavano le loro canzoni. “La Corte degli Accorti” non è un’accademia seicentesca, ma la graziosa corte di casa, dove di tanto in tanto Chiara chiama musicisti, cantautori, artisti, seguendo la sua passione. In quell’angolo di campagna Toscana già linda e civile, a pochi chilometri da Firenze, un pubblico non giovane, non folto – né potrebbe – ma assiduo si reca portando con sé cibo e vini, consumati poi insieme a spettacolo terminato, sul principio dell’imbrunire. C’erano alcuni miei amici venuti da lontano per farmi festa, qualche insegnante, qualche insegnante divenuto funzionario o assessore in forza di quello che una volta si chiamava Pci, una giovane poeta e la sua compagna fotografa, un mio ex alunno ora falegname accorso per mia sorpresa e gioia reciproca. Prudentemente, ho letto un pezzo comico, la caccia al tasso. Mi è sembrato che gli ascoltatori si divertissero, io sicuramente, perché godevo del privilegio di declamare da un leggio che avresti giurato fosse stato preso in prestito dalla chiesetta vicina. Certo hanno divertito le canzoni e le musiche di mio padre, che segretamente tessevano la trama sonora della mia infanzia e delle pagine. Non ci sono state domande. La consuetudine non lo prevedeva.

    Prima dell’uscita del volume ho fatto in tempo a organizzare un’altra lettura, di nuovo con mio padre che suonava la fisarmonica e un mio collega, Roberto Bongini, che eseguiva Bach con il violoncello, a sottolineare due registri distanti, due diffrattività. È stata anzi questa l’occasione che ha fatto nascere i “Colloqui del Tonale” nel mio podere paterno dentro il Parco naturale della Maremma. La breve serie l’avevo chiamata, come il sito, Domani e altri futuri. Sono stati ospiti due poeti amici: Giorgio Luzzi e Donatello Santarone. Il pubblico era quello che poi si è andato stabilizzando: miei studenti, colleghi insegnanti, amici. È stata soprattutto una festa d’inaugurazione. Ho letto il funerale di zia Concettina.

    Enclosures

    “Vengono pubblicati ogni giorno in Italia alcune centinaia di libri; solo una parte arriva in libreria, ed anche di questa alcuni non vendono nemmeno una copia. Il libraio prenota i libri dei quali suppone una vendita cospicua (di giornalisti, politici, uomini dello spettacolo; alcuni scrittori noti; su temi di attualità), ed evita di prenotare libri dei quali venderà una sola copia (preferisce vendere cento copie di un solo libro che cento copie di cento libri diversi, per ovvie ragioni amministrative o organizzative)”. Così il caveat allegato al contratto dall’editore. Ma sappiamo dagli esperti che le condizioni sono ancora più capestro. La grande industria di pasta impone al direttore del supermercato che le riservi lo scaffale ad altezza di sguardo, pretende i metri lineari ritenuti opportuni, detta i tempi di esposizione e di ricambio. E per una elementarissima legge fisica, dove sta un corpo, non può starvi un altro.

    È da cretini pensare che l’ultimo libro dell’uomo di avanspettacolo sia un fatto che non mi riguarda, esattamente come ritenere i miliardi guadagnati da Marchionne un obbrobrio morale, invece che la diretta sottrazione a me di ciò che mi serve per mangiare il giorno, curarmi il fegato, comprarmi un libro.

    Muoversi rasoterra

    Muoversi rasoterra può persino essere euforico, a patto che rientri in quella figura che Bourdieu ha chiamato della degnazione, altrimenti è letteralmente impronunciabile. Dico “rasoterra” e mi accorgo che già l’atto di dirlo è un modo per non esserlo più in parte. E che cos’è la letteratura se non un “dire”? Intorno alla ferita di questa slogatura ho tessuto, giorno dopo giorno, il mio Domani. Come tenere insieme le due schegge del me preso nel mondo descritto, parte di esso e del me che sopra quel mondo sta e descrive? Mai, anche se volessi, potrei dimenticare ciò che Benjamin, nell’Angelus novus, mi ha chiarito una volta per sempre: “Tutto ciò che dell’arte e della scienza il materialista storico può controllare ha sempre un’origine che egli non può considerare se non con orrore. Perché tutto ciò deve la sua esistenza non soltanto alla fatica dei grandi geni che l’hanno creato, ma anche, in maggior o minor misura, all’anonima servitù dei loro contemporanei”.

    Mi è stato chiaro da subito che non avrei potuto né amputare, né fondere, ma avrei potuto solo lasciar ardere quella fiamma, badando a non starle tanto vicino da bruciarmi, né tanto lontano da annichilirla.

    Ma qui già siamo troppo dentro il Domani, mentre devo perlustrarne le prode.

    La condizione rasoterra, dicevo, non è niente di eroico. La sua brutale datità, la sua – posso dirlo? – sgradevolezza riguarda anche le carrarecce sulle quali il romanzo spera d’incontrare il lettore. Così mi sono tirato su le maniche e, direbbe Bianciardi, ho battuto tutti i marciapiedi sui quali potessi vantare o millantare qualche diritto di passaggio, fattomi agente di me stesso. Uscito il romanzo, dal 20 novembre 2013 al 15 febbraio 2014 ho tenuto cinque incontri nella mia città e nella provincia. Poi sono stato a Milano, Torino, di nuovo nella mia provincia, Follonica, quindi Roma e nuovamente Castel Nuovo Val d’Elsa.

    Il tempo dello schizofrenico

    Un amico intelligente e generoso, per spiegare, mi scrive “Due anni fa mi sono avventurato nella lettura di Vita e destino, di Grossman ed è stata una fatica immane, pur inframmezzata da qualche ora di autentico godimento spirituale. E questo perché non sono riuscito a fare una lettura continuata, ma l'ho dovuta inframmezzare di interruzioni, riprese, distacchi, ecc, così che i personaggi alla fine mi si sono confusi in testa”.

    Immagino che tra i miei settanta corrispondenti reazioni simili siano ben più numerosi dei due o tre che hanno avuto affetto sufficiente a comunicarmelo.

    Ho avuto torto a sorprendermene. Addirittura un’opera di Calvino principia proprio da questo: “Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d'inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti, allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell'indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c'è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: «No, non voglio vedere la televisione!» Alza la voce, se no non ti sentono: «Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!» Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: «Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino!» O se non vuoi non dirlo; speriamo che ti lascino in pace”. Cui quel rompiscatole irriverente di Fortini aveva risposto: “mi ricorda la pubblicità di certi biscotti di puro grano e dei brodi col sapore di una volta. Non basta staccare il telefono, caro Calvino, non possiamo tornare alle matinées de lecture di Proust e al sapore del caffellatte materno. Non possiamo fingere che la storia non sia quella che è stata, quella che è, condizionante la letteratura”.

    Quel mio amico è molto concreto: “condizionante”, dice, è “la pressione del lavoro”, “le molteplici pressioni occasionali interrompono di frequente anche la lettura di romanzi che mi appassionano”. Eppure questa volta avverti un cortocircuito forzato tra sogno di plastica da Mulino Bianco e ruvido realismo di conservatore.

    Pubblicato Domani, m’imbatto in una lettura straordinaria: “L’egemonia ideologica e politica in ogni società dipende dalla capacità di controllare il contesto materiale dell’esperienza personale e sociale. Per questo motivo, le materializzazioni e i significati attribuiti al denaro, al tempo e allo spazio hanno un’importanza non trascurabile per il mantenimento del potere politico”, David Harvey, La crisi della modernità, Milano, Il Saggiatore, 1993, p.278. Se l’arte è, come credo, esperienza conoscitiva, deve poter creare una ruga, un intoppo, uno strappo. E chi lo fugge, peggio per lui. Harvey ci inchioda a uno scorcio che non lascia scampo: “Si può fondatamente sostenere che la storia del capitalismo è stata caratterizzata da un’accelerazione nel ritmo della vita, con relativo superamento delle barriere spaziali che il mondo a volte sembra far precipitare sopra di noi […] Mentre lo spazio sembra rimpicciolirsi fino a diventare un «villaggio globale» delle telecomunicazioni e una «terra-navicella» di interdipendenze economiche ed ecologiche […] gli orizzonti temporali si accorciano fino al punto in cui il presente è tutto ciò che c’è (il mondo dello schizofrenico)”.

    Codesto modello di calzini, signore, non s’indossa più

    Sono grato a Filippo Bologna d’aver pianamente espresso ciò che di sicuro altri hanno silenziosamente giudicato. Oltretutto il suo è il primo giudizio, avendo io inviato ad alcuni il dattiloscritto dell’opera: “Nonostante i miei volenterosi tentativi il manoscritto è risultato tetragono alla lettura, respingendo ogni mio assalto. Non so che dire, se dipenda dalla mancanza di ardimento del lettore, o dall'eroica resistenza del libro. Il tuo romanzo ha una tale densità e un ordito così fitto da risultarmi quasi impenetrabile. Mi fa venire in mente un sito archeologico sepolto tra i rovi, o la rievocazione in costume di una grande battaglia. Mi spiego meglio, è come se non tenesse conto di ciò che è avvenuto in letteratura negli ultimi cinquanta anni. Il che non è detto che sia necessariamente un male ma potrebbe anche essere una programmatica condanna all'isolamento”.

    È il rifiuto più radicale, sebbene, ad ora, l’unico a questo grado. E certo vorrà dire qualcosa, per Domani, se a pronunciarlo è un giovane scrittore finalista al “Premio Strega”, vincitore di un “Donatello” per la sceneggiatura, oltre che di altri premi, a tutto ciò sommando che al suo esordio ricevette un’ampia, consenziente recensione di Alberto Asor Rosa su “Repubblica”.

    Narrare non è ricordare

    È ricordarsi del futuro. Credo questa la consegna più aspra ricevuta dal lavoro sulla pagina, di cui ho dovuto dar subito conto nel biglietto Al lettore. Più d’uno poi vi si è soffermato, con valutazioni differenti. Se Ennio Abate osserva che oggi i lettori “non possono permettersi le 3-4 riletture che Domani richiederebbe per “entrarci dentro davvero”, Andrea Nuti valorizza invece l“invito a ‘prendere tempo’, ‘dedicare tempo’, sfuggire ai ritmi frenetici della nostra quotidianità”. Tommaso Di Francesco, che parla di “archeologia del presente”, vede una narrazione che “sente la barra del tempo”, Sandro Portelli sostiene che nel romanzo il passato “è costruzione per il futuro”.

    I due lettori che più si soffermano sulla concreta articolazione del tempo lo fanno, sorprendentemente, ricorrendo ad altra arte. Scrive Mavì De Filippis: “è come se il tempo fosse congelato o meglio … circolare … ricorda in particolare la maniera di Straub - Hillet di usare la cinepresa”. Roberto Bongini: “il disorientamento temporale, avvertito dal lettore, mi sembra analogo a quello generato dalla musica modale e da certe opere tonali (per esempio, la n.109 di Beethoven)”.

    La cecità di Farinata

    Da discipline diverse che scrupolosamente studiano la nostra specie animale, si osserva la rilevanza del periodo straordinariamente lungo di maturazione all’età adulta. È possibile che derivi tra l’altro da questo il bisogno di vestire di vecchi panni le idee più nuove, fatto riscontrabile in mille esempi delle forme culturali. E forse in questo debito di riconoscenza si trova la ragione delle viscosità che esperienze alte delle società umane riversano su aree limitrofi e in epoche successive. Fatto sta che un paradosso eclatante è sotto i nostri occhi. Un’età che tanto potentemente ha affermato la propria supremazia sugli antichi, da produrre una delle più radicali cesure rivoluzionarie con il passato, l’illuminismo, seguita ad alimentare tenacemente nel nostro senso comune il pregiudizio che le civiltà umane si mettono in fila e avendo scritto Marx che dall’anatomia umana si comprende la scimmia, le scimmie sono invariabilmente gli altri.

    Ognuno affronta come può l’esilio. Ma si tratta del tema, oggi. Se ne può uscire devastati, agganciati per sempre a un orizzonte concluso che cela la sua definitiva falsità sotto le forme di una realtà tanto più comprovata quanto più irripetibile, da cui il suo fascino potente, che è, propriamente, fascino della morte. Se ne può tuttavia ricevere un altro, opposto: l’inganno della falsa innocenza. Il primo è il fantasma del reazionario, il secondo il delirio del ‘rivoluzionario’.

    Ho età e letture sufficienti per comprendere che mai come oggi, per la specie umana sulla terra, la verità non è dei ‘punti alti’; che se i contadini hanno avuto ragione, con i loro forconi, di Carlo Pisacane, non per ciò questi aveva torto; che quanto il senso comune chiama progresso è un volgare tirare avanti. Il compito – non mio, o di altri singoli – ma dell’umanità oggi è guardare con entrambi gli occhi, per cogliere la contemporaneità del tutto.

    I lettori di Domani si sono variamente soffermati sull’enormità della presenza, nel XXI secolo, di una vicenda desueta qual è quella contadina descritta, dando valutazioni differenti sulla resa. Ennio Abate esprime con chiarezza una valutazione negativa: “Detto schiettamente, a me pare che il benjaminiano «balzo di tigre nel passato» senza un saldo aggancio al presente (da afferrare politicamente nel suo orrore storico-politico e non in astratto o con paraocchi etici), sia un’amputazione a cui ci si rassegni”. Opposto mi pare il giudizio di Walter Lorenzoni: “L'autore, insieme al lettore, attraverso il suo coinvolgimento, vuole conquistare il massimo di verità storica possibile sul periodo e sugli eventi via via presi in considerazione. La verità, ricercata assieme al lettore, si colloca al livello della totalità”.

    Se il noi è infrequentabile e l’io dà la nausea

    Tra i primissimi lettori, meglio, interlocutori nella fase che precede e accompagna la stessa scrittura, Giorgio Luzzi mi scrive: “Chi governa il punto di vista? :... Non mi è ben chiaro se è la lingua della sua gente o quella del regista supervisore; direi che si tratta della prima, ma questa mi sembra appunto una contraddizione. Il narratore vive oggi e non si separa dal linguaggio parlato nel mondo messo in scena”. Ennio Abate torna sul punto: “Abati ha voluto marcare le distanze da questo presente anche nella forma, nel modo di narrare. Opera pure in lui, ma in via subordinata credo, l’antipatia (novecentesca) verso il ‘narratore onnisciente’ … Perciò la sua scelta di mettere il lettore in medias res, a cavarsela da solo … col rischio, a mio parere, di accentuare sia l’impressione dei lettori di avere a che fare con un reperto archeologico sia la contraddizione reale in cui di fatto si vengono a trovare … sia l’autore che i lettori”.

    Diverso ancora il parere di Walter Lorenzoni: “Il punto di vista … può essere sia esterno che interno, odierno o coevo, individuale o corale. Il fatto è che, però, non c'è mai adesione completa tra la voce narrante e i personaggi - neanche dal punto di vista sociale e politico - e questo perché l'autore intende mettere in atto una tecnica di spiazzamento del lettore, che lo costringa costantemente ad una presa di posizione morale … chi legge deve mischiarsi ai personaggi, alla comunità e, pur non identificandosi con essi, ne deve condividere la storia, gli sviluppi e le evoluzioni, le reti di relazione, le dinamiche inconsce, proprio perché è solo grazie a questa condivisione che può divenire il domani, il domani possibile”.

    Da faglie molteplici rampollano indomite le piante

    Nel Proposito, una paginetta inedita inviata prima d’iniziare a scrivere a una sceltissima cerchia di amici, riflettevo sulla lingua. E, dopo aver indicato i rischi plebei di certo toscanismo del secolo scorso, rinverdito dagli usi politici reazionari del nostro tempo, mi proponevo di cercare “per sintassi e lessico, la severità, la sobrietà, volta piuttosto al passato che al presente … un tessuto, aristocratico piuttosto che confidente”. È probabile però che le ragioni della cosa abbiano portato la lingua altrove. Claudia Angeletti sente una “lingua materna, dove la pasta si tira col ranzagnolo, il pane si taglia con la coltella, i bambini sono i citti che non stanno mai boncittini, le teste anche pensanti sono le chiorbe e chi manca di senso pratico è un citrullo, chi insiste nel sapere che cosa stai pensando è un appoioso!”. Andrea Nuti scrive: “La trama linguistica, dei suoni, delle voci genera la comunità. È come se la struttura simbolica venisse ancora prima dei personaggi che essa stessa accoglie; questo campo linguistico dinamico è il vero soggetto e protagonista del romanzo”. E Mario Marchionne: “Ho trovato straordinario il lavoro sulla ricostruzione … linguistica … persone, vissuti, modi di dire e di essere, ripeto, a me non congeniali ma che, in qualche modo, da quando frequento te e la Toscana, mi tornano più familiari”.

    Un lettore partecipe e fraterno, Donatello Santarone, mi aveva privatamente consigliato, durante le fasi di correzione delle bozze, di accompagnare il romanzo con un Glossario. La questione riemerse nel confronto alla "Casa della Memoria". Dice Tommaso Di Francesco: “La vera provocazione di Velio è il linguaggio usato … nelle parole che potremmo dire desuete, che irrompono con una forza sconosciuta … dissento da Donatello, perché penso che queste parole meno note giocano la loro virtù nel presente”. Mentre Sandro Portelli, nella stessa occasione, osserva: “Un elemento che mi ha particolarmente colpito è la materialità del linguaggio, non solo nelle voci dei personaggi, ma anche in quella narrante … Non c’è il dialetto e non c’è il tentativo di imitare l’oralità, ma … una lingua che può essere pensata solo da chi la relazione con il dialetto e con l’oralità ce l’ha”. Sostiene anzi con forza la sua valenza: “mi fa venire in mente un altro grandissimo testo in cui il linguaggio del mondo rurale extraurbano ha una funzione provocatoria, mettendo in crisi la pretesa egemonica di capire tutto: Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain. È scritto in un linguaggio a cui devi affidarti, perché parla diverso da come parliamo noi. Nel romanzo di Velio ho avuto in certi momenti la stessa sensazione”.

    E certo mi conforta non poco l’altra affermazione di Portelli su questo tema: “Uno dei nodi dell’uso del dialetto in letteratura è lo scarto fra la lingua narrante e la lingua dialettale dei personaggi. Per cui l’uso del dialetto diventa in qualche modo o di colore locale o paternalismo. Qui invece è un lessico locale, è lingua!”.

    Molti poi, a partire dallo stesso Portelli, si sono soffermati sugli scarti linguistici. Giorgio Luzzi: “una lingua terrorizzata e minata, un tentativo di sottrarre alla comunicazione il suo basamento funzionale, da un lato … e una lingua rivitalizzata, soccorsa, restituita nelle sue componenti a uno scenario di pariteticità e reciprocità, rifunzionalizzata nell’essere estesa ai limiti della rottura”. Mavì De Filippis: “il popolare, il lirico, il tecnico delle culture materiali ed anche il curiale e il cancelleresco … compresenti, fusi insieme secondo le esigenze narrative”.

    I panni della festa

    All’origine, in vero, c’è una domanda, una denuncia credo. Perché, mi chiede Ennio, questo silenzio del ‘mondo che conta’? Qui la parola o è brutale, o non è: la domanda ha senso, se giudichi che la risposta non è il difetto di valore dell’opera. In quanto responsabile di Domani, dovrei tacere. Tuttavia, come è un dato di fatto che sono stato agente di me stesso, così posso e anzi debbo provare a dare a me e ai lettori risposta di questo. I riscontri immediati delle brevi escursioni rasoterra, i frutti più ragionati che ne sono seguiti me ne autorizzano. Non parlo solo delle occasioni, le più belle, nelle scuole della mia città: gli studenti si sono avvicinati a un testo non facile, curiosi, intuitivi, spiazzanti. Ricordo in particolare gli interventi affollati al mio liceo “Rosmini, raccolti in filmato nel sito: i ragazzi e le ragazze, i colleghi Angeletti, Benigni, Bongini, Pane, Peri… Ma intendo anche le vive discussioni con Ennio Abate e Massimo Parizzi alla milanese “Utopia”; il biglietto di Maria Jatosti, quello del tutto inatteso di Bàrberi Squarotti; le quasi 5mila visite alle due letture di un grande attore, Alessandro Rossi, di bellezza superba.

    Provo dunque ad articolare il “perché” di Ennio: un tipo di romanzo come Domani trent’anni fa sarebbe stato accolto dal medesimo silenzio degli ‘stati maggiori’ della cultura? Se la risposta fosse “no”, che cosa è nel frattempo cambiato? Non credo di essere lontano dal vero, se cerco la spiegazione in due fatti di ordine generale. Il primo, per precedenza logica e storica, è il dominio divenuto indiscusso e universale dell’“utile”, aspetto mondano di un dio per niente absconditus: il profitto. L’individualismo proprietario del finanzcapitalismo, disarticolando il tessuto sociale, ha liberato vorticosamente la catalizzazione delle élite: economiche, politiche, culturali. La lunga restaurazione della società verticale, che vediamo perseguita con tenacia in campo istituzionale e politico, è in realtà un processo che si dispiega sull’insieme della vita sociale.

    Il secondo fatto è la scomparsa dell’intellettuale. Non perché la sua funzione – secondo il sogno d’una breve stagione - sia stata presa da un sapere e da un agire collettivi, ma perché l’esperto e il superesperto delle élite hanno ceduto quella funzione - che era di discussione pubblica sui fini e sui valori - all’agire ‘naturale’, istintivo di chi paga le loro prebende e che il movimento mondiale di qualche tempo fa ha indicato con l’espressione 1%. Chi volesse studiare i meccanismi severamente selettivi che presiedono all’operare e alla riproduzione delle élite, può andare a rileggersi Pareto e meglio ancora Gramsci.

    All’autore, convinto che le ragioni che lo spingono al tavolo di lavoro sono insieme quelle della sua carne e di una parte tanto più grande della sua minuscola vicenda, risuona ogni tanto il monito di quello della Ginestra: “oblio / preme chi troppo all’età propria increbbe”. Eppure, di fronte alla ferita incomponibile, ogni volta rampolla il non è vero della pagina scritta.

     

    Tommaso Di Francesco, Alessandro Portelli, Donatello Santarone

     

    La difficoltà sempre incontrata nel passaggio dall’oralità alla scrittura, tanto più forte se in presenza del discorso critico-argomentativo, alla fine mi è sembrata meno grave della mancata messa a disposizione del materiale. Così presento alcuni stralci, riorganizzati in una disposizione che mi è sembrata più fruibile per il lettore. Le trascrizioni derivano dalla presentazione di Domani avvenuta a Roma, al Museo della Memoria e della Storia, il giorno 3 novembre 2015. v.a.

                                                                Tommaso Di Francesco

                                                                                           (​Per Velio)

                                                                  Ecco, sbobini

                                                                  e l'automatico affetto

    ​                                                              con correlata voce

                                                                 forse non ci nuoce...

    Alessandro Portelli

    Il romanzo di Velio copre contemporaneamente una vastità spaziale e una focalizzazione profonda. Mostra uno straordinario senso dei luoghi e al tempo stesso una visione storica ampia, che è innanzitutto storia della consapevolezza, delle coscienze. È dunque una storia della “memoria”, del formarsi di un’identità e del divenir cittadini, attraverso una lunga fase plurigenerazionale. L’altra cosa che mi ha particolarmente affascinato è la relazione profonda di Velio con il mondo narrato, descritto da dentro. Una condizione che traspare ad ogni riga.

    Si tratta di un romanzo carico d’intenzione politica e sociale, che rimane tuttavia romanzo. Infatti, se in questo genere di narrativa i personaggi rischiano spesso di diventare mere allegorie - il latifondista, il contadino, il compagno, ecc. - qui Velio mostra la capacità di farne persone vere con contraddizioni e conflitti, con zone grigie, con spessore. E di nuovo ciò mi sembra frutto dal nascere il romanzo non da uno scarico ideologico, ma dalla terra e dalle persone che vi abitano. Fatto non frequente in questo nostro tempo, in cui molta letteratura è ripiegata su se stessa, svuotata di carne, di sangue, di muscoli, di sudore, di mani sporche di terra. Il romanzo di Velio è invece un buon antidoto.

    Tommaso Di Francesco

    Io parto da una provocazione: perché Velio ha scritto un romanzo? Io conosco Velio come poeta e l’approccio al romanzo è cosa assai diversa. Mi viene da dire che il romanzo per un poeta è un dono: un’offerta di sé, il tentativo di misurarsi con la cernita di parole responsabili. Non perché la poesia sia irresponsabile, ma perché essa risponde a una ragione diversa, molto più intima, connaturata alla soggettività. Così il romanzo di Velio è prima di tutto un dono, il misurarsi con un linguaggio responsabile, cioè legato alla trasmissibilità, al suo confrontarsi con la storia.

    Propongo poi una seconda provocazione. Noi siamo abituati a pensare che il romanzo di formazione appartenga all’infanzia dello scrittore. Il romanzo di formazione è il divenire dell’età adulta, nel modo con cui essa appartiene a ciascuno di noi. Qui invece prende forma una nuova, strana dimensione del romanzo di formazione: non l’infanzia individuale di ognuno, ma l’infanzia della storia. Questo il lettore scopre essere l’infanzia contadina, il divenire comunità contadina descritti nelle pagine. Vi scopre la radice della nostra formazione, anzi del nostro linguaggio: l’etimo fondamentale della nostra civiltà urbana, dei nostri sentimenti si rivela contadino.

    Come diceva Alessandro, questo non è un tranquillo romanzo ideologico. Ne sono usciti alcuni vari, in questa stagione: questi ultimi cercano d’inserire la vicenda personale nella storia, costruendo un parallelo ideologico. Qui avviene il contrario. La storia s’incarna nei personaggi inconsapevoli del futuro sviluppo della vicenda e si fa umana, senza forzature di rimandi letterari o biografici. L’evento insurrezionale e il documento prefettizio interagiscono, acquistando la forza del rinvio alla contemporaneità.

    Concludo dicendo che, infine, è un romanzo d’amore. C’è un incantamento nelle figure di alcune donne che trovo straordinario, come nella pagina che a proposito di Vivienne parla del “profumo di semola appena macinata”. È una grande attenzione d’amore.

    Donatello Santarone

    Nel romanzo è presente una dimensione sanguigna, una materialità rara in tanta narrativa contemporanea italiana. Presente invece in altre narrative. La lettura mi ha evocato subito un autore mozambicano, da me molto amato: Mia Couto. Velio ha una capacità fortissima d’intrecciare i destini individuali con i destini generali, di parlare di Nunziatina, di Petra, di Sara e insieme di una comunità intera, nella sua dimensione collettiva, senza per questo perderne la specificità. E un altro elemento è da sottolineare. Quando Velio ha letto la dichiarazione di Giovanni a Sara, alle parole del giovane - “mi vuoi sposare?” - non segue un dialogo tipo “Sì, saremo felici, che meraviglia”… No, subito si viene a parlare del cacio, del maiale da salare, della zia che richiama alla cena… immediatamente sei ricondotto, sempre, alla dimensione materiale concreta. Questo elemento è stato per me subito una sorpresa.

    Domani è la storia di una violenza, di una ferita profonda che il mondo contadino da millenni ha subito dalle classi dominanti. E quanto si descrive è il fatto che per la prima volta nella storia umana questi contadini reagiscono attraverso la lotta collettiva e la presa di coscienza grazie alla diffusione del socialismo. Qui i contadini occupano le terre con un progetto politico, non semplicemente distruggendo i registri parrocchiali. Occupano le terre perché vogliono mettere in comune il frutto del loro lavoro. Si organizzano, fondano le leghe e lottano fino a che di nuovo la ferita tremenda del fascismo non li piega. Mi ha molto colpito questa parte: una spietata rappresentazione della ferocia classista del fascismo, che viene allo scoperto nella sua autentica vocazione di braccio armato degli agrari.

    Aggiungo due cose. Velio ricostruisce la questione delle terre con grande attenzione storica. Si tratta di eventi avvenuti in tante parti d’Italia e d’Europa. Mi riferisco in particolare agli usi civici. È una parte meravigliosa. I contadini tentano di resistere al tritacarne del capitalismo agrario che progressivamente privatizza le terre demaniali. È il fenomeno delle enclosures, delle recinzioni che avvengono anche da noi, in particolare dopo l’unità d’Italia con le politiche liberiste. Qui la grande storia ha immediato riscontro nella piccola storia di milioni di contadini che perdono la piccola gratuità non mercantile nell’accesso ai beni, che oggi chiamiamo “beni comuni” e che vengono invece espropriati. Ecco, qui c’è la storia di un’espropriazione, quella medesima delle straordinarie pagine del ventiquattresimo capitolo del Capitale di Marx.

    Nel romanzo ci sono momenti di idillio - non dobbiamo aver paura di usare la parola - ma la cosa straordinaria è che l’idillio viene continuamente rotto e interrotto. Descrizioni straordinarie dei paesaggi, del lavoro dei campi ricondotte presto ora alla loro durezza, ora alla loro violenza, ora alla loro fatica.

    LA LINGUA.

    Alessandro Portelli. Un elemento che mi ha particolarmente colpito è la materialità del linguaggio, non solo nelle voci dei personaggi, ma anche in quella narrante – operazione assai difficile da fare. Non c’è il dialetto e non c’è il tentativo di imitare l’oralità, ma tu ti accorgi che è una lingua che può essere pensata solo da chi la relazione con il dialetto e con l’oralità ce l’ha, perché c’è vissuto dentro. Non solo. È presente anche l’abilità di giocare sugli scarti linguistici. A un certo momento incontriamo il Governo del Granducato “che si gloria di essere posto a guardia di un popolo sì civile per antichissime virtù da offrire al consorzio” ecc. ex abrupto confrontato con la concretezza quotidiana: “don Isacco si avvicinò a babbo –a babbo e non a papà o padre! – con il fazzoletto si asciugava il sudore del collo”.

    Tommaso Di Francesco. La vera provocazione di Velio è il linguaggio usato. Come sarebbe possibile rendere altrimenti la sensazione della terra, la sua misura, che è misura della fatica e dello sfruttamento del lavoro umano, se non con una lingua rimasta ai margini, ossia quella della ritualità, dei processi lavorativi della terra? Mi riferisco a gesti assolutamente marginali come a una certa forma di raccolta delle olive o di macellazione del bue lì descritte, gesti e riti che sono alla base di tutta l’alimentazione contemporanea, ma di cui abbiamo perso memoria. Per questo la vera funzione di Velio è quella narrata da lui medesimo, quella dello Storiaio.

    L’aspetto fondamentale di questo romanzo l’ho trovato nelle parole che potremmo dire desuete, che irrompono con una forza sconosciuta, irriproponibile in un sms o in un Twitt. Questo rompe il meccanismo della comunicazione. Ricordo un dissenso con Donatello, che proponeva di corredare il romanzo con un Glossario. Io invece penso che queste parole meno note giocano la loro virtù nel presente.

    Alessandro Portelli. A proposito del discorso del Glossario. Soltanto chi c’è dentro sa che odore e che tatto ha la semola appena macinata, perché noi non lo sappiamo. Le parole desuete, che sono poi i termini tecnici di questo mondo, hanno per me l’effetto seguente. C’è una raccolta di racconti di una delle mie scrittrici preferite, Grace Paley, che s’intitola L’importanza di non capire tutto. Ogni tanto trovi qualche parola che non capisci. Talvolta cerchi di capirla dal contesto, ma non sempre la becchi. In questo caso, l’odore della semola appena macinata non c’è contesto che te lo possa dare. Oppure ci stai: te lo devi immaginare. Questo mi fa venire in mente un altro grandissimo testo in cui il linguaggio del mondo rurale extraurbano ha una funzione provocatoria, mettendo in crisi la pretesa egemonica di capire tutto: Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain. È scritto in un linguaggio a cui devi affidarti, perché parla diverso da come parliamo noi. Nel romanzo di Velio ho avuto in certi momenti la stessa sensazione di chiedermi: questo che vuol dire? Oppure, questo gesto come si fa? Questo odore, questo sapore, come sono? Beh, come diceva la mia nonna siciliana: o sapeddu! Lui lo sa, io no. E questo mi aiuta a capire che la mia cultura, il mio mondo non comprende tutto. Ci insegna il senso del limite.

    Donatello Santarone. Io suggerivo di fare il Glossario, ma forse ha ragione Alessandro a dire che le cose puoi anche non saperle, puoi rimanere con il gusto di scrivere o telefonare all’autore, o di andare in quei posti per impararle. Ma il numero delle parole è impressionante: le bullette, la piccaia, giocare alla botta, ranzagnolo, gorate, mandriolo… ci sono centinaia di termini tecnici. Ci sono anche - qui mi permetto di dissentire, Alessandro –termini fortemente e volutamente dialettali. Se per dialettale intendiamo il lessico di quello specifico territorio. È una specie di rotten italian, di italiano sporco che caratterizza il romanzo, una narrazione in cui si intrecciano registri linguistici molto diversi. C’è l’italiano colto, il curiale del vescovo, il burocratico, il prefettizio, c’è l’italiano della consapevolezza politica.

    Alessandro Portelli. Io vorrei aggiungere una cosa sulla questione del dialetto. Uno dei nodi dell’uso del dialetto in letteratura è lo scarto fra la lingua narrante e la lingua dialettale dei personaggi. Per cui l’uso del dialetto diventa in qualche modo o di colore locale o paternalismo. Qui invece è un lessico locale, è lingua! È la lingua italiana come si parla lì. Cioè non c’è un dislivello linguistico che tu connoti come subalterno. Un altro elemento che fortunatamente manca è il tentativo, quasi sempre patetico, di rendere il suono del dialetto. A me viene in mente Toni Morrison, che riesce a scriverti un libro in cui non c’è nessun tentativo di riprodurre il suono del linguaggio afroamericano, ma tuttavia è lì. Per cogliere la qualità linguistica di questa comunità non hai un mimetismo, ma un assorbimento. È il ritmo del testo che ti accompagna nel ritmo di questo linguaggio. In questo senso dico che qui non c’è dialetto. Se poi noi definiamo dialetto un linguaggio connotato con un luogo, allora c’è. Però non nella misura tale da determinare un dislivello fra il linguaggio del testo e il linguaggio colto. Semmai è proprio l’astrattezza, la vuotezza dei registri ufficiali che costituiscono il dialetto, le lingue povere. Mentre il linguaggio di questi contadini è una lingua ricchissima. Sono contadini che sanno Dante a memoria…

    IL TEMPO

    Alessandro Portelli.Trovo carica d’implicazioni la scelta di un titolo come Domani, nel senso che in un romanzo ricchissimo di passato come questo, risulta ben chiaro che il tempo si muove, che la storia va avanti. È un libro carico di passato che però non guarda indietro, in cui tutto ciò che è stato costruito nel tempo, le lotte, gli scontri, le contraddizioni è costruzione per il futuro.

    Tommaso Di Francesco. È un romanzo che si misura con la storia, anzi con il tempo. Qualsiasi altro titolo, plausibile, non avrebbe indicato la temporalità, come fa invece la parola Domani. Questa accentuazione sul tempo è appunto il dono del poeta. Mi è venuto in mente un narratore russo, Varlam Tichonovič Šalamov, che ha scritto I racconti di Kolyma, narrando dei gulag ben prima di altri. Sono racconti straordinari, dove l’autore prova a spiegare che cos’erano i comunisti del 1928-29, uomini e donne giovani di 32-33 anni, che avevano compiuto la rottura bolscevica. Noi, dice, sentivamo la barra del tempo. Sentivano, quei giovani, sulla loro pelle, nella quotidianità degli affetti, che era possibile spostare il tempo, che era possibile alzare la barra del tempo per spostarne il senso. Il romanzo di Velio si misura con la medesima necessità di “sentire la barra del tempo”. Se ci si pensa, è abbastanza incredibile la periodizzazione di questo romanzo. L’arco temporale che va dal 1797 al 1944 è un’epoca così vasta di lotte di classe, di insurrezioni fallite, di rivolte, di rivoluzioni – ogni cosa è diversa dall’altra – che trova il suo senso solo come messa in atto del tentativo di misurarsi con lo spostamento della barra del tempo, ossia con la consapevolezza del tempo, con la presa di coscienza del tempo.

    Aggiungo che il titolo mi sembra assolutamente provocatorio, perché nell’aver voluto intitolarlo Domani s’insedia la speranza di un altro futuro. La realtà che il romanzo descrive fa maturare una coscienza che non sappiamo bene come è diventata nell’oggi, ma è sicuro – dice il romanzo al suo lettore - che questo oggi non ha domani.

    3 dicembre 2015

    Andrea Nuti, Il romanzo dell'assenza

    Rasserenato dal piacere con cui Velio ha accompagnato questa sua creatura in questa ultima annata e dall’evidente curiosità e apertura che egli ha mostrato e continua a mostrare rispetto alle reazioni che il romanzo riesce a suscitare, provo anche io  ad esprimere le mie emozioni e riflessioni dopo la lettura di Domani.  Siamo davanti ad un libro importante, un grande romanzo, una straordinaria epopea contadina fra ‘800 e ‘900.  Non è semplice farne una sintesi, per quanto non impossibile, perché la struttura è volutamente frammentata e gli eventi si muovono (uso parole del nostro comune collega Roberto Bongini) come una sorta di fiume carsico che si immerge, per poi risalire e nuovamente inabissarsi. L’arco temporale è quello che occupa tutto l’'800 e va fino alla  seconda guerra mondiale, anche se mi sembra che la maggior parte degli accadimenti si concentri a cavallo fra i due secoli. Narra le vicende in particolare di due famiglie contadine della bassa Toscana dei paesi di Paiese e Petra nel loro confondersi con la grande storia. Gli eventi personali e familiari vengono ad intrecciarsi con le vicende collettive e l'obiettivo, che mi sembra evidente, di Velio è di amalgamare i due piani provando a ricercare un punto di convergenza tra storia quotidiana e macrostoria. Le coordinate storiche non sono dichiarate, anche se risultano oggettivamente fondate; per esempio c’è la prima guerra mondiale, c’è il fascismo, ci sono le guerre d’Africa, così come la seconda rivoluzione industriale, ma tutto questo emerge solo dalle vite  dei protagonisti. Quattro temi mi sono apparsi più significativi: dei primi tre già qualcuno ha detto o scritto, non invece, almeno mi sembra, dell’ultimo. Questi temi sono: il tempo, i semplici dannati della terra, il linguaggio, la decostruzione dell’io narrante che si lega al tema della mancanza e del desiderio.

    IL TEMPO. Un romanzo che si intitola Domani e che parla del passato vuole evidentemente stimolare una riflessione sul tempo.  Dal romanzo emerge una sorta di invito su più livelli di diversa complessità: il primo e forse più semplice è un invito a “prendere tempo”, ” dedicare tempo”, sfuggire ai ritmi frenetici della nostra quotidianità. In effetti la fruizione non è semplice o immediata, richiede una lettura lenta e direi artigianale, un ruminare, che cerca di ricostruire e riorganizzare i vari rimandi dell’autore. Eppure esiste anche una fruizione più rapida in cui il lettore rinunciando alla precisa ricostruzione degli eventi si lascia trasportare dal ritmo del linguaggio dei contadini toscani, con passaggi di meraviglioso lirismo e si lascia immergere nel tempo lento dei vissuti della comunità ottocentesca. Anche questo tipo di lettura permette di avvicinarsi al senso emotivo dell’epopea dei vinti. Colgo un secondo invito ad assumere su se stessi la fatica della complessità del tempo storico. Viviamo oggi più che mai nel tempo dell’evidenza, dell’immediato, perdendo così la dimensione della lettura globale e complessiva degli eventi. Tuttavia il tentativo di appropriarsi della complessità è un tentativo che non ha un esito felice, tale per cui possiamo dire che la storia è maestra di vita o che esiste un’ implicita razionalità nella storia; detto questo, però, non possiamo nemmeno rinunciare al tentativo di ricostruire orizzonti di senso principalmente emotivi ed esistenziali.

    TEMPO  E  LINGUAGGIO. Per quanto quindi la percezione iniziale sia quella di un tempo frammentato, (Ennio Abate ha scritto di un effetto zapping) esiste però un’organicità del romanzo e questa organicità è data dal movimento stesso della vita delle comunità narrate, che a sua volta emerge dal linguaggio. La trama linguistica, dei suoni, delle voci genera la comunità. E’ come se la struttura simbolica venisse ancora prima dei personaggi che essa stessa accoglie; questo campo linguistico dinamico è il vero soggetto e protagonista del romanzo, la gabbia che permette l’espressione creativa. La cura antropologica, storiografica permette un uso del linguaggio che si muove in modo mirabile fra più registri: da quello epico, a quello lirico (bellissimo il ritorno di Bracala a pag.183), fino a quello tecnico nella riproduzione delle fasi di lavoro, passando talvolta per quello  burocratico e giuridico. Un lessico nel quale, dopo le prime fatiche, iniziamo a riconoscerci, senza che mai vi sia una caduta nel rischio grottesco del vernacolo. Nella ricostruzione di questa trama linguistica l’esercizio da equilibrista di Velio è davvero da grande scrittore.

    LA COMUNITA’ DEI SEMPLICI . La coralità delle due comunità contadine domina l’intero romanzo, ma possiamo evidenziare sullo sfondo di volta in volta alcuni personaggi o situazioni.  Nunziatina e il freddo della scuola, l’uccisione del vitello, la raccolta delle olive e il fango (tanto fango, insieme alla pioggia), la nascita della Cooperatva 1° Aprile, Giovanni l’uomo buono dei Mosè dai molti figli e Sara sua moglie, Turchetta che ravviva la gente di Petra, Nunziata la donna esperta e forte, la bella Lea dai capelli rossi, Bracala il mignattaio “che chissà che terra lo regge”, Don Liberio il prete stretto fra la morsa dei potenti e l’anelito alla giustizia sociale, Sergio, forte, rivoluzionario, strenuo difensore dell’azione collettiva. I personaggi talvolta sono descritti, ma, più spesso,  emergono dall’azione e dai dialoghi che, in genere, sono piuttosto brevi ed essenziali. Lo sguardo non è mai retorico, eppure come non cogliere la partecipazione profondissima, viscerale con questo mondo; concordo con Tiziana Peri quando scrive che è un lavoro di difesa della dignità umana, della forza e del coraggio. Dispiace moltissimo abbandonare questi personaggi alla fine del romanzo.

    LA MANCANZA . A me pare che il romanzo abbia una protagonista ulteriore, cioè l’ assenza. L’io narrante che ci guida non c’è, il domani per definizione non c’è, il passato c’è ma solo in quanto vissuto e non per questo rielaborato e comunque non come maestro, la storia è la storia dei vinti e dei poveri.  In questo predominio dell’assenza, della mancanza, della sconfitta trovo anche la mia domanda: cosa è il presente? Positivamente assenza che genera desiderio e quindi movimento o più malinconicamente assenza nel senso di consapevolezza dell’impossibilità della lotta e del cambiamento? Perché rievocare oggi in modo così alto e mirabile la storia delle nostre generazioni precedenti?

    Incontro a Casa Azul

    7 maggio 2015

    Giorgio Luzzi, Invito al Domani. Avvicinamento in quattro tempi

    Chi è Velio Abati

    Insegnante di lettere a Grosseto. Studioso in particolare del Novecento in letteratura con saggi, anche in volume, in particolare su Bianciardi, Zanzotto, Fortini. Già il senso profondo di questo primo triangolo di nomi è rivelatore di altrettanti aspetti della personalità di Velio: trovo molto interessante riflettere sulle rispettive identità anche simboliche, che rappresentano, rispettivamente, il radicamento nei luoghi, l’oltranza delle frontiere linguistiche del nostro secondo Novecento, il rigore frutto del legame (di rado così profondamente realizzato) tra pensiero e produzione letteraria e loro interconnessioni o forme di dipendenza rispetto agli scenari del potere in un dato tempo storico. Il primo aspetto, quello che fa riferimento a Bianciardi, non sembra essere unicamente connesso al tributo offerto al protagonista più singolare che la località abbia fornito alla letteratura nazionale nel secondo Novecento; o per meglio dire, non è solo alla soglia evenemenziale di questa coincidenza che Abati pensa, bensì soprattutto a certa componente identitaria dello scrittore che non sarebbe pienamente comprensibile senza pensare a un nucleo di tradizioni e di attitudini anche molto forti e aspre, modellate dallo scrittore stesso su uno schema storico-sociale dei rapporti con il potere, punte di anarchismo individualmente organizzato e “nobile”, altro aspro e alto volto della lotta di classe. Quanto a Zanzotto, il suo alto lavoro dovette affascinare l’Abati giovane filologo, l’osservatore delle forme della comunicazione tout court, lo scrutatore dei limiti del possibile in quell’organismo vivente e epocale che è la lingua; e contemporaneamente come fosse possibile, nel grande e compianto amico poeta, sondare in profondità, scardinare, maltrattare, l’adorata lingua nostra, in una direzione a ben vedere del tutto opposta rispetto al movente aggressivo, dissipatorio, provocatorio che ha guidato i leaders della nuova avanguardia degli anni Sessanta. A postazioni intenzionate di tipo opposto corrispondono, per Velio, effetti e benefici anche sociali completamente diversi: una lingua terrorizzata e minata, un tentativo di sottrarre alla comunicazione il suo basamento funzionale, da un lato (questa la posizione implicitamente polemologica della nuova avanguardia); e una lingua rivitalizzata, soccorsa, restituita nelle sue componenti a uno scenario di pariteticità e reciprocità, rifunzionalizzata nell’essere estesa ai limiti della rottura. Credo che non sapremmo comprendere fino in fondo Abati narratore senza dover ricordare questa sua singolare predilezione, tanto più che non trovo davvero traccia di contaminazione alcuna tra l’autore di Domani e il poeta di Pieve di Soligo. E infine c’è Fortini, che scruta con imperiosità e assieme con soccorrevolezza da fratello maggiore sugli anni senesi di Velio, sul suo segmento anagrafico, critico e decisivo, dell’esperienza universitaria. Il Fortini che ci insegnò a cercare l’ustione del potere e delle sue dissimulate e occhiute finalità dietro ogni atto linguistico-letterario performativo. E dunque si potrebbe anche pensare che sulla formazione del romanzo, sulle fasi della sua costruzione architettonica e della sua scommessa polisemica, abbiano agito, quasi si trattasse di altrettante ombre virgiliane, rispettivamente: Bianciardi per lo scenario letteralmente figurativo e cinetico di azione-conflitto nella centralità delle classi sociali; Zanzotto per la potenziale, ma, si badi, rigorosamente latente, stratificata pluralità dei modelli performativi degli idiomi immessi nel panorama dell’opera; Fortini per il fondamento teorico della relazione tra l’intellettuale e la storia all’interno delle disparità di determinati livelli che non si dissolvano unicamente nel nobile scenario dell’utopia.

    Geografia e storia di Domani

    Vorrei anzitutto fare riferimento alla recensione di Donatello Santarone, e in particolare a quanto quest’ultimo osserva a proposito del titolo del romanzo. Proviamo anche a pensare, semmai qualcuno si ritenesse legittimato a giudicare come oziosa una attenzione considerata eccessiva alla semantica del titolo, proviamo a pensare, dicevo, a quanto, relativamente a questa componente della fenomenologia pubblica di un libro, osserva ripetutamente Genette in una delle sue opere più avvincenti e utili, Soglie – I dintorni del testo. L’originale francese è del 1987, la pressoché tempestiva traduzione einaudiana risale a due anni dopo. Oso pensare che chi volesse (che so, il tempo è lungo come l’aria e talvolta è anche galantuomo) intraprendere in futuro una tesi di laurea su Domani, troverebbe di certo un soccorso non piccolo tenendosi vicino sul tavolo questo incomparabile Genette. Che cosa personalmente penso di questo titolo? La risposta è che, così d’istinto, a pelle e a braccio, da scaltro scrutatore di libri e di invenzioni, secondo me si tratta di un tipico titolo double face: nel dire troppo intende non dire chiaro; nell’istituire il modello retorico della perentorietà apre il campo a una curiosità priva di risposte precise. Mi spiego. Ci sono, in questo titolo, uno scenario positivo e uno negativo: la prospettiva della speranza, interrogativa, ansiosa, fiduciante; la prospettiva della fatalità, della immobilità, della inconseguibilità. Ipotesi uno:“Domani, un giorno a venire, capiremo e forse saremo in salvo e giustizia ci sarà”. Ipotesi due: “Domani saremo tra coloro cui Shakespeare dovette pensare ponendosi all’opera per mettere giù la quinta scena del quinto atto del Macbeth: ‘Tomorrow, and tomorrow, and tomorrow / Creeps in this petty pace from day to day / To the last syllabe of recorded time [...]”. Domani, e domani, e domani, si insinua giorno per giorno col suo piccolo passo, fino all’ultima sillaba del tempo che ci è dato... Se dunque, come è stato detto ora non ricordo da chi, nel titolo è il destino di un libro, occorre ammettere che questa ambiguità radicale ci è stata messa lì dall’autore come la vera chiave di interpretazione della sua impresa narrativa. Proviamo a pensare di applicare queste brevi pieghe ermeneutiche a quel mondo dei vinti, ma non schiacciati, che il lavoro di Abati mette in scena: ebbene, io non credo, se ho letto bene, che l’autore abbia inteso rendere riconoscibile, sia pure nella più scaltra sottigliezza, qualcosa come un “principio speranza”, magari in riferimento al colossale (quanto del tutto improbabile nel nostro caso) percorso di Bloch. Quel “domani”, per concludere, mi sembra piuttosto il trisillabo della irreversibile preclusione che non lo spiraglio aperto su una promessa: in questo senso Domani significa che non esiste la possibilità di un oggi, di un presente, che sia riconoscibile come finalità e compimento.

    Struttura e senso

    In uno scritto dal titolo molto significativo L’orizzonte della totalità, Walter Lorenzoni propone a propria volta alcune considerazioni che definirei ineludibili per chi voglia cercare di istituire un rapporto di familiarità con questo libro tanto insolito quanto attraente. Insolito per il lavoro di ricognizione che gli sta alle spalle; attraente per le riflessioni sulla natura della temporalità e della memoria che questo affresco circolare impone di considerare. Lorenzoni parla dunque della “grande ampiezza documentaria” che sta dietro il testo. Poi osserva che la “molteplicità dei registri linguistici” ne costituisce il veicolo comunicativo. E poi ancora, enunciando la disposizione strutturale articolata su quattro parti, ci fa pensare alla legittimità che verrebbe accordata a una possibile lettura in chiave allegorica del romanzo: le quattro parti, come è noto a chi anche soltanto abbia curiosato con intelligenza dentro le soglie del folto libro, possono essere intese – ed è come si sa l’autore stesso che ci guida in questa direzione con le proprie algide nomenclature – come vere e proprie allegorie. E dunque - qui sono io che rifletto -  che cosa si intende, oggi, per allegoria? Credo si intenda quanto si è in un certo senso sempre inteso: il principio di un ordine nel percorso di conoscenza del mondo, la fondazione di una ipotesi pressoché universalistica della lettura della storia che si rappresenta come astrazione. Che cosa, per che cosa, una astrazione? È perché essa è possibile a storia avvenuta, cioè come conseguenza di una esperienza pratica: avendo la storia dimostrato che la distribuzione delle energie, positive e negative, che vengono immesse nei processi conflittuali epocali, tende a seguire un percorso quasi normativo, per così dire universalistico, ecco che sorge l’esigenza di classificare la natura universale di questi processi. Ma da che parte, da quale punto di vista, la codificazione delle forze viene proposta? Perché ciò avvenga, credo, sono necessarie due cose fondamentali: la distanza temporale e il punto di vista dell’operatore che in quel momento ci informa sulla storia umana. Via via, nella coscienza occidentale si è fatta luce una posizione valutativa che tende a considerare la natura della allegoria come metodo in senso non propriamente neutrale: essa è una astrazione, e come tale viene preceduta dal giudizio valutativo di carattere anche etico da parte di chi immette queste categorie. Esse sono, appunto, le proclamazioni propositive di un senso della storia adottato come edificio elementare e universale. In questo senso lo spirito dell’allegoria è tanto orizzontale quanto verticale: orizzontale nel suo essere frutto della corrente incessante del fiume degli eventi nella storia umana; verticale nell’innalzare su quel flusso poche e regolamentate indicazioni segnaletiche ben visibili a distanza. Abati è un dantista esperto e appassionato, e qui chi vuole intendere intenda. Allegoria è dunque il reale immesso in categorie astratte, limitate e determinate: la sproporzione tra la infinita molteplicità del reale e la relativa rigidità delle categorie allegoriche è dunque assai vistosa. In questo modo la funzione delle partiture allegoriche è da un lato quella di contenere la sovrabbondanza iterativa del sempre uguale, risucchiando il ribollente schema dell’indifferenziato (con il suo “tempo da orologi”) in poche e ben selezionate categorie ordinatrici. Il paradosso mi sembra essere il seguente: intervenire sul mondo che inesorabilmente si ripete, chiudendolo in poche classi, o vani di controllo, che chiudono ulteriormente, e a propria volta inesorabilmente, l’accesso a ipotesi di varietà del sempre uguale che il mondo propone e impone. Tutto ciò presupporrebbe che la vita fosse varia, ma che avesse proprio per questo bisogno di una salutare e severa lezione di buon ordinamento. Ma nel momento in cui prendiamo atto che la vita non è altro che ripetizione, quale potrebbe essere il compito della allegoria? Ordinare un incontenibile molteplice? O, all’opposto, attivare le varietà latenti dei fatti apparentemente uguali, stimolarne l’identità e la inesauribilità? Tra parentesi: come ha risolto, l’autore della “Commedia”, questo dilemma? Non c’è bisogno di dire come la penso, mi pare. Si procede dal concreto, dalle basi materiali dell’accadere, verso l’astrazione classificatoria, la convenzione gnoseologica e etica. In questo modo dentro l’accadere implacabile dell’uguale si immettono le tavole dei vizi e delle virtù, così che i piani di relazione tra i poteri, poteri e non-poteri, classi e non-classi ecc., diventano inesauribili e dotati di senso. Ecco dunque che contemporaneamente, definita una singola “stazione” allegorica (come è noto, Abati ce ne concede quattro in geometria simbolica: Ira, Virtù, Allegrezza, Sapienza. Quasi fossero, giocando sulle iniziali, quattro SAVI VASI…), avviene una sollecitazione imprevista che impone una ricognizione potenzialmente illimitata del “reale qual è”, o meglio del “reale come appare”. E qui sta, secondo me, il passaggio dalla fisica, o meglio dalla estetica (e qui, magari, ci sta anche la famosa “eterogenesi dei fini”), all’etica.

    Cronòtopo e racconto

    Tempo della vicenda è quel secolo e mezzo che va dalla occupazione di questa area della Toscana da parte del giovane (ma è mai stato vecchio, il tirannello?) Bonaparte, siamo nel 1797, alla immediata vigilia (1944) della Liberazione. Non alla Liberazione, bensì alla sua vigilia, in quella Italia centrale non ancora libera e non più fascista, terra di nessuno e di tutti, con quella Linea Gotica elastica e spinta verso nord nella pressione alleata contro i tedeschi in feroce fuga. Dentro questo immenso e flessibile campo di battaglia sono i luoghi dell’Amiata prescelti dal narratore. Il romanzo non ha protagonisti stabili, se non all’interno di ciascuna delle quattro partiture, e sono protagonisti mobili, appunto, che di necessità non sono in grado di comunicare tra loro. E numerosi, donne e uomini di ogni età, stretti in comunità di uguali o in opposizioni di diseguali di classi; e all’interno di ogni scenario si assiste al formarsi di situazioni di leadership, di uguali o diseguali appunto. Non è un caso che il romanzo sia stato costruito in forme e strutture in deliberata controtendenza rispetto al cliché della fruibilità dentro la filiera storia-consumo-intrattenimento-profitto, filiera che oggi, almeno in Italia, sta creando una miriade di anonimi, spesso improvvisati, comici o patetici, spessissimo irritanti, eredi di Manzoni e di Verga. Ma qui, nel nostro caso, non si tratta di un romanzo a trama, prevedibile e sorseggiabile. Non lo è affatto. E dunque? Dunque è una sorta di romanzo che ha come modello conduttore una ideale enciclopedia dei saperi, senza però porsi come intenzionalmente didascalico; al contrario, mi pare che questa severa impostazione intenzionale finisca poi, nella ricerca di un equilibrio in direzione del piacere del testo (ammirevole la sua disponibilità ad accedere ai più ampi spazi del nostro patrimonio linguistico), per essere assorbita dall’azione. L’azione è un elemento chiave in ogni forma di narra-azione. Quella enciclopedia dei saperi che guida l’agire narrativo-interattivo come una premessa sottintesa – e che si rifà implicitamente alla tipologia deontologica di un genere illustre – si trasforma in un campo di azioni, di comportamenti per lo più collettivi, di passioni, di valori e di disvalori. Ho avuto la precisa sensazione, leggendolo da privilegiato nella fase aurorale della sua messa a punto, che sia ben preciso, ben direzionato e intenzionato, il nucleo ideologico e parenetico che tutto assorbe e riassume: e si dovrebbe trattare della rappresentazione irriducibile delle differenze tra gli umani. Se gli umani sono differenti, se lo sono anche quando i ceti subalterni sanno vivere la vitalità e la felicità e la socialità in gradi più profondi rispetto ai ceti dominanti, qui però siamo certi che il lettore troverà, implicitamente o esplicitamente, smascherata la ipocrisia secondo la quale si vorrebbe fondare una linea di parità universalistica che ci dica che tutti siamo felici allo stesso modo. Qualunque sia il grado delle brevi pause di felicità dei poveri, sono le eternità della sofferenza e del dolore la piattaforma sulla quale la legittimità di dare senso e dignità al grande e incessante conflitto di classe si fonda con forza. Che Velio Abati abbia voluto evitare ogni verità manichea, preferendo rappresentare semmai l’altezza di certi aspetti della cultura dal basso, significa che egli ha inteso fondarsi su un principio animatore di una realtà in movimento, direi anche marxianamente in movimento. E il movimento, e non una improbabile apoteosi e nemmeno l’appagamento di eventuali ascese verso l’alto nelle classi, è la chiave di lettura che va al cuore dell’equilibrio di questo ampio, arduo, potente romanzo davvero fuori da ogni monotona o patetica subalternità ai commerci. Dentro ciascuna delle quattro tipologie allegoriche è allestita la rappresentazione del mondo come esso è, non dell’utopia. Pare che ormai quasi nessuno abbia più in mente una chiara idea del mondo come esso è: il mondo e la sua visione ci vengono imposti da chi ha interesse a trasferire sulle nostre coscienze e sui nostri portafogli una immagine redditizia per coloro che del mondo – parlando di mondo e intendendo società umane politicamente strutturate – sono i portavoce autorizzati e ben pagati. E chi vive e prospera di menzogna sarà ben disposto verso coloro che costruiscono modelli comunicativi sulla linea di quella forma di finzione che è la cosiddetta evasione. Romanzo di evasione? Preferisco di gran lunga questa avvincente opera-epopea di invasione che Velio Abati ci propone.

    30 ottobre 2014

    Rossano Astremo, Tanti libri da portare sotto l’ombrellone, “Nuovo Quotidiano di Puglia”, 17 agosto 2014.

    […] Il libro racconta più di un secolo di storia italiana, dilatando la sua narrazione in uno spazio temporale che va dal 1797 al 1944. Romanzo mondo che racconta le relazioni e le peripezie di due famiglie, aventi come sfondo la lotta per la terra, le trasformazioni del primo Novecento, le guerre, le rivolte risorgimentali ed europee, la Resistenza, le migrazioni, la religione che si intrecciano con i destini individuali dei personaggi. […]http://www.quotidianodipuglia.it/?p=print&id=850837

    Massimo Parizzi, Un Domani contro il destino

    Caro Velio,

    ho finito una decina di giorni fa, in contemporanea con una traduzione che m'ha tolto il respiro, di leggere Domani. Per quanto tempo mi ha accompagnato, quindi? Avendo iniziato a leggerlo la sera stessa della tua presentazione all'Utopia, tre mesi! È che, causa lavoro, ho potuto leggerlo quasi solo per qualche pagina la sera a letto, e che, fra il tornare su un brano per capire chi parlava, dove, quando, tornarci per correggere ipotesi iniziali su chi parlava ecc., e tornarci perché un brano era troppo bello per lasciarlo passare così velocemente, l'ho letto praticamente quasi tutto due volte. E, per di più, finirlo m'è dispiaciuto (be', relativamente, perché avevo anche voglia di leggere altro). Diciamo che mi sono trovato diviso fra il piacere di avere finito una lettura indubbiamente impegnativa e lunga e potere passare ad altro, e il dispiacere di avere "perso" quella compagnia (di persone e di parole). Tanto che provo costantemente lo stimolo a rileggerlo, ma resisto! Probabilmente lo farò, ma molto più avanti. Insomma, il tuo romanzo per me è bellissimo. Posso usare un parolone di cui non abuso certo (l'ho usato solo per un altro romanzo contemporaneo, di Marosia Castaldi)? È un capolavoro.

    Solo alla fine credo di avere capito il significato del titolo, Domani, che, per un romanzo che spazia fra metà Ottocento e il 1944 avevo preso, inizialmente, per una sorta di esortazione al lettore (tipo: attraverso questo passato, pensa al futuro) esterna al testo. No, non è un titolo esterno al testo, è come se ne fosse un altro capitolo condensato in una parola: assolutamente interno al testo proprio perché nel testo non c'è già, ne è, appunto, un altro capitolo. Come se avessi scritto: capitolo 5, "Domani", e poi pagine bianche (o anche capitolo 3, "Domani", pagine bianche, e poi capitolo 4, "L'Allegrezza"). Così mi è parso. E mi è parso perché il romanzo avrebbe potuto proseguire indeterminatamente, per 1000, 10.000, 100.000 pagine. Certo, il giustapporsi di tempi e luoghi diversi, il succedersi di passati a futuri senza indicazioni che orientino il lettore a ricostruire cronologie e distinguere luoghi (cosa che tuttavia almeno in parte si riesce faticosamente a fare) ne rende la lettura molto impegnativa. Ma l'impegno, mi sembra, è premiato, premiatissimo.

    Tralascio il contenuto in senso stretto: queste vite di tante persone che si "dipanano", per quanto a pezzetti cronologicamente e spazialmente mescolati, parlando di fatica, di faticosa costruzione di solidarietà, di eventi che le devastano ecc. Non è che non sia interessante: lo è anche molto, ma lo sarebbe stato anche se queste vite le avessi narrate in modo cronologicamente e spazialmente più "ordinato". Tralascio anche la scrittura: sempre esatta, mai banale, mai retorica, mai sentimentale.

    Quello su cui soprattutto continuo, anche adesso a lettura ultimata, a interrogarmi, è che cosa quella costruzione, quel giustapporsi di tempi e luoghi diversi e quel succedersi di passati a futuri, ha fatto più che detto a me lettore, e credo a tutti i lettori: in che posizione mi ha messo, da che prospettiva mi ha imposto di leggere quei racconti di vite e, quindi, anche che cosa mi ha detto di quelle vite e delle vite in generale. Su questo continuo a interrogarmi e rispondermi non mi è facile, ma anche in queste interrogazioni Domani continua a vivere "in me" e credo che continuerà a lungo. Perché so che mi ha messo in una posizione, in una prospettiva diversa da quella in cui mi mette la maggior parte dei romanzi e so che questa posizione e questa prospettiva sono significative. Ma si tratta di un sapere, una certezza, come dire?, di "sentimento", difficile da portare alla ragione e alla parola. Non succede di rado, d'altronde, che una certezza di "sentimento" (la parola non è proprio adeguata, ma non ne trovo di migliori) preceda una certezza di ragionamento.

    Forse, però, qualcosa posso già azzardarmi a dirmi e dirti. È qualcosa che ha a che fare con i destini: i destini di tutti quei personaggi e i destini comuni. Da un lato la costruzione del romanzo impedisce di leggere quei racconti di vite come narrazioni di "destini", nel senso di vite che si dipanano giungendo a un compimento, a una fine, che ne è il "destino". Nessuna di quelle vite, neanche di quelle dei morti, giunge a un compimento in questo senso. Alcuni personaggi che sembrano promettere tanto addirittura spariscono. Sto pensando per esempio a Fanny e al suo compagno Francesco, quelli che più si stavano avvicinando a noi cronologicamente, e anche per costumi e tipo di impegno politico, e di cui quindi ho aspettato sino alla fine con desiderio la ricomparsa, restando deluso. Ma è stata una buona delusione. Insomma, non ci sono "destini": per questo, credo, il romanzo s'intitola Domani, per questo mi ha dato l'impressione che potesse proseguire per 1000, 10.000, 100.000 pagine, e per questo, soprattutto, mi sono sentito come lettore (pur cittadino, del nord, e nel 2014) partecipe di quelle storie e in qualche modo chiamato in causa, fuori dal romanzo, dalla loro sospensione.

    Ma dall'altro lato la costruzione del romanzo fa, mi sembra, un "destino", un compimento, di ognuno dei momenti delle vite che racconta. Come se fossero "tranches de vie", ma senza avere dei "tranches de vie" l'immobilità e l'isolamento. "Tranches de vie" intrecciati, che compongono delle storie, le quali compongono una storia, la quale storia non finisce.

    Senti, Velio, mi fermo qui perché mi accorgo che altrimenti rischio di straparlare. Non ho ancora colto abbastanza "con la testa" quello che il tuo romanzo mi ha detto e "fatto". Grazie, davvero, per averlo scritto.

    6 luglio 2014

    Ennio Abate, Dieci appunti su Domani di Velio Abati

     

    Il testo qui riprodotto è pubblicato nel sito http://www.poliscritture.it/2014/05/01/dieci-appunti-su-domani-di-velio-abati/ , ove sono accolti altri commenti dei visitatori di Poliscritture.it

     

    1. Non sembri strano che al momento di scrivere su Domani io metta in primo piano le difficoltà incontrate nel leggere il romanzo di Velio Abati. Difficoltà innanzitutto nel mettere a fuoco i numerosi personaggi e le relazioni che corrono tra loro in vari tempi. Nell’individuarli quando si ripresentano pagine dopo. O nel capire chi sta parlando e a chi e di cosa. O nel connettere le sequenze in cui appaiono, che sono spesso righe-fotogrammi presto interrotte e sostituite da altre simili, che durano anch’esse poco o appena di più. Come in una sorta di flusso sincopato. Come se l’autore imponesse un continuo zapping.[1] Quanto, tuttavia, pur ho colto mi permette di non dubitare dell’importanza di questo romanzo, ma il disagio resta: è come se non riuscissi ad afferrarne la sostanza, a condividerne  l’ottica, a provare ancora quel sentimento corale e popolare che interamente lo impregna. Qualcosa in me, che pur vengo da esperienze generazionali - politiche e culturali - vicinissime a quelle di Abati, resistesse; e rendendo provvisorie, discutibili e forse fraternamente ostili le stesse cose che sto per dire.

    2. Mi sono chiesto: queste difficoltà sono dovute a miei pregiudizi o a un’arbitraria decisione del narratore, che avrebbe potuto evitarle o ridurle? Né l’una né l’altra cosa. La questione è più complicata. Credo, infatti, che esistano buone ragioni sia nelle reazioni mie (e di altri lettori) sia nelle scelte compiute dall’autore, che del resto tali difficoltà non ignora. Egli, però, ha scelto con convinzione questo modo di narrare. È lui stesso che vuole mettere in difficoltà il lettore. Non per sadismo ma per adesione precisa a una strategia narrativa,[2] di certo maturata da lungo tempo. Non siamo, dunque, di fronte a un lascito passivo o scolastico della lezione fortiniana,[3] pur presente in tutto il romanzo, ma a una coerente visione del mondo e soprattutto a una reazione (da  valutare con attenzione) di fronte a alla sconfitta epocale e generazionale delle speranze di emancipazione (o addirittura di rivoluzione) affacciatesi in Italia negli anni ’60-’70.

    3. Nell’avvertenza Al lettore, che introduce al romanzo, Abati pare giustificare la forma che ha dato al romanzo (o che il romanzo ha preso, perché non tutto lo scrittore riesce a tenere sotto controllo). Scrive infatti: «Il mondo che vedi prender vita nelle pagine seguenti, oltre alla lingua e a una misura, ha generato anche il proprio ordine del tempo».[4] È come se dicesse – e bisogna credergli –che non ha potuto intervenire più di tanto come autore nel rappresentare quel tempo, quelle vicende, quei personaggi. E perché? Risponderei: perché scrive di tutto ciò in un oggi devastato, del tutto smemorato e che ha una sua intrinseca alterità e discontinuità rispetto al passato di modernità otto-novecentesca, che è centrale in Domani ed è a lui rimasto caro. Abati ha voluto marcare le distanze da questo presente anche nella forma, nel modo di narrare. Opera pure in lui, ma in via subordinata credo, l’antipatia (novecentesca) verso il “narratore onnisciente”, che – almeno secondo il cliché scolastico - guiderebbe per mano il lettore passo passo,  magari in modi didascalici asfissianti. Perciò la sua scelta di mettere il lettore in medias res, a cavarsela da solo, con un supporto minimo o quasi risibile da parte dell’autore.[5] E col rischio, a mio parere, di accentuare sia l’impressione dei lettori di avere a che fare con un reperto archeologico sia la contraddizione reale in cui di fatto si vengono a trovare – ripeto: non per colpa di Abati -  sia l’autore che i lettori.[6]

    4. Abati è drasticamente fedele alla materia umana (antropologica) di quel tempo che racconta e alla sua verità storica (chiara, conclusa e senza continuità con l’oggi). La sente fondamentale, anche se sa di poterla riproporre solo in un non certo domani e solo in forma artistica. E nella fatica dei cinque anni dedicati a documentarsi e a scrivere il romanzo si sente quanto si sia rafforzato il suo rispetto per quel mondo e per quelle vite reali di uomini, donne, vecchi, bambine e bambini. Né si può trascurare che quel mondo è stato amato dall’autore, perché in esso hanno radici la sua stessa biografia e la sua cultura. Non vedo nessun arbitrio soggettivistico nella sua adesione emotiva ad esso. A un livello più culturale azzarderei che un tale, preesistente atteggiamento sia stato rafforzato, se non proprio dalla lezione lukacciana, da quelle ottocentesche - manzoniana e verghiana – profondamente assorbite. E comprendo pienamente perché si sia vietato, come rivendica, le «intromissioni semplificatrici – una paroletta esterna, un rigo bianco»: altrimenti – sottolinea – si sarebbero innescati (da parte di quel mondo, intendo io) «rovinosi processi di rigetto», che avrebbero interferito nel rapporto costruttivo, emotivo e di scavo memoriale che lo scrittore stabilisce con la sua materia.

    5. Ci sono però – attori anch’essi, scomodi e mai trascurabili - i lettori. Mettendomi, sia pur criticamente, dalla loro parte (e perciò senza concedere nulla alle pigrizie più spicciole e immotivate, alla cecità coatta o all’ignoranza tronfia di sé), sono stato tentato di accusare Abati di aver sottovalutato le difficoltà che i lettori di Domani incontrano. Il narratore non ha forse doppia responsabilità: una verso la materia che lo agita e un’altra rispetto ai destinatari (impliciti o espliciti) della sua impresa narrativa? Su questo le ricerche di Jauss sull’importanza della ricezione di un’opera hanno confermato la mia convinzione, venutami anche dall’esperienza di insegnante, che bisogna rispettare i processi reali che avvengono nelle menti dei lettori reali. Che oggi, tra l’altro, vivono nelle dimensioni temporali e spaziali complesse della comunicazione globalizzata; hanno difficoltà a staccarsi dal ritmo convulso di un presente non solo massmediatico ma quotidiano e materialistico; e non possono permettersi le 3-4 riletture che Domani richiederebbe per “entrarci dentro” davvero. Né vedo nei lettori d’oggi soltanto vuoti di memoria storica o appiattimenti sul presente, come si ripete fin troppo spesso. Ci sono di sicuro queste limitazioni.  Eppure c’è – spero di non idealizzare - anche una domanda d’altro. E – non del tutto insana – anche una diffidenza verso il passato. (Nietzsche ai suoi tempi colse il problema, che non mi pare tuttora risolto). E poi dobbiamo dircelo: un certo passato è passato e non parla più. O parlerà ancora, forse ma solo in certe circostanze e a certe condizioni. A noi, nel ’68-’69, la Resistenza parlò. Come la Comune di Parigi parlò ai bolscevichi. Ma oggi è davvero possibile, tramite la lettura di libri anche ottimi, andare oltre i rituali delle troppe “giornate della memoria” imposte dall’alto? Riconosco, infine, che non sempre (e oggi in particolare) per uno scrittore sia possibile soddisfare la doppia responsabilità di cui ho detto. E anche Domani di Abati comprova quanto sia difficile trovare un archimedico punto intermedio equilibrato tra stare come scrittore addosso alla materia e mettersi nei panni dei lettori, che non l’hanno “macinata” e sono “distratti” (non sempre scioccamente). Il che rende lo scarto tra autore e lettori ancora più problematico e drammatico, una reale contraddizione.

    6. So che per Abati  quel passato, quel mondo, è così importante che non può perderlo. O se un po’ anche lui l’aveva perso, ha trovato in sé e nella storia della sua famiglia e dei suoi antenati la spinta ad intraprendere le indagini e gli studi preparatori del romanzo che gli hanno permesso di farlo riemergere.[7] Questa è stata la sua rispettabilissima scommessa pascaliana: piuttosto che azzittirsi o non parlarne più o non pensarci più, egli, convinto della sua importanza e grandezza di quelle vicende accadute in quel tempo, le ha voluto preservare per domani. Nella fiducia che, in un altro tempo oggi non definibile, qualcuno le recupererà, ne risentirà il vigore, il valore e, attraverso nuove indagini anche sulle tracce del suo romanzo, le ripenserà. Se si verificheranno certe circostanze e certe condizioni.

    7. Abati appartiene a una generazione che pare abbia avuto ancora un rapporto esistenziale e culturale forte con un certo mondo contadino, quello segnato dalla mezzadria tosco-maremmana e non del tutto stravolto dagli assalti più distruttivi dell’industrializzazione e poi della globalizzazione. Questo per dire che, a differenza di molti lettori del suo romanzo – in genere di generazioni venute su in ambienti urbanizzati o inurbatesi (e spesso nelle periferie metropolitane) e che hanno subito lo sfilacciarsi sia dei legami materiali sia di memoria con l’ambiente contadino[8] - Abati, attraverso gli strumenti dell’antropologia e della storia, si è giovato di profonde e ancora vive motivazioni per risalire agli albori di una storia cooperativistica, legata al mondo artigiano e non ancora operaio e industriale.[9] E lo dimostra l’accuratezza lessicale nella ricostruzione di quel mondo, mai freddamente erudita anche quando filologicamente meticolosa. Da qui, credo, il divario, l’attrito/resistenza, che io sto qui dichiarando e altri lettori pure mi pare abbiano saggiato. Mi riferisco non solo a chi ha rinunciato di fatto a entrare nel romanzo, [10] ma a vari lettori, i quali mi hanno dato l’impressione di aver assistito, tra il benevolo e l’ammirato (un po’ come è capitato a me), al corpo a corpo che l’autore  ha condotto con la propria memoria personale e con quella collettiva. Questo implica, secondo me, che i lettori hanno colto e trattenuto di Domani soprattutto dei frammenti – magari quelli “più belli” o “commoventi” o “strambi” (riguardanti ad esempio le figure  dello Storiaio o di Zia Concettina). Senza iattanza ma senza neppure colpevolizzarmi, dichiaro di essere pure io nella schiera dei lettori ai quali la struttura profonda (o la «totalità» o, più semplicemente, la trama complessiva) di Domani è sfuggita. Sembrano confermarlo le impressioni di lettura, che ho spulciato sul sito di Velio Abati: diversi si sono trovati nel mio stessa dilemma[11] e hanno imboccato la via dell’individuazione dei frammenti. Che in effetti più facile. Resta, dunque, irrisolto però il problema di cogliere l’insieme, il «livello della totalità», a cui Abati  giustamente tiene.

    8. Altrimenti questa «totalità» rischia di apparire addirittura posticcia o calata dall’esterno. Una certa intenzionalità ottimistica c’è nel titolo stesso del romanzo.[12] E su di esso, svelando il taglio etico e utopico di Domani Abati ha dichiarato in un’intervista:

    «il titolo è prima di tutto un omaggio al ricorso del Novecento ai titoli antifrastici: dalla Coscienza sveviana all’Allegria di Ungaretti, tanto per dire di due geodeti assai distanti. Un’antifrasi niente affatto frivola, perché sgorga da scaturigini profonde della modernità, allorché lo scrittore, opportunamente scaraventato dall’altare al bordello, ha misurato “come sa di sale” il pane, comprendendo che cosa sia l’impotenza, costretto a riconoscere la verità di se stesso e del proprio interlocutore: “hypocrite lecteur, - mon semblable – mon frère”. Al contempo però (illusoriamente?) il titolo Domani vuole sfuggire alla stretta cinica cui lo stato di cose presenti vorrebbe costringerlo, per cui, come il cristo sulla croce, si affida a un futuro possibile, certo sperato, non celeste, ma totalmente in mano al lettore futuro. Nel caso specifico, Domani prende vita sotto la spinta della presa d’atto della fine di un’epoca. Ho cominciato a progettare il romanzo nell’estate del 2007. Sebbene i profani come me non avessero chiaro d’essere sul crinale della più profonda e vasta crisi vissuta dal sistema economico-sociale del capitalismo, era comprensibile anche ai più duri d’orecchio che le spinta mondiale dei “trenta gloriosi” (cioè dai Cinquanta ai Settanta), da cui era sortita la più importante opera di civilizzazione, era rifluita in modo rovinoso e definitivo. Senza riparo è stata la responsabilità della mia generazione. Con una mescolanza venefica di insipienza, presunzione, cinismo e grettezza si è prima accodata al diluvio neoliberista, poi ha assecondato la rivincita dell’Italietta patetica e ributtante di sempre, che ci eravamo illusi d’aver seppellito: dei franza o spagna, dei pochetti e rivali, dei berluschi, dei renzi, dei u tratturu, dei qualunque berciatori da trivio, dei chiudi e scappa nei paradisi…».

    ( (http://www.poliscritture.it/vecchio_sito/index.php?option=com_content&view=article&id=338:giuseppe-muraca-intervista-a-velio-abati&catid=2:storia-adesso&Itemid=15)

    9. Se questo è il clima da cui è sorto il romanzo - di sconfitta epocale di una prospettiva di civiltà -, che spinge l’autore stesso a sottrarsi al presente, dobbiamo chiederci cosa comporti oggi volgersi al recupero di un passato contadino e di lotte preindustriali. Certo, Domani può essere giudicato «un manifesto a difesa della dignità umana, della forza e del coraggio»,[13] ma  possiamo trascurare l’astrattezza della rivendicazione di questi valori? Detto schiettamente, a me pare che il benjaminiano «balzo di tigre nel passato» senza un saldo aggancio al presente (da afferrare politicamente nel suo orrore storico-politico e non in astratto o con paraocchi etici), sia un’amputazione a cui ci si rassegni. Anche se non si insinuassero nella revisione o recupero del passato, che io pure ritengo indispensabile, la nostalgia o il vagheggiamento di una sorta di “età dell’oro” della modernità o delle lotte dei subordinati o persino una retorica della “sofferenza dignitosa”.[14] Lo dico senza approvare lo snobismo operaistico o post-operaistico che esalta esclusivamente i “punti alti” dello sviluppo presente, visibile, imponente: quello industriale o postindustriale che avrebbe cancellato, a causa della discontinuità storica coi passati preindustriali, qualsiasi ipotesi di recupero della totalità (umana). Per essere preciso: non accetto né il neofuturismo né il lotofagismo postmoderno. Eppure a me pare che Domani, nel sottintendere un messaggio “ecologista” di recupero del mondo contadino coi suoi valori “universali”, torca troppo il bastone dall’altra parte; e trascuri la contraddizione politica dello sviluppo ineguale del capitalismo (o dei capitalismi). O, se si vuole, con un linguaggio più tradizionale, del contrasto campagne-città, che si è tragicamente risolto a svantaggio delle classi contadine sia nelle esperienze capitalistiche occidentali sia nei tentativi di costruzione del socialismo in Urss o in Cina. E, dunque, questo inno a una classe (lavoratrice e non oziosa) scomparsa e sconfitta che orecchio in Domani, pur privo dei toni cinici del Gattopardo, a me ha fatto venire in mente una somiglianza con l’operazione inattuale di Tomasi di Lampedusa.

    Gli aspetti formali di Domani  richiederebbero un’analisi a parte che ora mi è impossibile fare. Mi limito a minimi accenni. Ho già detto dell’aspetto che più mi ha colpito e mi ha messo in difficoltà: la narrazione per frammenti, a zapping. Ma devo dire che in genere i vari frammenti contengono una narrazione lenta, pacata, distanziata, “classica”, quasi a contrastarne il ritmo veloce e sincopato che imprimono a quella generale. La pacatezza prevale soprattutto nei passi in cui Abati ci dà una visione idilliaca (es. p. 364) o romantica della natura e dell’umano insieme. Ad es. alle pagine 374 – 377, dove si narra la vicenda dei funerali, sotto una pioggia quasi  partecipe (c’è molta pioggia in questo romanzo!), di Zia Concettina con toni mesti da cristianesimo popolare. Altre volte, nei punti più drammatici, la narrazione si fa espressionisticamente convulsa ed ellittica (es. pag. 362). Mentre si distende in vivacissimi dialogati teatrali in tutta L’ALLEGREZZA. O s’appesantisce nel brani che documentano la visione dei dominatori in un linguaggio burocratico enfatico e ricercato (es. pag 284, 352, 354). Com’è stato  già notato, la struttura del romanzo in quattro parti (La Forza dell'Ira, La Virtù, L'Allegrezza, La Sapienza) sembra delineare «un crescendo che va dall'ira alla sapienza, un processo cognitivo»[15] o indicare «il prevalere, in quella specifica sezione, di un certo stato d'animo o di un particolare contegno morale».[16] A me, però, è parso di cogliere soprattutto una storia “velata” o spostata verso una dimensione antropologica e, più sottilmente, verso il mito. È per questo, forse, che «le coordinate storiche degli eventi […] non sono esplicitamente dichiarate»[17]. Certamente, come ricorda ancora Walter Lorenzoni, «dietro al testo c'è una grande ampiezza documentaria, che va dalla consultazione degli archivi parrocchiali, per una più precisa ricostruzione della storia delle due famiglie oggetto del romanzo, all'uso di documenti e lavori storiografici, al fine di meglio padroneggiare argomenti specifici di natura tecnica, all'impiego di fonti orali, attinte prevalentemente dall'ambito familiare, ma bisognose di attenti controlli e di verifiche incrociate». Eppure, se è in una «luce diversa» che il narratore immerge la storia, ipotizzerei che si tratti proprio della luce del mito. Contribuisce, secondo me, e quasi paradossalmente, la sua stessa attenzione acutissima – da antropologo – al linguaggio in tutta la sua gamma: «l'epico delle scene corali, il lirico dei momenti di ripiegamento interiore e di manifestazione della forza del vivente, il burocratico, il solenne, il tecnico-professionale e, infine, certamente prevalente, il popolare».[18] E in un’osservazione acuta di Giorgio Luzzi[19] a me pare di cogliere proprio una incertezza tra storia e antropologia, tra voler fare romanzo (possibile se esiste un «regista supervisore» con un punto di vista forte) e immergersi nella vita, nella quotidianità antropologica (la festa, ad esempio).

    10. Parlo dopo una prima lettura di Domani dell’amico Velio Abati. E da un’ottica che so particolare. Perché vengo come lui dalla storia di una generazione sconfitta e politicamente ormai dispersa. Condivido, dunque, la sua volontà di reagire al moro dello smarrimento. In parte, però, mi sento vicino al tentativo etico-letterario che sta alla base del suo romanzo e in parte me ne allontano soprattutto – lo dico apertamente – per insoddisfazione politica. Non è un atteggiamento di superbia, perché nella sconfitta, che oggi ci accomuna, non ho nulla di più o di meglio da proporre. Siamo entrambi, insieme ad altre minoranze, dei corpi estranei in quello che avrebbe dovuto essere il nostro Paese o addirittura la nostra patria. Ed entrambi – credo di poterlo dire – restiamo refrattari sia alle auto consolazioni, alle nostalgie, alle speranze generiche e sia all’antagonismo rancoroso o gridato che in questa crisi sembra quasi l’unica forma possibile di politica. E però – qui forse una sfumatura ci differenzia – a me una fedeltà etica a un progetto di emancipazione, una difesa fortiniana della nostra storia, delle nostre verità, che ha motivato e alimentato il progetto narrativo di Abati, pur se doverosa, mi pare oggi insufficiente. Del nostro comune e riconosciuto maestra, Franco Fortini, a me pare che Abati difenda oggi, con questo romanzo, le istanze luxemburghiane e soprattutto blochiane, smorzando in parte quelle leniniste-gramsciane-maoiste, mai da Fortini abbandonate. Questo leggo, in base alla mia storia, tra le righe del romanzo. È come se, non potendo più parlare direttamente dell’oggi (e all’oggi, e ai lettori presenti), ci si proponesse di puntare sul domani (da qui il titolo). È – ripeto – scommessa pasca liana, blochiana, fortiniana. Ancora da me condivisibile, a patto che non si accantonino i tanti dubbi che dovrebbero giustamente assillarci. Del tipo: Cosa si perde scommettendo in questo modo soprattutto etico? Cosa non si considera più del presente, che pure ci tormenta e in cui siamo costretti a stare? Quale raccordo si riesce a stabilire tra quel passato storico (che in Domani Abati cala nella forma classica del romanzo) e questo presente? Si può saltare dal passato al domani senza passare per il presente (per l’esodo nel presente, direi io)? Non credo che Abati ceda alla nostalgia, all’apologia dei bei tempi perduti e dei rapporti schietti e terrestri del mondo contadino o alla semplificazione mitizzante o al velamento elegiaco dei conflitti. (Eppure, certe tentazioni in tali direzioni in Domani non mancano, a voler essere rigorosi o forse spietati…). Come si fa a risarcire le vittime, se non si stabilisce un rapporto stretto con l’oggi? Non si rischia il culto catacombale delle minoranze? E si possono depositare le nostre speranze per domani ancora sul mondo contadino, dopo che abbiamo visto fallire anche l’ipotesi terzomondista, che sulle campagne faceva leva? Ci si può appellare ad un rapporto più umano con la terra, se enormi masse di popolazione sono sempre più catturate nella vita metropolitana?

    Note

    [1] Si veda a mo’ di esempio il cap. 3 della prima sezione (LA FORZA DELL’IRA) alle pagg. 19-25 in questa mia sintesi, nella quale segnalo anche i punti per me d’incerta interpretazione: Sergio è in prigione in un «edificio antico e tozzo» che aveva visto, da libero e dall’esterno, «quando gli capitava di andare a Paiese [?] (19). Viene interrogato, minacciato, invitato a collaborare alle indagini [quali?]. È accusato di aver avuto rapporti con dei rivoltosi (20). Si accenna a misurazioni di alcuni terreni. Stacco. Sergio pianta «per primo un paletto in cima al poggetto»  (20). Si accenna alla partecipazione di donne e bambini all’occupazione delle terre («i pochi terreni che l’incuria di guerra non aveva inselvatichiti» (21) destinate agli «usi civici fino a qualche anno indietro» (20). Raccolgono fascine e legna secca per asciugare gli abiti zuppi di pioggia. Si viene a sapere che Ildo è l’organizzatore dei lavori (21). Che l’occupazione riguarda «l’intera valle della Senna» (21). Che vi partecipano tutti gli abitanti di Petra («Petra era tutta lì»). Stacco.  Ancora nella prigione dov’è detenuto Sergio. Il brigadiere vuol ottenere «l’elenco della distribuzione delle terre». Stacco. Ancora sulle terre occupate. Pioggia e qualche schiarita. Scontro tra Carlo, che non vuole saperne di cooperative, e gli altri (21). Stacco. Ancora nella prigione. Ancora pressioni su Sergio (22). Stacco. Due carabinieri con il brigadiere e un certo Pinza [?] che vuole far sgomberare gli occupanti dalle «terre del marchese Ildibrandi» intervengono per interrompere l’azione degli occupanti (23). Ildo li contesta: i contadini stanno procedendo alla semina: vengono riferite [ a chi?] norme contrattuali in vigore (23-24). Il Pinza accusa gli occupanti di aver invaso anche i terreni di altri proprietari (Saint-Phalle, Stracci). Gli sputano in faccia (24). I carabinieri arrestano Sergio che non oppone resistenza (24). Stacco. Ancora nella cella della prigione. Mentre fuori piove. (25).

    [2] Lo sostiene Abati stesso quando polemizza con le tendenze d’oggi alla semplificazione di tipo massmediale: «I lettori - quelli dei quali ho fin ora avuto la fortuna di sentire le impressioni - effettivamente mi confermano la difficoltà del testo. Una lettrice, Claudia Angeletti, mi aiuta con sintesi efficace: “è bello perché è complesso ed è complesso perché è bello”. Le sono grato debitore, perché in una fase, come oramai da decenni la nostra, quando ogni forma di comunicazione assume la dominante dell’intrattenimento per cui l’estetico, così divenuto preminente, obbedisce alla regola ferrea dell’industria della comunicazione, che fa del semplice, del facile l’altra faccia del triviale, credo che la ginnastica mentale, emotiva possa costituire un esercizio utile».

    (http://www.poliscritture.it/vecchio_sito/index.php?option=com_content&view=article&id=338:giuseppe-muraca-intervista-a-velio-abati&catid=2:storia-adesso&Itemid=15)

    [3] Si veda Daniele Balicco, Non parlo a tutti. Franco Fortini intellettuale politico, manifesto libri, Roma 2006.

    [4] Tempo definito «ispido» e «persino sprezzante», ma che ha sua «intima necessità, di cause forse e di effetti» (Domani, p.5).

    [5] Sinceramente «la mappa di alcune genealogie» (p. 6) che egli ha fornito mi paiono di scarso aiuto (io almeno così l’ho trovate).

    [6] Nella presentazione a Milano di Domani  alla Libreria Utopia ho fatto notare ad Abati che tra “narratore onnisciente” che rifila al lettore una storia che fila liscia, con un capo e una coda e l’immissione in re del lettore (un “nuota tu, arrangiati”) ci potevano essere soluzioni intermedie. Ma riconosco che è un’obiezione in astratto e che non risolve uno scarto reale tra esperienza dell’autore e esperienza del lettore.

    [7] «Ho cominciato a lavorare effettivamente alla preparazione dei materiali per il romanzo nel gennaio del 2008. Erano lavori di scavo storiografico. La prima ipotesi – un Proposito che rivolgeva a pochissimi amici questioni preliminari di carattere linguistico – vedo dai miei archivi informatici essere datata 12 dicembre 2009. Non ricordo più se la coincidenza fosse stata voluta, ma la ricorrenza con la strage di piazza Fontana è certamente appropriata. La stesura è stata completata il 31 dicembre 2011». (intervista di Muraca).

    [8] Se penso al mio caso personale, devo dire che della vita contadina del Sud, tra l’altro abbastanza diversa da quella in Toscana, ho potuto trattenere solo residui di memoria infantile presto carbonizzatisi.

    [9] Qui andrebbero ricordate le ricerche storiche di Stefano Merli, ad esempio Proletario di fabbrica e capitalismo industriale, La Nuova Italia, Firenze 1973.

    [10] È il caso di uno di loro, Filippo Bologna che ha dichiarato senza peli sulla lingua: «Nonostante i miei volenterosi tentativi il manoscritto è risultato tetragono alla lettura, respingendo ogni mio assalto. Non so che dire, se dipenda dalla mancanza di ardimento del lettore, o dall'eroica resistenza del libro. Il tuo romanzo ha una tale densità e un ordito così fitto da risultarmi quasi impenetrabile. Mi fa venire in mente un sito archeologico sepolto tra i rovi, o la rievocazione in costume di una grande battaglia» (2 gennaio 2013, in http://velioabati.com/)

    [11] Alcuni tendono a fare elenchi dei temi che  afferrano. Ad esempio: «troviamo una estrema varietà di argomenti, ambientazioni, registri linguistici: lotte sociali e politiche, storie di amori e di tradimenti, l'ascesa e la decadenza delle famiglie dei protagonisti, battesimi, funerali, chiacchiere di paese che possono ricordare Verga, il diario di un curato di campagna decisamente più realistico di quello di Bernanos. (Natalino Pacca, http://velioabati.com/). Altri tentano sintesi che a me paiono comunque approssimative: «Le opere e i giorni dell'epopea corale e individuale di Abati prendono forma nelle scene della scuoletta rurale di Nunziatina, nei conflitti con i ricchi proprietari Ildibrandi e Stracci, nella costituzione della cooperativa 1° aprile, nella sconfitta contadina negli anni del fascismo, nella perdita degli usi civici, nel duro realismo delle descrizioni del lavoro agricolo (la macellazione della vacca, la raccolta delle olive), della malaria, dei debiti, nella felicità delle feste e degli amori, nella figura vivida dello Storiaio» (Santarone, http://velioabati.com/). Altri ancora fanno notare quanto sia eccessivo «il brulicare di personaggi, attori della coralità, certo, ma anche troppo numerosi per poter essere agganciati all’economia mnemonica della fruizione.» (Giorgio Luzzi, http://velioabati.com/).

    [12] Mi è ben presente il limite di una lettura “per frammenti”. Anche perché mi viene in mente l’errore cui furono indotti, con l’avallo di un’autorità come Benedetto Croce, i lettori borghesi (e poi piccolo borghesi arrivati alla scuola pubblica) della Commedia di Dante.

    [13] Tiziana Peri, http://velioabati.com/

    [14] Che mi pare di cogliere in questi due commenti: - «un affresco di vita fatta di sofferenza, sudore e sangue, dove però rimane intatta la dignità e i valori umani che la sostengono» (filorosso, http://velioabati.com/ ); - «una comunità potente, viva, sanguigna, sofferente, fatta di uomini e donne con le loro storie e le loro individualità da cui emergono la fierezza e la dignità dei vinti» (Santarone, http://velioabati.com/ ).

    [15] Mavì De Filippis, http://velioabati.com/

    [16] Walter Lorenzoni,  http://velioabati.com/

    [17] Walter Lorenzoni,  http://velioabati.com/

    [18] Walter Lorenzoni,  http://velioabati.com/

    [19] «Chi governa il punto di vista? Quale lingua adotta il narratore onnisciente? Non mi è ben chiaro se è la lingua della sua gente o quella del regista supervisore; direi che si tratta della prima, ma questa mi sembra appunto una contraddizione. Il narratore vive oggi e non si separa dal linguaggio parlato nel mondo messo in scena: un dialetto abbastanza accessibile è dunque la sostanza linguistica del romanzo?» (http://velioabati.com/ ).

    aprile 2014 – 1 maggio 2014


    Giorgio Bàrberi Squarotti

    Caro Abati,

    il Suo romanzo è vigoroso, compatto, rigoroso per efficace scrittura: racconta la verità eterna della natura, dei paesi, dei campi, degli abitanti che lì lavorano, soffrono, amano, giocano, vincendo così il tempo e la storia. E' un'opera davvero preziosa ed esemplare nella ricchezza fervida dei personaggi tutti felicemente delineati.

    E' stata una lettura molto suasiva. Con i più vivi auguri e saluti,

    Giorgio Bàrberi Squarotti

    Torino, 16 marzo 2014

    Roberto Bongini, Tempo fisico e tempo organico. La musica modale di Domani

    Nel romanzo di Velio il disorientamento temporale, avvertito dal lettore, mi sembra analogo a quello generato dalla musica modale e da certe opere tonali (per esempio, la n.109 di Beethoven). Da esse emerge un insolito fenomeno percettivo: il pezzo comincia con il normale fluire del silenzio-suono, ma l'esperienza del silenzio che precede il suono è come cancellata dalla memoria, come succede entrando in ritardo in una sala da concerto. Però, nel nostro caso, la certezza della presenza fin dall'inizio dell'esecuzione è assoluta. Il tempo fisico col quale si quantifica il mero accadere del fenomeno sonoro è lo stesso dell'evento pubblico (il concerto come fatto empirico), tuttavia esso sembra obbedire a una trama grammaticale diversa da quella in cui si struttura il tempo interno di quel brano musicale. Nel tempo interno gli avverbi "prima" e "poi" mostrano la loro insufficienza, i loro limiti, la loro opacità categoriale. In Domani (d'altronde anche il titolo costringe nella direzione dell'essere gettati nel farsi continuo del mondo) il dipanarsi della norrazione si manifesta in episodi che emergono improvvisi e s'inabissano veloci in un flusso carsico, come frammenti tematici di una melodia che non trova riposo. E' l'effetto che una musica modale provoca ad un orecchio educato al modello tonale. L'aspettativa inappagata della tonica genera l'illusione che lo sviluppo armonico che intreccia, secondo la sintassi tonale, i flussi melodici della matassa sonora, sia una procrastinazione della conclusione, un aleggiare sospeso. Le dissonanze temporali ricevono senso proprio dal contorcersi della linearità e da cio, dialetticamente, lo rilascano, generando figure che, come la melodia in una variazione modale, si danno concentriche intorno all'origine che ogni volta procede dal futuro del loro svolgersi.

    Così in Domani la grammatica che agita le vicende nel tempo organico dell'esistenza, come la trama su cui è ricamato l'arabesco dell'affaccendarsi dell'uomo, diventa la forza segreta dello sviluppo delle variazioni tra natura, vita e storia.

    5 aprile 2014

    Claudia Angeletti, Una ricerca di senso alle vite di tutti noi

    Domani, è un libro bello e complesso, complesso perché bello. Di quella complessità che non si lascia ridurre a facili schemi o interpretazioni. Perché è la complessità stessa della vita che vuol rappresentare. E la vita di ciascuno, dei tanti e delle tante singole che popolano le terre di Maremma in cui si svolte il romanzo è essa stessa un intreccio di molteplici fili e colori da collegare pazientemente l'uno all'altro, perché il destino di ciascuno e di tutti appaia e si compia, anche nella mente di chi legge.

    Siamo di fronte a un'epopea antiretorica, intervallata da ampi stralci lirici, un affresco potente della quotidiana lotta per la sopravvivenza del popolo contadino maremmano, nel rapporto con la terra: è una lotta impari, resa ancor più dura dai rapporti di pura violenza e sopraffazione dei padroni sui lavoranti a giornata, braccianti senza tutele di alcun genere. Una popolazione, quella contadina, che pure s'intestardisce a campare, e fatica e fa l'amore e non rinuncia, nonostante gli stenti, a dar vita a nuove creature, figlie e figli in quantità che muoiono di stenti e di malattie (quanta pioggia e quanto freddo, in certe scene del libro!), contentandosi del poco che ha, ma cercando tenacemente di "migliorare la condizione, far crescere l'attività, mettersi in nuove imprese, perché porta beneficio a tutti e tutti te lo riconoscono" (parole di Pietro, p.153). Uno dei grandi pregi del libro è proprio quello di ritrarci dal vivo la microstoria dei vari tentativi di questa massa di diseredati di organizzare una rivoluzione locale, picchettando e occupando le terre degli usi civici, redistribuendole e seminandole in comune, con la costituzione di una cooperativa (la 1° Aprile); è una vera storia di popolo, cui partecipano in prima persona anche le donne e i tanti bambini. Il naufragio della loro iniziativa va di pari passo con l'affermarsi dei manganelli fascisti, che s'accompagna alla repressione dei carabinieri, ai giochi sporchi delle banche, alla difesa del privilegio dei marchesi di turno, attenti a non vedersi scappare una manodopera a buon mercato che da secoli lavora a metter pane e companatico sulle loro tavole.

    Una microstoria innestata nella macrostoria tragica della Prima Guerra Mondiale, grande mattatoio di carne contadina. E quelli che tornano da Caporetto sembrano emaciati fantasmi. L'Italia che esce da questa tragedia non può che essere peggiore di quando vi è entrata, eppure la povera gente ricomincia, tenacemente. E riprova a costruirsi un domani. Già, questo è il titolo: penso che l'autore abbia voluto suggerire una prospettiva di speranza nel futuro, nonostante le sconfitte e i momenti di scoramento, evidenziati da un'introspezione psicologica discreta, che nell'umanissima comprensione delle debolezze, non rinuncia a fare appello al senso di responsabilità e di giustizia, per la faticosa ripresa di una ricerca di senso alle vite di tutti noi, attraverso nuovi tentativi di ritrovarsi affratellati da quelle "idee comuni" che pure esistono (p.340) e avrebbero la forza di cambiare le cose, nonostante tutto. A me è parso di recepirla, questa speranza, in particolare nelle pagine dedicate alla lotta, all'impegno comune, dove tutti si danno da fare in un modo o nell'altro, dove c'è un aiuto, un sostegno reciproco (e a p.42 compare anche, in una sorta di cammeo, un Velio, sfinito ma persino allegro a far coraggio, fidando nell'intervento dell'avvocato e delle sue carte!), una spontanea soliderietà, anche verso il viandante sconosciuto, che viene accolto e lavato e rifocillato, dove cioè emerge un'umanità umanizzata dal dolore e dalla sofferenza.

    A questa umanità molto maschile, ma anche molto femminile l'autore dà voce e dignità letteraria, eclissandosi come narratore onnisciente, ma contemporaneamente identificandosi di volta in volta, in ogni persona, in ogni uomo forte e determinato (come Carmelo), ma anche in ogni donna instancabile nel lavoro di preparazione del cibo e di cura dei figli (come Sara e le altre), o in ogni bambina impacciata e vergognosa (come Nunziatina). E questa voce è quella del lessico che va scomparendo, il lessico delle nostre nonne, delle nostre mamme, ma anche della nostra infanzia e adolescenza, ha il sapore del cibo materno, è la lingua appunto materna, dove la pasta si tira col ranzagnolo, il pane si taglia con la coltella, i bambini sono i citti che non stanno mai boncittini, le teste anche pensanti sono le chiorbe e chi manca di senso pratico è un citrullo, chi insiste nel sapere che cosa stai pensando è un appoioso!

    Mi è piaciuto in modo particolare come l'autore ha rappresentato il ruolo ambiguo della chiesa cattolica. "La speranza è dare nome e cognome alla disperazione", aveva imparato don Liberio, scegliendo dopo una interessante crisi di fede, di stare dalla parte del suo gregge e esponendosi a criticare l'idea di progresso del marchese Ildebrandino che finiva per "impoverire i petrai"; infine, però, anche lui si piega a obbedire all'arcivescono che gli impone di usare la sua autorità per "chetare le ire del suo gregge", quando dovranno accettare il giudizio sfavorevole al riconoscimento di un loro diritto di uso civico. Una chiesa che, pur nelle sue componenti migliori, quelle del basso clero, non ha saputo sostenere fino in fondo le legittime speranze dei suoi figli. E' un dio, quello dei preti, che Abati scrive sempre con la lettera minuscola... Il dio dell'obbedienza al più forte, ragion per cui appare giusta l'imprecazione forte e il rifiuto dei poveracci, che avevano creduto di poterlo avere dalla propria parte (cfr. p.269: "Io ti sputo dio dei preti" etc., in cui si coglie un'eco di Primo Levi).

    Dall'intervento alla presentazione del 13 febbraio 2014

    Maria Vittoria De Filippis, "Domani" di Velio Abati

    Il libro di Velio Abati, Domani, pubblicato da Manni (Lecce, 2013), dal pubto di vista del genere letterario è un romanzo. Vi si legge non solo una attenta e precisa ricostruzione di fatti storici accaduti tra la fine del XVIII e l'inzio del XX secolo, ma altresì la visione di una società, prevalentemente agraria, di tipo marxista. Tale lettura non si ha per volontà dell'autore, non si impone dall'esterno, non è ideologica; traspare dai fatti narrati, dai drammi vissuti dai protagonisti.

    Già nel titolo la dimensione del tempo appare centrale. L'autore nel Prologo scrive: "Ma i giorni e le stagioni passavano, facili come i minuti, senza riprendere la strada" (p.7). Gli anni narrati sono tanti, densi di avvenimenti, di storie e di Storia, eppure è come se il tempo fosse congelato o meglio, a parziale contraddizione di quanto appena citato, circolare. Tutto il romanzo fa pensare, tra l'altro, a un film; a me ricorda in particolare la maniera di Straub - Hillet di usare la cinepresa. Preciso: penso alla scena girata in piazza della Bastiglia a Parigi, allorché lo sguardo gira circolarmente sulla piazza, con giri concentrici, fino a farcela conoscere dal suo interno, fino a farci essere parte di essa; il film è Zu fruh / Zu spat. La moltitudine di personaggi, gli innumerevoli angoli di paesaggi ci divengono via via famigliari, il lettore si mescola a loro, ne condivide al storia, ne fa parte, è lui che, fortinianamente, diviene l'unico domani possibile, "memoria per dopodomani".

    Ancora considerazioni generali: la lingua. L'autore mostra una notevole capacità di intrecciare linguaggi diversi: il popolare, il lirico, il tecnico delle culture materiali ed anche il curiale e il cancelleresco . Essi sono compresenti, fusi insieme secondo le esigenze narrative, dominata con perizia così da non apparire mai letterari o artificiosi; anche quel tanto di lessico toscano è spontaneo e necessario a descrivere situazioni particolari. La descrizione di persone, fatti e paesaggi assume di volta in volta sfumature drammatiche, comiche, sentimentali, così da rendere la lettura piacevole, coinvolgente e, a volte, divertente.

    Nel parlare di questo libro si avverte il limite di dover rimanere nell'ambito di annotazioni generali, seppur non generiche, senza potersi addentrare nella storia narrata, talmente complessa da non poter essere riassunta. Il romanzo si divide in quattro parti più un Prologo: La Forza dell'Ira, La Virtù , L'Allegrezza, La Sapienza; titoli che non alludono direttamente agli avvenimenti, bensì li riassumono attraverso il prevalere di un sentimento, di un atteggiamento morale che si afferma e domina su tutti gli altri. si può altresì notare, già nei titoli, un crescendo che va dall'ira alla sapienza, un processo cognitivo. Quanto ai personaggi, è su una figura che mi voglio soffermare: zia Concettina. Una persona che da quando compare risulta subito convincente e accattivante:

    "Zia Concettina era capitata nel quindici, ancora ragazzetta. Sua madre fuggiva dal sud, dov'era stata addirittura cuoca di corte, un'arte e una passione che aveva insegnata alla figlia. I travolgimenti dell'intero continente avevano disperso anche le due donne. Dopo che si furono fermate a Petra, rimase quasi subito orfana. Qualcuno, sentendo il suo modo di parlare, le consigliò d'andare alla Ciocca, dove avrebbe trovato i suoi pari. Ma zia Concettina volle restare, perché sapeva da mamma che un cuoco deve principiare dalla terra che ha fuori dell'uscio. Così i petrai si sorpresero, quando videro che zia Concettina non era affatto presuntuosa, anzi, era curiosa, sempre a chiedere, a imparare. Nei primi tempi, addirittura, andava in casa di una o dell'altra donna di Petra rimanendosene in disparte. Voleva solo aiutare. A fare il fumo, rispondeva, ogni principiante è buono." (p.374).

    Fino a quando, dopo aver preparato il pranzo di nozze, Concettina si sente male e muore:

    Dopo il pranzo di nozze, zia Concettina principiò a sentirsi poco bene. Quell'anno la castagnatura fu difficile. Invece delle pioggerelle, delle nebbiette grasse che stemperano i caldi estivi, un giorno sì e uno no si rovesciavano su Petra temporali tanto forti che ti costringevano a tapparti inn casa. Le castagne marcivano in terra. Una mattina Lorenzo era fuori del magazzino a guardare il cielo, ancora incerto, sopra Cadizani, quando arrivò Ibetto. - Concettina chiede di voi. Non ha chiuso occhio. Lorenzo corse subito a chiamare Nunzia, chi già venivano i primi goccioloni." (pp.374-5).

    "L'ospite ingrato", 24 gennaio 2014

     

    Walter Lorenzoni, L'orizzonte della totalità

    Gli eventi personali e familiari vengono ad intrecciarsi con le vicende collettive e l'obiettivo evidente dell'autore è di amalgamare i due piani del corpo stesso della narrazione, provando a ricercare un punto di convergenza tra micro e macrostoria, nel quale il contesto delle circostanze spazialmente e temporalmente determinate diventa l'inveramento della storia generale. Le coordinate storiche degli eventi, però, per una precisa scelta narrativa, non sono esplicitamente dichiarate, anche se risultano oggettivamente fondate. Questo ci fa capire, indirettamente, che dietro al testo c'è una grande ampiezza documentaria, che va dalla consultazione degli archivi parrocchiali, per una più precisa ricostruzione della storia delle due famiglie oggetto del romanzo, all'uso di documenti e lavori storiografici, al fine di meglio padroneggiare argomenti specifici di natura tecnica, all'impiego di fonti orali, attinte prevalentemente dall'ambito familiare, ma bisognose di attenti controlli e di verifiche incrociate.

    Se dalla collocazione temporale passiamo a quella spaziale, dobbiamo dire che anche qui le coordinate geografiche, sebbene oggettivamente fondate, non sono esplicitate. I luoghi della narrazione, ricostruiti attraverso la memoria familiare e grazie a sopralluoghi diretti sul posto, si situano sulle colline dell'Albegna, nell'alta Maremma, alle pendici dell'Amiata.

    Nel romanzo l'ambiente sociale di riferimento è, senza dubbio, quello delle classi subalterne della campagna, anche se non mancano figure di provenienza urbana o di altra estrazione sociale. Il mondo contadino viene indagato in un'ampia casistica di personaggi che interagiscono tra di loro, dando spesso vita ad imponenti scene d'insieme, una vera e propria epopea corale che prorompe nei momenti della vita collettiva (la festa, il lutto, la ribellione, il lavoro ecc.).

    Alla varietà dei personaggi e delle situazioni corrisponde la molteplicità dei registri linguistici: l'epico delle scene corali, il lirico dei momenti di ripiegamento interiore e di manifestazione della forza del vivente, il burocratico, il solenne, il tecnico-professionale e, infine, certamente prevalente, il popolare. Quest'ultimo viene reso ricorrendo ad un toscano sobrio, rigoroso, che non indulge al bozzettismo e la cui intrinseca ricchezza consente un'importante operazione di riemersione linguistica, che riporta a galla espressioni tipiche, modi dire di quel mondo rurale e, soprattutto, nomi di oggetti, di strumenti, di tecniche di lavoro ormai scomparsi, recuperabili, quasi esclusivamente, avvalendosi della memoria orale familiare.

    La ricchezza e la complessità del romanzo vengono a disporsi entro una struttura articolata in quattro parti, i cui titoli (La Forza dell'Ira, La Virtù, L'Allegrezza, La Sapienza) vogliono indicare il prevalere, in quella specifica sezione, di un certo stato d'animo o di un particolare contegno morale. Le quattro parti procedono cronologicamente a ritroso, facendo del tempo storico il nucleo fondante della narrazione che ci aiuta anche a comprendere la scelta del tiolo Domani.

    Nella quarta di copertina si dice che:

    "muovendo dalla sofferenza per la deprivazione del futuro, ovvero dall'avvertimento della frattura politica e antropologica che fa vivere il presente come assoluto, Abati porta il lettore in una realtà scaraventata nel rimosso, rinunciando a condurlo e obbligandolo a entrare direttamente in mezzo alle cose".

    Possiamo chiederci il motivo di tale strategia. Perché il lettore deve "entrare direttamente in mezzo alle cose"? La risposta è semplice: per mescolarsi ai protagonisti della storia, per condividerne le sorti, per prendere parte alle loro vicende e divenirne il domani, superando insieme le condizioni di esproprio del futuro in cui sono vissuti fino a questo momento. Ecco la ragione per cui, sul piano narratologico, il punto di vista risulta essere diffuso; parte dal basso e si sposta a seconda degli ambienti e dei personaggi. E' questa la cifra specifica del libro, che ne giustifica, da un lato, la complessità, costituita dall'alternarsi dei punti di vista e dalla mancanza di cesura tra scene diverse e differenti piani temporali, e, dall'altro, la necessità di una lettura attenta, partecipe, animata da spirito di ricerca. Il punto di vista che il lettore può incontrare può essere sia esterno che interno, odierno o coevo, individuale o corale. Il fatto è che, però, non c'è mai adesione completa tra la voce narrante e i personaggi - neanche dal punto di vista sociale e politico - e questo perché l'autore intende mettere in atto una tecnica di spiazzamento del lettore, che lo costringa costantemente ad una presa di posizione morale. L'autore, insieme al lettore, attraverso il suo coinvolgimento, vuole conquistare il massimo di verità storica possibile sul periodo e sugli eventi via via presi in considerazione. La verità, ricercata assieme al lettore, si colloca al livello della totalità: chi legge deve mischiarsi ai personaggi, alla comunità e, pur non identificandosi con essi, ne deve condividere la storia, gli sviluppi e le evoluzioni, le reti di relazione, le dinamiche inconsce, proprio perché è solo grazie a questa condivisione che può divenire il domani, il domani possibile.

    Abstract dell'intervento di presentazione del 12 dicembre 2013

     "Domani": in un libro la via per il futuro, passando per la "selva oscura", a cura di Daniela Belloni, Il Giunco, 7 dicembre 2013

    Insegnante, saggista, poeta, giornalista per "Il Manifesto", scrittore. Ecco chi è Velio Abati, nato a Roccalbegna e insegnante in un liceo grossetano, che ha presentato il suo libro Domani alla libreria "Palomar" di Grosseto. Il testo è un vero e proprio exemplum che, nonostante la narrazione storica, vuole con il titolo riportare al futuro, perché sarà del lettore la scoperta finale del significato.

    Nella vita quotidiana, Abati, prima di tutto come padre e come cittadino, ha una continua frequentazione con le nuove generazioni ed ha deciso di sedersi al tavolo di scrittura, partendo dallo sguardo sul presente in cui viviamo, dove il senso di smarrimento è forte, quasi da vivere in una dimensione drammaticamente appiattita, a cui è stata tolta la prospettiva del futuro e che ha perso il legame con il passato.

    Tale senso di smarrimento è in parte simile a quello che Dante descrive nell'Inferno nel momento in cui si trova in mezzo alla selva, con la drammatica sensazione di sofferenza e di smarrimento: "tanto è amara che poco è più morte". Ed è proprio come il celebre autore che Abati, per rispondere a questo stato interiore, vuole  trovare una via verso il futuro, passando attraverso uno sprofondamento verso il passato. Per la preparazione del romanzo ha compiuto ricerche di carattere storico, archivistico e biografico, anche personale e privato, in primis per il recupero del tessuto linguistico.

    L'opera si presenta come un'allegoria medioevale. Vi si fa ricorso a precise condizioni storiche, le date sono perfettamente identificabili sul calendario, i grandi eventi sono quelli storici, i nomi delle persone e dei luoghi autentici. Eppure tutto è in una luce diversa. Il lettore, soprattutto quello del nostro territorio, che conosce da vicino situazioni, condizioni e nomi, si trova nell'incertezza del conoscere e non riconoscere. Tutto gli suscita ricordi che forse però tali non sono, essendo il tutto trasposto in una dimensione temporale e di significato che li oltrepassa.

     

    I[rene] B[lundo], "Domani", nel romanzo di Velio Abati un'epopea corale

    La libreria "Palomar", in Corso Carducci a Grosseto, ospiterà domani alle 17 la presentazione del romanzo Domani di Velio Abati. L'insegnante grossetano ha già pubblicato diversi volumi di poesia, narrativa, teatro, saggistica; e ha diretto per quindici anni la Fondazione Luciano Bianciardi. Il romanzo Domani, pubblicato da Manni, intende fare di un particolare contesto storico-geografico un exemplum di storia generale. Le date estreme, presenti per quanto dissimulate, sono 1797 e il 1944. L'ambientazione scelta è la bassa Toscana, mentre la vicenda si può definire un'epopea corale. I vari personaggi sono sottoposti a due linee di forza imperniate su due comunità confinanti, al cui interno predominano due diverse famiglie.

    Altre fratture, più classicamente sociali e politiche, complicano i giochi di alleanze e di conflitto. La lotta per la terra, le trasformazioni del primo Novecento, le guerre, le rivolte risorgimentali e europee, la resistenza, le migrazioni si susseguono intorno ai destini multiformi delle persone. A precedere il prologo del romanzo Domani è un "avvertimento" al lettore da parte dell'autore: "Il mondo che vedi prender vita nelle pagine seguenti, oltre alla lingua e a una misura, ha generato anche il proprio ordine del tempo". Nel primo capitolo della quarta parte irrompono vicende del 1845, nel secondo del 1859. Dal terzo al sesto capitolo di questa parte il lettore si troverà nel biennio 1848-49, per poi scorrere dal 1854 al 1861. "Sappi, tuttavia, che fughe prospettiche -avverte l'autore - rampollano in tutti gli angoli e in qualsiasi scorcio di vita"

    "La Nazione", 4 dicembre 2013, Cronaca di Grosseto, p.19

    Donatello Santarone, La coralità preziosa di una epopea contadina

    Un romanzo storico, costruito sulle vicende di due comunità contadine dell'Amiata, che abbraccia un secolo e mezzo di storia italiana, dal 1797 al 1944: è questo in estrema sintesi, Domani (Manni editori, euro 22), scritto da Velio Abati, poeta, saggista, insegnante, per lungo tempo animatore della Fondazione Luciano Bianciardi di Grosseto.

    Il titolo allude, marxianamente, all'uscita dalla preistoria in cui fino ad ora siamo vissuti, divisi e sofferenti, deprivati del futuro. Allegoria di questa condizione è la moltitudine dei "dannati della terra" protagonisti del romanzo. Con la loro volontà di riscatto sociale e le loro sconfitte, dalle lotte per la terra all'emigrazione in America, dalle guerre, in cui sono stati usati come carne da macello, alla lotta partigiana nella Resistenza. Il romanzo è scandito attraverso quattro parti, La Forza dell'Ira, La Virtù, L'Allegrezza, La Sapienza, altrettanti movimenti musicali, ariose partiture di un crescendo che culmina al termine del romanzo in una presa di parola sempre più esplicita da parte dell'autore. "E' vero, babbo, il pane non casca dal cielo.  Raccolglo da voi l'orgoglio di nonno, scampato dall'oppressione degli ozi e dei saccheggi. Il coraggio semplice di chi, nel tempo lungo dei servi, sapeva d'avere solo in sé la forza, non si raccomandava a Franza o Spagna. Per questo sono con te, padre, quando eccedi, irridi e volti il culo al papa e al re".

    Le opere e i giorni dell'epopea corale e individuale di Abati prendono forma nelle scene della scuoletta rurale di Nunziatina, nei conflitti con i ricchi proprietari Ildibrandi e Stracci, nella costituzione della cooperativa 1° aprile, nella sconfitta contadina negli anni del fascismo, nella perdita degli usi civici, nel duro realismo delle descrizioni del lavoro agricolo (la macellazione della vacca, la raccolta delle olive), della malaria, dei debiti, nella felicità delle feste e degli amori, nella figura vivida dello Storiaio che porta nelle case dei contadini un sacco pieno di storie, apologhi, almanacchi. "-Diteci, che ci portate di bello questa sera? Si alzò lieto, come se non avesse aspettato altro. Andò a prendere il suo sacco, poi s'inginocchiò, sciolse con cura la corda e lo aprì delicatamente. - Prima di tutto, ho una primizia che vi lascerà a bocca aperta. Indugiava a tirar fuori la sinistra, mentre con la destra teneva l'orlo appena socchiuso. - Non vi siete meravigliati, che quest'anno sono passato così presto? La copertina verde, familiare del Barbanera che alla fine comparve dal sacco sorprese tutti... Si mise a leggere, ora a cantare, finché le donne non dovettero portare a letto i piccoli che piangevano e dormivano, finché al lume cominciò a mancare l'olio".

    Dante, Manzoni, Verga, Pratolini, Bilenchi, lo scrittore mozambicano Mia Couto, Saramago del Memoriale del convento e Fortini della poesia Il presente (nel Prologo) sono alcuni dei modelli che possiamo scorgere in filigrana nella scrittura di Abati. Una scrittura fatta di allusioni, ellissi, metafore che accompagnano i salti temporali e tematici che attraversano le vicende e che disegnano una comunità potente, viva, sanguigna, sofferente, fatta di uomini e donne con le loro storie e le loro individualità da cui emergono la fierezza e la dignità dei vinti. Una scrittura mai bozzettistica né populistica che alterna il linguaggio popolare dei contadini infarcito di toscanismi con quello storico di quando si parla della guerra di Libia o delle origini delle servitù feudali e delle affittanze collettive, fino alle aperture liriche con una forte componente evocativa di tante immagini della natura o ai termini tecnici per descrivere il ciclo dei lavori agricoli. "Il sole di fine luglio arroventava. Riverberava da ogni filo di stoppia. Stingeva le ombre. Però non ci si poteva scoprire, perché la paglia secca taglia come il vetro e la polvere che s'infiltra sotto i panni e asciuga la gola, brucia più dell'ortica... L'annata era stata buona, le spighe erano piene e granite".

    Con Domani Velio Abati ci consegna un romanzo decisamente controcorrente, ispido e 'faticoso', lirico ed epico, che richiede al lettore di dimenticare il narcisismo gastronomico di tanta narrativa nostrana per fare i conti con la contraddittoria, solare e cupa, esistenza umana e storica.

    "Il Manifesto", 20 novembre 2013, p.11

     

     


     

     

     

    Giorgio Luzzi

    Ho esaminato le tre ottave vernacole che mi hai spedito, credo si tratti di un preliminare/cerimoniale allegorico e programmatico a un racconto (in prosa? o sempre in versi? in dialetto? o in lingua?). Visti così, questi 24 versi faticano a porsi come incipit di una narrazione in prosa italiana. Perciò li potrei valutare come uso fare raramente con la poesia dialettale, che pratico pochissimo come lettore e niente come autore. Il tono plebeo è perentorio. La metrica verticale è perfetta, quella orizzontale non sempre: nonostante gli sforzi, molti versi non suonano né al computo né al suono come endecasillabi. Ma questo è probabilmente voluto, vista la cultura eminentemente plebea del parlante che tu hai attivato. Trovo gustosi i suoni. Il senso dell'incipit mi pare chiarissima jacquerie posta in voce dal marginale contro il sovrano mascherato da primus inter pares. Dalla serie tipica a quest'ultimo: io esibisco i miei privilegi, ma il sommo della virtù della democrazia sta nel fatto che, nell'essere eletto, sono diventato il più uguale tra gli uguali. Corollario: nel mio disegno politico tutti potrete essere come me, sempre che la durezza dei miei compiti non vi scoraggi in partenza. Eritis sicut dei. (28 giugno 2011)

    Del tuo libro sono indimenticabili le grandi scene antropologicamente rilevanti, le forme di tenerezza verso la vita nel suo manifestarsi anche dentro la morte. (2 marzo 2012)

    È da elogiare l’ampiezza documentaria della struttura, la responsabilità enciclopedica che è alla base della deontologia del romanzo come il Novecento storico ce lo ha analizzato e teorizzato, la capacità di accedere ai linguaggi settoriali, il popolare burlesco, il lirico creaturale, il tecnico spontaneo delle culture materiali ecc. ma anche il sublime burocratico e curiale e cancelleresco. Qualche incertezza nel rappresentare le tempeste interiori del pure indeciso prete, tra cura per il suo popolo e ortodossia gerarchica. Ottima idea per gli intarsi in latino. Indimenticabili scene di amore e gioia, di collettività liberata nel tempo libero, di creatività diffusa. Chi governa il punto di vista? Quale lingua adotta il narratore onnisciente? Non mi è ben chiaro se è la lingua della sua gente o quella del regista supervisore; direi che si tratta della prima, ma questa mi sembra appunto una contraddizione. Il narratore vive oggi e non si separa dal linguaggio parlato nel mondo messo in scena: un dialetto abbastanza accessibile è dunque la sostanza linguistica del romanzo? A meno che non parlino preti o notai o nobili o possidenti terrieri ecc. […] Eccessivo il brulicare di personaggi, attori della coralità, certo, ma anche troppo numerosi per poter essere agganciati all’economia mnemonica della fruizione. Molti episodi di dialoghi collettivi, di incroci lietamente responsoriali, di tempo libero alla burla e al motteggio e alla ludicità […]. Non dimentichiamo lo specialismo espressivo delle parlate locali, con le quali, appunto, il narratore neutrale sembra identificarsi. […] La tua decisione parenetica è incalzante, non dà tregua, anche se naturalmente è delegata ai fatti narrati e ai profili caratteriali, stavo per dire dei protagonisti: ma ci sono dei protagonisti, in realtà? Quale relazione tra lettore di fatto e lettore progettuale? (29 febbraio 2012)

     

    Maria Jatosti

    Mi ci vorrebbe una guida. In qualche misura, me la sto costruendo da sola. La materia è affascinante e coinvolgente. Mi ricorda fortemente Garcia Màrquez. Come grande affresco. A parte la magia del colombiano e le sue fascinazioni avvolgenti. Qui si tratta piuttosto di storia nostra. Ma il respiro è quello. (23 gennaio 2012)

     

    Tommaso Di Francesco

    Il romanzo è una sorta di archeologia del presente (18 febbraio 2012)

     

    Mario Marchionne

    Mi sembra che sia presente una scansione, nel suo farsi, quasi da canto epico, una scansione sostanzialmente poetica, il tutto estremamente sotto traccia ma, secondo me, estremamente forte. Questo mi ha portato a calarmi, quasi senza problemi (considera che parli di un mondo che sicuramente non è parte viva del mio vissuto biografico), in questa realtà che mi ha coinvolto nei dialoghi, nelle descrizioni di ambienti, di situazioni e di vissuti che, tuttavia, presentano un limite: i passaggi da una scena all'altra, spesso da un dialogo all'altro, avvengono senza una cesura. […] Nel corso della lettura, e questo è il motivo per cui ti sono più grato, mi sono immedesimato nei personaggi, nelle descrizioni degli ambienti: diciamo che in modo particolare Paiese e le sue vicinanze sono, in qualche modo, entrate a far parte del mio immaginario. In alcuni momenti ho avuto quasi la sensazione, ma potrò essere più preciso successivamente, che tu abbia creato una sorta di straniamento nelle diverse rappresentazioni (o almeno in alcune) in cui l'ambiente, pur dettagliato nelle descrizioni, risulta quasi distante o metafisico rispetto al vissuto dei protagonisti, come se in qualche modo volessi sottolineare anche una venatura di solitudine nei personaggi. È frequente il momento soggettivo nelle descrizioni, che oscillano tra diverse tipologie, fra cui emerge, in parecchie situazioni, quella più strettamente mimetica ed interessantissima che, però, certe volte, come dicevo prima, non sempre facilmente comprensibile nei diversi passaggi. […] Ho trovato straordinario il lavoro sulla ricostruzione storica, linguistica e tutto ciò che ha creato il paesaggio di cui mi sono veramente innamorato, un paesaggio incarnato in persone, vissuti, modi di dire e di essere, ripeto, a me non congeniali ma che, in qualche modo, da quando frequente te e la Toscana, mi tornano più familiari.(13 luglio 2012)

     

    Filippo Bologna

    Nonostante i miei volenterosi tentativi il manoscritto è risultato tetragono alla lettura, respingendo ogni mio assalto. Non so che dire, se dipenda dalla mancanza di ardimento del lettore, o dall'eroica resistenza del libro. Il tuo romanzo ha una tale densità e un ordito così fitto da risultarmi quasi impenetrabile. Mi fa venire in mente un sito archeologico sepolto tra i rovi, o la rievocazione in costume di una grande battaglia. Mi spiego meglio, è come se non tenesse conto di ciò che è avvenuto in letteratura negli ultimi cinquanta anni. Il che non è detto che sia necessariamente un male ma potrebbe anche essere una programmatica condanna all'isolamento. (2 gennaio 2013)